Propaganda di guerra

 

Dolore a reti unificate. Titoloni a caratteri cubitali. Lacrime di coccodrillo da tutto l’arco costituzionale. Retorica patriottarda tra bandiere sui balconi e frecce tricolori rombanti. Rinvio di tutte le manifestazioni per la libertà di stampa. Ipocrisia nazionale alle stelle sul corpo delle vittime militari e soprattutto civili dell’ecatombe afgana. Questo susseguirsi di guerre coloniali non ci cambia proprio mai.

 

 

 

di Enrico Piovesanahttp://it.peacereporter.net/articolo/17868/Per+cosa+sono+morti%3F

 

Era partito per fare la guerra, per dare il suo aiuto alla sua terra. Gli avevano dato le mostrine e le stelle e il consiglio di vender cara la pelle. (…) Ora che è morto la patria si gloria d’un altro eroe alla memoria. Ma lei che lo amava, aspettava il ritorno d’un soldato vivo. D’un eroe morto che ne farà se accanto, nel letto, le è rimasta la gloria d’una medaglia alla memoria.

(Fabrizio De André, La ballata dell’eroe)

 

Per cosa sono morti?

Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici? No.

Non per la pace, perché i nostri soldati in Afghanistan stanno facendo la guerra.

Non per la libertà, perché i nostri soldati stanno occupando quel paese.

Non per la democrazia, perché i nostri soldati proteggono un governo-fantoccio che non ha nulla di democratico.

Non per la sicurezza internazionale, perché i nostri soldati stanno combattendo contro gli afgani, non contro il terrorismo islamico internazionale: a questo, semmai, stanno fornendo un pretesto per odiare e attaccare l’Occidente e anche il nostro paese.

E allora per cosa sono morti?

La risposta l’ha data il generale Fabio Mini, ex comandante del contingente Nato in Kosovo, intervenendo la scorsa settimana a un dibattito sull’Afghanistan tenutosi a Firenze e organizzato da Peacereporter:

"Ufficialmente lo scopo fondamentale, il center of gravity, della missione non è la ricostruzione, o la pacificazione né la democrazia: è la salvaguardia della coesione della Nato in un momento di crisi della stessa. Questo è lo scopo dichiarato, scritto nei documenti ufficiali della missione Isaf. La Nato è in Afghanistan esclusivamente per dimostrare che è coesa: lo scopo è essere insieme. Ecco perché gli Stati Uniti chiedono soldati in più: ma pensate davvero che manchino loro le forze per far da soli? Credete davvero che i nostri soldati o i lituani siano importanti? No! L’importante è che nessuno si sottragga a un impegno Nato. Ecco perché vengono chiesti continuamente uomini agli alleati".

"Agli infami, vigliacchi aggressori che hanno colpito ancora nella maniera più subdola diciamo con convinzione che non ci fermeremo", avverte il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.

E’ stravagante definire ‘vigliacchi’ uomini che sacrificano la propria vita per uccidere il nemico. Forse questo giudizio andrebbe riservato ai piloti alleati che da mille piedi di altitudine sganciano bombe che fanno strage di talebani e civili, sapendo di non poter essere né visti né colpiti.

Anche chiamare ‘aggressori’ i guerriglieri talebani che colpiscono le truppe d’occupazione Nato è curioso. Siamo noi che abbiamo aggredito loro invadendo il loro Paese.

"Non ci fermeremo", conclude La Russa in tono bellicoso. Altri soldati italiani dovranno quindi sacrificare le loro vite e stroncare quelle di altri afgani, combattenti e non. Da maggio, per la cronaca, le truppe italiane hanno "neutralizzato" almeno cinquecento "nemici" nelle battaglie combattute nell’ovest dell’Afghanistan con il massiccio impiego di carri cingolati ed elicotteri da combattimento. E presto, come annunciato, anche con le bombe sganciate dai nostri Tornado.

Secondo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, bisogna "conquistare il cuore degli afgani per fare terra bruciata di ogni complicità e omertà verso i terroristi".

Ma finché l’occupazione e la guerra continueranno, con le stragi di civili, i rastrellamenti, la distruzione dei villaggi, la terra bruciata si allargherà attorno ai nostri soldati e la guerriglia afgana diventerà sempre più popolare. La rabbia e il dolore di chi, a causa delle truppe occidentali, perde un familiare, la casa, una parte del corpo o semplicemente la libertà e la dignità, non fanno che portare acqua al mulino del "nemico". Un nemico che, infatti, più la guerra va avanti, più si rafforza e guadagna consensi.

 

 

 

di Angelo Miottohttp://it.peacereporter.net/articolo/17892/Strage.+Massacro.+Inferno.+Reagire.

