La libertà posticipata

 

di Norma RangeriIl Manifesto

 

Il rinvio della manifestazione di domani sulla libertà di stampa non è una buona notizia. La Federazione nazionale ha sospeso l’appuntamento per la strage di militari italiani a Kabul, perché «il lutto e il tempo del pianto vanno rispettati». Come se la protesta in difesa di un diritto civile alla base della convivenza democratica fosse in contraddizione con il rispetto dei morti. Al contrario, la drammatica coincidenza afghana avrebbe aggiunto un elemento di riflessione in più per chi crede che proprio l’informazione libera è la prima vittima di ogni guerra.

Riaffiora, in modo esplicito o perfino inconsapevole, l’idea di una battaglia complementare, con un ruolo ancillare rispetto all’agenda dei partiti e degli schieramenti in campo. Basta sfogliare l’album di famiglia del giornalismo dei grandi gruppi, o avere davanti l’indecoroso biglietto da visita della Rai (di ieri e di oggi), per rinfrescarci la memoria.

Come è sufficiente ricordare lo scetticismo e la distanza, di partiti e grandi testate, che accompagnò la stagione dei girotondi, quando l’iniziativa delle associazioni sulla libera informazione, dopo l’editto bulgaro, riempì piazza S.Giovanni. Nessun politico ebbe accesso al palco perché nessun partito poteva esibire credenziali appena sufficienti in quella battaglia.

In questi sette anni le cose stanno come stavano allora. Del resto la sospensione, in segno di lutto, del Cda di viale Mazzini rappresenta l’ultimo, ipocrita tassello di un costume che ci accompagna da decenni. Prima ancora della discesa in campo del conflitto di interessi, quando la prevalenza dell’appartenenza politica sulla competenza professionale era già la regola unanimemente sottoscritta. Sospendere la discussione sulle censure subite da programmi e singoli giornalisti più che un gesto di sincera vicinanza ai morti e alle loro famiglie, suona come l’occasione colta al volo per rimettere sotto il tappeto la spazzatura, in attesa che qualche abile spazzino trovi dove e come smaltire le scorie.

Tra le righe del rinvio della manifestazione si leggono piuttosto ragioni di real-politik. La preoccupazione dell’onda mediatica che sommergerà le televisioni, con il presidente del consiglio accanto alle bare dei soldati, attore di un presenzialismo ossessivo come nelle giornate tragiche del terremoto in Abruzzo.

E anche il timore che il vasto e trasversale schieramento impegnato nella riuscita dell’iniziativa antiberlusconiana potesse sfaldarsi e perdere qualche pezzo. Rivelando così la fragilità di un cartello di sigle che non crede nella possibilità di poter contrastare la violenza del potere e dell’agenda berlusconiani.

L’ipocrita bandierone dell’unità nazionale, sventolato da chi piange i morti dopo averli mandati al massacro, avvolgerà i luoghi della comunicazione nei prossimi giorni, insieme alle musiche strappalacrime che ieri i telegiornali montavano sulle immagini di Kabul.

Pazienza se la bandiera della libertà di informazione dovrà essere arrotolata in attesa di un clima tornato di nuovo agibile. Tra due settimane, così è stato deciso dall’Fnsi, saremo di nuovo chiamati a riempire piazza del Popolo. Ma non sarà lo stesso.

 

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