Azione e reazione … nucleare

 

di Ganni Mattioli, Massimo ScaliaIl Manifesto

 

Finalmente è accaduto. Quella posizione politica di rifiuto del nucleare sul loro territorio, che alcuni presidenti di Regione avevano pubblicamente preso subito dopo che gli atti del Governo si erano mostrati conseguenti con la dichiarata volontà di riprendere la partita nucleare, assume ora il profilo più elevato e concreto del ricorso alla Corte Costituzionale.

E il ricorso estende il rifiuto anche a Regioni che, come Lazio, Umbria, Liguria e Marche, non avevano ancora preso una posizione politica sulla questione.

Non è stata una decisione facile.

Nell’incontro che il comitato «Sì alle fonti rinnovabili, No al nucleare» aveva avuto col presidente della conferenza Stato-Regioni, Vasco Errani, le ragioni della cautela non riguardavano solo la materia costituzionale ma la considerazione che un ricorso alla Corte, che non fosse ben studiato e saldissimamente fondato, avrebbe esposto al rischio di un possibile rigetto. Si aggirava il fantasma dell’analoga vicenda sul decreto "sblocca centrali" di qualche anno fa. Oggi, che il dado è tratto, vada il plauso alle Regioni ricorrenti, e noi ne approfittiamo per ringraziare, tra gli altri, Ernesto Bettinelli per il suo prezioso contributo di studioso costituzionalista.

E’ stata così posta una solida prima pietra, ben prima di quella che il governo auspica per una centrale atomica del suo programma. Le associazioni ambientaliste, i comitati risorti sui siti in odore di una possibile indicazione tirano un sospiro di sollievo, insieme a tutti quei cittadini che, oltre ai corposi problemi irrisolti del nucleare, vedono nella «follia nucleare» del governo un’inequivocabile segno reazionario: la Ue, Obama, la Cina stessa puntano al 2020 con obiettivi importanti di risparmio energetico e per le fonti rinnovabili, mentre l’Italia si allontana da questa sfida coi suoi competitori e guarda al passato in una direzione carica di rischi e di costi per la collettività. Del resto, che cosa aspettarsi da una maggioranza che, unica nel novero dei paesi occidentali, ha varato in Parlamento una mozione «negazionista» dei cambiamenti climatici come prodotti dalle attività dell’uomo?

Si prospetta, in tutta la sua gravità e in tutte le sue dimensioni l’affaire nucleare, dalle navi dei veleni, alla collina del Cesio 137, alle scorie radioattive, all’incapacità di gestione e di tutela della salute pubblica che, proprio su questo terreno, questo governo ha già ampiamente dimostrato, quando di fronte ai fatti il velo mediatico non copre più.

Allora il no al nucleare, senza alcuna subordinata, si pone come condizione necessaria per affrontare con nettezza questo sfasciume. E, in positivo, per lasciarsi alle spalle il vecchio modello energetico ad alta concentrazione e il nefasto mito della crescita illimitata. Per muovere con politiche concrete e stanziamenti pubblici, disponibili per le Regioni e per gli altri Enti territoriali, verso il nuovo modello proposto dalla «rivoluzione energetica» dei tre 20% della Ue: uso efficiente dell’energia e fonti diffuse sul territorio, disponibili per tutti a partire dall’autoconsumo, e in generale più controllabili da parte dei cittadini.

Lungo questa strada si può rimontare quell’occasione che il governo Berlusconi è pervicacemente teso a voler mancare. E si possono incontrare quei soggetti che diffondono il ricorso alle «buone pratiche», ai gruppi di acquisto solidali, alle azioni di difesa della salute e ad altri strumenti, che ampliano quel mercato in cui il valore d’uso conta più del valore di scambio e che trasformano la mobilitazione delle coscienze individuali in azione non solo culturale e sociale ma anche politica.

È un pezzo fondamentale di un riformismo vero, così necessario al nostro Paese. E magari si incrociano anche speranze, bisogni e coscienze di quelli che tra qualche mese saranno chiamati a votare per i nuovi Consigli regionali.

