Il giorno della persuasione

 

Quando lo Stato si prepara ad assassinare, si fa chiamare patria

(Friedrich Dürrenmatt)

 

 

 

di Marco SferiniLanterne Rosse http://www.lanternerosse.it/?p=789

 

Il dolore sincero, profondamente vissuto e ormai a vita radicato nei cuori e nelle menti è stato quello delle madri e dei padri, delle mogli e delle fidanzate, così come la tenerezza dei bambini, nell’indossare un basco amaranto che l’arcivescovo di Cagliari, nella diretta del Tg5, definisce come simbolo dell’eroismo dei sei soldati della Folgore morti a Kabul. Il prelato tiene a sottolineare più volte che l’esempio che avranno i piccoli figli dei militari oggi è l’eroismo dei loro padri, una stella che li guiderà nella vita.

La retorica, come si può vedere, viene avanti con una indecenza che neppure la cultura di un uomo di chiesa riesce a trattenere. Il Comune di Roma distribuisce gratuitamente i tricolori da sventolare, quasi si trattasse di una manifestazione e non di un funerale e alcuni giovani, intervistati dal Tg1, a domanda rispondono: “Sì credo nella Patria, perché è un valore, perché ci difende e ci protegge”. Veramente è la “Patria” che chiede sempre di essere protetta e che quindi ha un esercito, delle brigate come la Folgore e tutto un complesso reticolo di comandi e controcomandi che ne fanno un mondo a parte molte volte, separato dalla vita civile.

Un mio caro amico spesso mi dice: il contrario di militare è civile, quindi se ne desume che il militarismo è incivile. Il sillogismo non è azzardato, almeno se messo su un piano più che di logica aristotelica, di ideologia e quindi di pensiero. Obbedire, comandare, imbracciare armi è tutto tranne che civiltà.

Se pensiamo che gli esseri umani siano nati e crescano per dividersi in obbedienti e comandanti, in civili e militari, allora possiamo anche smetterla di discutere, qui, subito.

Se invece pensiamo che dietro al militarismo ci siano altri interessi, allora forse è possibile capire meglio perché l’eroismo è solo quello di chi crepa in un agguato talebano (che a seconda dei punti di vista potrebbe anche essere visto come un atto di resistenza alle truppe occupanti e non liberatrici…) e quindi merita tricolori a bizzeffe, funerali di Stato e omaggi internazionali da ogni dove, e chi, invece, muore perché precipita dall’alto di un ponteggio in un cantiere è solo una vittima della mancata sicurezza sui luoghi di lavoro.

Gli eroi non esistono. Esistono solo uomini e donne che muoiono in circostanze diverse, e un lavoratore non fa meno di un militare per la cosiddetta “Patria”. Un lavoratore, nella mera visione di mercato, crea plusvalore, crea ricchezza per le industrie, contribuisce al Prodotto Interno Lordo del suo Paese. Un militare controlla le strade per via del decreto sicurezza, va a Baghdad e va a Kabul a sostenere la missione della Nato le cui regole di ingaggio non sono certo di sola difesa, ma anche di offesa. Altrimenti non si spiega la strategia dell’Alleanza atlantica che bombarda ogni settimana i villaggi dei civili perché sospetta che vi si nascondano i talebani.

Quei talebani che controllano pienamente il 75% del territorio afghano e che, a quanto detto da alti comandi del nostro esercito, riescono a penetrare perfino nel territorio della capitale, dove non dovrebbe passare uno spillo di un cosiddetto “terrorista”. Invece entra una macchina piena di esplosivo e fa saltare un intero convoglio italiano proprio nel centro della città distrutta dalla guerra.

Ma oggi è il giorno della retorica unificata: Chiesa e Stato si stringono le mani, piangono i morti e, con la voce pacata del sacerdote, mostrano l’unità popolare, l’amore per la vita, l’odio per la morte e la violenza. Contraddizioni si sprecano a piene mani. E solo una vera vicinanza al dolore dei famigliari fa sopportare la visione della cerimonia funebre.

