Il razzismo è una brutta storia

 

 

Quando l’immigrato si addormenta davanti a casa mia, ubriaco, anche io provo una senso di disgusto. Se io non sono razzista non è perché amo tutti gli altri indifferentemente. Non voglio fare la damina dell’ottocento che considera il povero uno da salvare. Un po’ come i matti, che sono sempre considerati o da legare o mattacchioni simpatici, difficilmente ci accostiamo a loro con serietà, cioè considerandoli delle persone. Ecco, così dovremmo fare con gli immigrati. Accostarci a loro non come se fossero generici Altri ma per come sono: persone.

(Ascanio Celestini)

 

 

di Mariagrazia Gerina l’Unità

 

C’è la storia di quel sindaco… «Come si chiama? – si interrompe Ascanio Celestini – Gentilini, sì, il sindaco di Treviso. Ecco, lui ce l’ha con tutti, omosessuali, immigrati, a un certo punto si è messo a dare battaglia anche sui cani: dobbiamo difendere i cani italiani, quelli che andavano a fare le passeggiate in campagna con i nostri anziani, basta con queste razze straniere». E poi c’è la storia di quel presidente del Consiglio – Berlusconi, sì – che «una volta, dieci anni fa, era contro i respingimenti, si commuoveva, piangeva per gli immigrati, e adesso ha cambiato idea: meno lacrime, più capelli». E c’è la storia di quelli che vanno scrivendo sui muri: «Solo lame». Personaggi noti, e meno noti, del belpaese che un brutto giorno si scopre razzista. A cui Ascanio Celestini presta la voce per condurci racconto dopo racconto – qualcuno inedito, qualcuno ripreso dal suo repertorio – dentro quella brutta, bruttissima, storia che si chiama razzismo. I protagonisti? «Non bisogna andare a cercarli per forza a Pontida, basta affacciarsi al bar sotto casa…».

 

Il razzismo è una brutta storia. Si intitola così lo spettacolo che l’autore di “Scemo di guerra” e di “Pecora nera” porterà in giro per l’Italia. Debutto a Viterbo, il 24 settembre, al Cine-teatro “Il Genio”. E poi il 20 ottobre al Circolo Arci di Grassina (Firenze), il 21 all’Auditorium Paganini di Parma, il 22 al Cenacolo francescano di Lecco, il 19 novembre alla Camera del Lavoro di Piacenza, etc.. Ultima data a Bagno di Romagna, Teatro Garibaldi, il 29 novembre. Una tournée pensata come una campagna contro il razzismo. Promossa dall’Arci, con la collaborazione della Casa Editrice Feltrinelli.

 

Un viaggio nel linguaggio razzista, usato con incoscienza o con compiacimento. Nei tic, negli automatismi, nelle paure («che poi sono le stesse nostre») del razzista medio. Quello che proprio perché è consapevole di vivere un conflitto inizia dicendo «Io non sono razzista…». Imparare a fare l’orecchio alle sue parole – spiega Celestini – è lo scopo dello spettacolo: «Perché è come in guerra, una partigiana mi ha raccontato che quando le hanno sparato la prima volta non capiva perché non riconosceva il rumore delle pallottole». Ecco allo stesso modo – dice Celestini – noi dobbiamo imparare a riconoscere il «rumore del razzismo». Entrare in certi automatismi e scardinarli. Impadronirsi della narrazione che sta dietro a certi comportamenti. Perché il razzismo, appunto, è anche e soprattutto una «gran brutta storia». Un modo mistificatorio di raccontare l’altro. «Goebbels diceva: “Ripeti una bugia molte volte, alla fine la trasformi in una verità”».

 

Vedi alla voce sicurezza. «Per me è quella quotidiana, fatta di lavoro, scuola per i miei figli, cure mediche se ne ho bisogno», spiega Ascanio. «Il razzismo crescente nella società e quello che trasuda dalle decisioni istituzionali si stanno alimentando a vicenda», avvertono Filippo Miraglia e Paolo Beni dell’Arci, che il 17 ottobre contro il razzismo chiamerà in piazza l’altra Italia.

Un viaggio nel linguaggio razzista, usato con incoscienza o con piacere. Nei tic, negli automatismi del razzista medio. Quello che proprio perché è consapevole di vivere un conflitto inizia dicendo «Io non sono razzista…». Imparare a fare l’orecchio alle sue parole – spiega Celestini – è il senso del suo nuovo spettacolo: «Perché è come in guerra, una partigiana mi ha raccontato che la prima volta che le hanno sparato non se ne è nemmeno accorta perché non riconosceva il rumore delle pallottole». Ecco allo stesso modo – dice Celestini – noi dobbiamo imparare a riconoscere il «rumore del razzismo». Entrare nei meccanismi che regolano in maniera automatica certe reazioni e scardinarli. Impadronirsi della narrazione che sta dietro a certi comportamenti. Perché il razzismo, appunto, è anche e soprattutto una «gran brutta storia». Un modo mistificatorio di raccontare l’altro. «Goebbels diceva: “Ripeti una bugia molte volte, alla fine la trasformi in una verità”».