 

Strage. Massacro. Inferno. Reagire. Chi si ferma in edicola a comperare un quotidiano e scorre veloce i titoli a caratteri cubitali dei nostri quotidiani può provare a chiudere gli occhi: nel buio vedrà quelle parole ritornare. Alla vigilia della manifestazione che non c’è più, domani, per la libertà di stampa spostata al 3 ottobre per i militari morti a Kabul, viene da riflettere su come vengono scelte le parole da chi la stampa la costruisce quotidianamente. Osservazioni critiche – ognuno sceglie di scrivere e pubblicare come meglio ritiene, ci mancherebbe – che però hanno a che vedere con quali sono le parole che vengono iniettate negli occhi della platea di lettori, del pubblico.

 

Scala mobile, metropolitana gialla di milano. Sono tutti in fila pazienti per arrivare alla banchina sotterranea. Hanno tutti in mano una free-press popolare. Il titolo: STRAGE INFINITA, tutto maiuscolo. La parola inferno torna, ha un immaginario perfetto per evocare lo scoppio, le fiamme, il dolore. Ma c’è qualche cosa che non funziona e non solo il giorno dopo l’attentato di Kabul. Ricordo i funerali delle vittime di Nassirya, il vialone romano che portava alla basilica, tutto addobbato con bandierine italiane, la predica politica di Camillo Ruini, il vessilo italico stampato in fretta e furia per addobbare tutti i balconi che si affacciavano sul percorso. “Eroi”, la parola che tornava sempre più spesso e che torna ancora oggi.

 

Il comunicato del sindacato dei giornalisti che ha pompato per settimane una manifestazione e che si ritrae per cordoglio. Scelta discutibile, ma il testo del comunicato ha un valore in sé, per le parole scelte. “Con profondo rispetto verso i caduti, nell’espressione di un’autentica, permanente volontà di pace quale condizione indispensabile di una informazione libera e plurale capace di rappresentare degnamente i valori della convivenza civile, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha deciso, di rinviare ad altra data la manifestazione per la libertà di stampa programmata a Roma per sabato prossimo. In un momento tragico come questo ci stringiamo attoniti accanto ai nostri morti in Afghanistan. Sono morti dell’Italia che paga oggi un pesante tributo nella frontiera della sicurezza internazionale e della lotta al terrorismo. Il nostro rispettoso pensiero va subito ai soldati caduti, alle loro famiglie,alle Forze Armate che, in un Paese martoriato, rappresentano la nostra comunità in ossequio a risoluzioni dell’Onu, in una complicata ricerca di una via di uscita dell’Afghanistan dal terrore verso la democrazia”. C’è qualche cosa che non torna: ci sono due modi soli di scrivere un messaggio come questo. Quello in cui si dice: spostiamo per lutto. Punto e basta, retorico e d’occasione se si vuole. Oppure si devono calibrare le parole, perché in quel messaggio non c’è solo l’aspetto umano, ma ci si spinge sul fattore politico. E allora non si capisce come razionalmente si possa mettere insieme una missione di “pace” con la permanente volontà di pace, non si capisce perché parlare della frontiera di sicurezza internazionale e della lotta al terrorismo, come avrebbe potuto ben scrivere il ghost writer dell’ex presidente Bush, più che un sindacato di categoria.

 

I giornali, i titoli, il cubitale che inevitabilmente oggi ritorna. Le parole, il significato delle parole, hanno solo due modi di impiego: quello rispettoso del pensiero che esprimono, come se fossero un ideogramma che si scolpisce nelle caselle che abbiamo imparato a decodificare fin dall’infanzia. Oppure la perdita di significato per cattivo utilizzo, per logoramento, per mistificazione, per sciattoneria, o per spettacolarismo. E, viste le immagini che hanno accompagnato la notizia dell’attentato con cadaveri, feriti, distruzione, non si capisce perché voler far volare l’iperbole letteraria. C’è un altro motivo, cinico, che porta all’orgasmo di mezzi, parole, strutture verbali ed enfasi spinta. Il caso mediatico, già grave, molto grave, già doloroso per chi lo ha vissuto, già significativo anche a livello politico e sociale, diventa una leva che cerca di spingere l’emozione, lo stupore, la compassione.

La notizia si droga, è dopata e così regge e deve reggere almeno – oggi lo sappiamo- fino a lunedì e ai funerali di Stato. Certo, ci sono gli editoriali, le analisi e i commenti. Ma quelle parole tornano negli occhi: strage, massacro, inferno, reagire. Mentre scorrono sulla rete attentati, bombardamenti e morti di fame, che di caratteri cubitali non vedranno nemmeno l’ombra.

 

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2 risposte a Propaganda di guerra

  1. Formula Otto ha detto:

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  2. mauro ha detto:

    guerra contro chi\’ ….solo perchè bush non poteva dimostrare al mondo di essere un perdente .

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