Poi accade qualcosa di inaspettato: mentre arcivescovo e concelebranti proseguono nel rito cristiano e invitano allo scambio di un “gesto di pace”, un uomo sale sull’altare e trova un microfono acceso, lo prende e si mette a urlare ritmicamente per cinque volte: “Pace subito!”. C’è disorientamento: Antonio Martino cerca di individuare da dove arrivi quella voce, un po’ come i fascisti di Amarcord alla ricerca del fonografo che suonava l’Internazionale nel buio della sera. Uno smarrimento che dura qualche istante. Poi si riprende.

Ma, verso la fine, uno dei momenti più asintonici con la pace, l’amore e la fratellanza è la preghiera del paracadutista, il cui patrono è l’Arcangelo Gabriele. C’è sempre un santo per ogni cosa: Santa Barbara per gli artiglieri e Gabriele per i paracadusti. La preghiera è il peggio del peggio di un mistilinguismo clericale, fideistico e patriottardo.

Un linguaggio che, per un pacifista, è una contraddizione in termini, una serie di ossimori che sono comunque benedetti da Santa Romana Chiesa.

La preghiera più bella, anziché tante parole vuote e altisonanti al tempo stesso, doveva essere una domanda: “Perché obbedite?”. Perché vi piace obbedire, essere parte di un ingranaggio di comando che aliena le menti, che esercita passione nel cameratismo, nella disposizione ad una unità di intenti che viene svolta in nome dell’Italia ma di cui l’Italia non ha alcuna colpa o merito. Le missioni militari all’estero, a parte quella libanese di qualche tempo fa, sono state tutte missioni di supporto a guerre e non missioni di pace. Si sono intraprese per sostenere lo sforzo bellico americano e inglese prima in Afghanistan e poi in Iraq, così come in Kosovo o in Somalia.

E non fu proprio in Somalia che molti nostri militari si comportarono in modo tale da sollevare inchieste e inchieste dove veniva scritto, da fonti diverse, che si erano verificati episodi di tortura verso le donne somale, stuprate con mezzi rudimentali, mentre gli uomini venivano messi alla gogna con i fili del telefono collegati ai testicoli…?

Episodi? Sì certo, ma il militarismo e la guerra li provocano. L’esaltazione del combattimento, la paura e il terrore che nasce nel soldato, che resta un uomo e resta una donna, in fin dei conti… E allora, per esorcizzare questi sentimenti che vanno al di là della mente, il cameratismo è sempre utile e unisce in atrocità che altrimenti sarebbero impossibili.

Accade così per i peggiori atti di nonnismo e accade così anche per queste barbarie che vengono commesse.

Questo significa che il mondo militare non è solo il soldato che distribuisce le caramelle ai bambini, che li aiuta a prendere l’acqua alla fonte, che promette pace e la garantisce.

La pace può avere molti nomi, essere definita come si vuole. Ma non sarà mai pace quella che viene da una guerra di conquista, di invasione, di una amministrazione governativa contro un popolo che ha tutto il diritto di scegliere il suo cammino di vita e che non deve farsi insegnare la democrazia da nessuno.

C’è un’idea malsana di superiorità della “razza”, o di una nazione verso le altre nella concezione di “esportazione della democrazia”. C’è, alla fine di tutto, un bisogno di una ideologia conquistatrice per ottenere potere economico da risorse che altrimenti sarebbero imprendibili.

E allora, rispetto e cordoglio alle famiglie dei soldati uccisi a Kabul, ma nessun rispetto per la retorica delle bandiere tricolori del Comune di Roma; per l’omelia dell’arcivescovo che mescola guerra e pace, amore e odio; per la preghiera del paracadusta e per quel corredo di suoni e colori, voluti dal ministro La Russa, che le Frecce hanno disegnato nel cielo di Roma.

Solo quando avremo riportato tutti i soldati entro i nostri confini, solo allora potremo parlare agli afghani e agli altri popoli del mondo di pace. Fino ad allora saranno solo discorsi ipocriti, parole di prammatica.

 

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