 

«È per questo – spiega Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione dell’Arci – che abbiamo chiesto al mondo della cultura di aiutarci: perché è inaccettabile che una buona maggioranza del paese consideri normale che in Italia ci possa essere una apartheid fatta di meno diritti per gli immigrati e classi separate per i loro figli».

 

«Il razzismo crescente nella società e quello che trasuda dalle decisioni istituzionali si stanno alimentando a vicenda», avverte Paolo Beni, che si prepara a lanciare per il 17 ottobre una manifestazione nazionale contro il razzismo. Prima a teatro, quindi, poi in piazza.

 

 

 

di Matteo FincoLa Repubblica

 

Celestini racconta il razzismo "Un prodotto dell’uomo"

"Il razzismo è una brutta storia", e soprattutto è una realtà nell’Italia di oggi. Ne sono convinti Ascanio Celestini e l’Arci. L’associazione, in collaborazione con Feltrinelli, ha organizzato una campagna di sensibilizzazione: da oltre un anno, attraverso film, libri, mostre itineranti e concorsi cerca di combattere quel nemico invisibile che corrode i legami sociali alimentando paure e conflitti. Realizzata anche una t-shirt antirazzista, con una citazione di Bertold Brecht.

 

"Il tema del razzismo in realtà è affascinante, perché è straordinaria la capacità, che solo l’uomo ha, di inventare l’altro, il ‘diverso’. Si tratta di creazioni culturali, totalmente innaturali, che infatti non sono proprie degli animali" dice Celestini. L’Arci gli ha chiesto di partecipare alla campagna antirazzista a modo suo, cioè con uno spettacolo, che lui fatica a definire teatro. "Si tratta di una serie di racconti messi in fila uno dietro l’altro, una serie di storie, personaggi e paradossi, alcuni già fatti e ora ripresi, altri inediti".

 

Ma si tratta anche di un lavoro che si svilupperà in itinere, durante la tournée – che, in undici date, partendo da Viterbo si concluderà a Bagno di Romagna, passando per Parma, Macerata e Mantova. "Speriamo di no, ma sicuramente dovremo aggiornarlo con quello che accadrà nel frattempo, con le prese di posizione e gli episodi sul tema".

 

"Abbiamo scelto lo strumento della cultura – dice Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione dell’Arci – per screditare il pensiero razzista fin dalla negativa percezione dello straniero, in un Paese che mette in discussione e demolisce i primi articoli fondamentali della Costituzione". Paolo Beni, presidente dell’Arci, ha aggiunto: "C’è la difficoltà crescente degli individui nel riconoscersi e costruire un sistema di relazioni, nell’alimentare un sano dibattito. Sta alla cultura fornire gli strumenti necessari a rielaborare i cambiamenti della società e a far capire che la convivenza è necessaria".

 

L’assurdità del razzismo è evidente secondo Celestini: "Sono pochi gli elementi che ci fanno percepire una differenza rispetto agli altri, è molto facile trovare le eguaglianze e gli elementi in comune. Quando ero ragazzo la situazione era molto diversa, vedevo il razzismo come una cosa lontana, che riguardava gli Stati Uniti. Ora invece è realtà anche per noi, con alcune leggi, con i proclami e le dichiarazioni di alcuni politici".

 

Per questo l’attore romano ritiene importante affrontare il problema in modo deciso e diretto, combattendo i pregiudizi che lo alimentano e riappropriandosi del linguaggio razzista, "perché se non lo conosciamo, non lo riconosciamo", rischiando di sottovalutare le situazioni critiche. La prolifica attività di Celestini, con spettacoli, documentari, libri, articoli, testimonia il suo impegno nel raccontare i problemi dell’attualità italiana. "Io non racconto il passato, ma il presente e vorrei parlare sempre di quello che vedo. Io non faccio il politico ma con il mio lavoro faccio politica, inevitabile farla sempre, a scuola, in ospedale, in piazza".

 

E ha qualcosa da dire proprio sulla realtà della politica italiana: "La sinistra non ha fatto i conti con gli anni ’70: un periodo importante, pieno di conquiste, come la legge 180, l’aborto, il divorzio, ma anche violenti e ricchi di errori. Dai quali la sinistra non si è più ripresa. Oggi infatti un ragazzo progressista deve rifarsi ad un passato lontano come quello della Resistenza, non ha punti di riferimento più vicini". "E i dirigenti hanno la tendenza a scaricare sempre sugli altri le responsabilità".

 

Celestini, una delle forze principali che alimentano il razzismo è sicuramente quella della paura. Ma come si fa a vincerla? "La paura è una dimensione normale: anch’io temo i ladri o che possa accadermi qualcosa di brutto. Credo invece che dobbiamo imparare a convivere con essa. Piuttosto occorre diffidare da chi dice sempre "Non c’è niente di cui preoccuparsi", perché chi dice così mi fa pensare che mi stia prendendo in giro! Purtroppo è passata l’idea che viviamo in uno stato di emergenza continua, e questo è drammatico. Si parla sempre del problema della sicurezza, ma la sicurezza non ha a che fare, ad esempio, con le leggi che criminalizzano i clandestini, la sicurezza è ben altro: il lavoro, uno stipendio, la salute, quelle cose fondamentali per qualsiasi cittadino, che fanno parte della sua quotidianità".

 

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