 

 

 

di Guglielmo RagozzinoIl Manifesto

 

Una corsa contro il tempo. La legge 99 del 23 luglio 2009, su «Sviluppo, internazionalizzazione delle imprese ed energia», pubblicata il 31 luglio, poteva essere impugnata dalle Regioni entro due mesi. Trascorso il periodo, il governo avrebbe deciso in totale autonomia dove collocare le sue otto/dieci centrali nucleari, i famosi siti, oggetto di preoccupazioni dei cittadini. Non finirà così. Cinque Regioni: Calabria, Toscana, Liguria, Piemonte, Emilia Romagna hanno impugnato la legge e nelle prossime ore altre lo faranno.

Nella dichiarazione di Vasco Errani, governatore dell’Emilia Romagna che si è unito per ultimo alla lista dei ricorrenti compare il concetto di «intesa forte» che si deve stabilire tra Stato e Regione, nel rispetto del ruolo e della funzione di entrambi, in via preliminare a ogni autorizzazione. «Non è possibile che l’eventuale contrarietà di una Regione ad accogliere un impianto possa essere considerata alla stregua di un semplice parere non vincolante. Per questo abbiamo deciso il ricorso alla Corte». Iinsomma, in tema specifico nucleare l’Emilia Romagna non dice né sì né no. Gli ambientalisti avranno il loro da fare per orientare e convincere tutti.

Il governo ha fatto un errore di faciloneria. Si è fidato troppo della disattenzione delle ferie. Non ha tenuto conto della presenza delle associazioni ambientaliste, Wwf, Legambiente, Greenpeace che l’11 settembre hanno inviato una lettera di 12 righe ai presidenti delle Regioni e agli assessori all’Energia e all’Ambiente per ricordare loro che la legge avrebbe escluso i territori da loro amministrati dalla scelta dei siti; e che avrebbero anche dovuto sopportare l’affidamento a imprese private senza avere voce in capitolo, tranne un parere non vincolante in sede di Conferenza unificata Stato Regioni.

Il Governo aveva anche pensato di sondare il terreno con una serie di indiscrezioni sulle aree da utilizzare per le centrali e per la discarica finale delle scorie nucleari, facendo seguire a ogni indiscrezione una smentita. Pensava di causare sufficiente sconcerto, evitando contrasti da parte delle Regioni: seminare il dubbio e irridere alle preoccupazioni «immotivate», mettendo tutti contro tutti.

La sollecitazione degli ambientalisti conteneva due punti chiave: per legge, l’iter avrebbe scavalcato il «territorio», ridotta la possibilità d’informazione dei cittadini, rischiato di militarizzare gli impianti la cui localizzazione sarebbe stata decisa, prevedibilmente, nei fatti, da operatori privati. Con il secondo punto si richiamavano le Regioni a decidere rapidamente, perché i termini di un possibile ricorso da parte loro alla Corte costituzionale erano in scadenza. Comunque la pensassero, in ordine alle centrali nucleari, toccava a esse Regioni il compito di tutelare la democrazia del paese e la trasparenza della procedura.

La decisione della Corte nel conflitto sollevato dalle Regioni non sarà presa in un lasso di tempo breve. Non, con tutta probabilità, prima delle elezioni regionali di primavera. Al momento del voto vi saranno candidati contrari al nucleare in Regione e altri favorevoli, oppure accusati – e questo sarà ancora peggio – di non avere aperto bocca, di non avere difeso il territorio con abbastanza coraggio. Ma si pensi al caso della Sardegna, dove si è già votato per le elezioni regionali. Nell’isola circolano le voci più feroci, riportate per esempio da La nuova Sardegna del 9 settembre. Partendo dal presupposto che la Sardegna è l’area più stabile dal punto di vista sismico, le si attribuiscono tre se non quattro centrali nucleari, tutte «quelle che il governo intende costruire, anche se poi bisognerebbe risolvere il problema del trasferimento dell’energia». ma come è ovvio la Sardegna, a partire dalla sua amministrazione regionale di destra, non accetta il ruolo di sfogo nucleare ed elettrico per tutta l’Italia continentale.

 

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