Perché la farsa era necessaria

 

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare

(Pietro Calamandrei)

 

 

 

Se qualcuno avesse avuto dei dubbi sulla manifestazione di ieri, basta dare un’occhiata a questo imparziale editoriale e fare un confronto con le dichiarazioni di un Capezzone qualunque.

 

 

Fonte: http://www.youtube.com/user/NicoloTelevision

 

 

 

di Dino Greco Liberazione

 

Una folla enorme. Piazza del Popolo stipata sino all’inverosimile, come pure tutte le vie d’accesso. Del tutto superfluo ingaggiare il consueto duello sulla stima delle presenze. Forte – e incoraggiante – anche la mobilitazione dei precari della scuola. Una buona giornata, insomma. Per quanto era in noi, abbiamo lavorato per il successo delle manifestazioni di ieri e siamo soddisfatti di avervi portato un visibile contributo. Di partecipazione, innanzitutto, ma non solo. Dico di partecipazione perché, da quando mondo e mondo, è la presenza delle persone, sono i loro slogans, i messaggi impressi negli striscioni e nei cartelli, è il "tono" emotivo che attraversa la piazza a dare il segno, la cifra dell’evento, a decretarne il successo ed il significato. Spesso persino oltre le intenzioni dei promotori. Lì si esprime una creatività, un’autodeterminazione collettiva che diviene – immediatamente (nel senso letterale del termine: senza mediazioni) – un fatto politico. Dove la politica non è più amministrata dal ceto autistico che pretende di custodirla in esclusiva, ma diventa protagonismo, partecipazione attiva, l’esatto contrario del rapporto unilaterale che sovrappone chi ha il monopolio della parola, scritta o parlata, a chi invece può solo ascoltare. In piazza bisogna volerci venire. E’ una libera scelta che implica un certo grado di consapevolezza. E, soprattutto, la voglia di contare. E’ la democrazia che si organizza. C’è, in queste osservazioni, un sovraccarico retorico? Forse. C’è un eccesso di ottimismo? Forse. Ma nella situazione data bisogna pur cogliere – e sospingere – ogni sussulto di protesta, di opposizione al processo degenerativo che sta minando, sin nelle fondamenta, la Repubblica e la sua Costituzione. Gli avversari della mobilitazione di ieri hanno in questi giorni sollevato l’obiezione che dietro il pretesto della difesa della libertà di stampa e del pluralismo vi sia soltanto un complotto politico antiberlusconiano, ordito e guidato da un centro di potere politico e mediatico del tutto speculare a quello dominato dal caudillo di Arcore. Ora, che nel "partito di Repubblica" non si risolva affatto il tema di una informazione davvero libera e indipendente è chiaro come il sole. Ma lo è altrettanto che il reggimento totalitario di Berlusconi, la sua propensione ad eliminare qualsiasi pur tenue elemento di pluralismo, nell’informazione come nella dialettica politica, persino dentro il proprio genuflesso schieramento, fa sì che la costruzione di un tessuto democratico abbia come precondizione il tramonto di un potere personale che rappresenta un pericolo permanente. Che poi vi sia chi attende di raccogliere i frutti da questo scuotimento senza alterare ed anzi preservando i rapporti sociali e politici esistenti è del tutto evidente.

Lo dimostra il ben diverso peso che la "libera" stampa ha assegnato alle compulsive patologie sessuali del premier rispetto ai contenuti della politica economica e sociale del suo governo, rivolta a fare a pezzi l’intero sistema dei diritti e il bilanciamento dei poteri fissato dalla carta costituzionale. Bisogna tenerne conto. E riflettere sul fatto che tutto ciò che si muove – socialmente e politicamente – fuori dall’universo bipolare, semplicemente non esiste. Sostenere dunque che in Italia c’è libertà di stampa per il sol fatto che una trasmissione – sia pure sotto schiaffo – ha potuto dire peste e corna di Berlusconi, non sta né in cielo né in terra. Un’ultima, credo fondamentale considerazione. Tutta la politica e, nondimeno, lo stesso oligopolistico mondo dell’informazione, si possono muovere dentro una bolla sospesa e autoreferente perché dentro la società langue, ristagna, o nella migliore delle ipotesi muove passi incerti e intermittenti, la mobilitazione sociale. E’ tempo immemorabile che il mondo del lavoro è rinculato dentro una pura difesa corporativa (a dire il vero fragile anch’essa), incapace di rappresentare un punto di riferimento davvero alternativo per l’insieme della società, e per gli intellettuali (se mai ne esistono ancora) di questo Paese. Lo stesso si può dire per i movimenti. Finché queste soggettività non riusciranno a ritrovare parola, proposta e capacità di attrazione, l’anomia sociale continuerà a specchiarsi nel – e ad alimentarsi del – caravanserraglio mediatico, in primis quello televisivo. Che pare, sempre di più, un universo parallelo, dove i problemi della gente entrano – quando entrano – solo di striscio e senza lasciare traccia. Perché tutto il resto è un potente anestetico, propinato con martellante, metodica pervasività, attraverso la quasi totalità dei palinsesti televisivi. Un documentario ( Videocracy ) che circola quasi clandestino in poche sale cinematografiche mostra con rara efficacia come la passivizzazione di massa – scientificamente coltivata – possa diventare il terreno propizio per avventure reazionarie. Ricordate la vecchia (e quanto preveggente) canzone di Enzo Jannacci degli anni settanta che recitava: «la televisiun la ga na fôrza de liun, la televisiun la ta rent come ‘n cujun»: «la televisione ha una forza da leone, la televisione fa di te un coglione»)? A questo punta – con luciferina consapevolezza – Silvio Berlusconi. Da oggi gli sarà più difficile.

 

 

 

di Matteo Tonellihttp://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/liberta-stampa-2/cronaca-manifestazione/cronaca-manifestazione.html

 

"Il cittadino non informato o informato male è meno libero". Basterebbe questa frase, detta dal palco dal presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, per spiegare il senso della giornata. Questo 3 ottobre che ha visto 300mila persone (secondo la stima degli organizzatori, 60mila per la questura) stipare all’inverosimile piazza del Popolo a Roma, fino a creare un muro di persone in buona parte delle vie del centro.

 

Dovere di informare e diritto di essere informati, è lo slogan di cui si è fatta promotrice la Federazione nazionale della stampa. E all’appello hanno risposto in centinaia di migliaia. Arrivati in piazza del Popolo per applaudire Roberto Saviano che elenca nomi dei giornalisti caduti mentre facevano il loro mestiere. Chiedendo che non si "infanghi" il loro nome. Ricordando che "verità e potere non coincidono mai". In piazza per gridare la loro solidarietà a Repubblica, L’unità, Annozero, Report e a tutti coloro che, da tempo, sono nel mirino dell’esecutivo. Per riconoscersi. Per dire e, dirsi, che la libera informazione è il tassello fondamentale della democrazia. Per cantare che "libertà e partecipazione".

 

E’ una piazza davvero affollata quella baciata da un primaverile sole romano. Con la voglia di far sentire la sua voce. Di dire che non tutto "è reality", che "un’altra Italia è possibile". Una piazza militante, certo. Con i cartelli contro Berlusconi. Che fischia sonoramente quando i precari nominano il ministro Gelmini. Ma che non fa sconti nemmeno a sinistra. "D’Alema chiedi scusa e poi vattene", recita un cartello.

 

E’ una piazza che esprime un bisogno di partecipazione, di mobilitazione. Piena di ragazzi e ragazze. Sono davvero tanti quelli venuti a piazza del Popolo. Gente che cita Gramsci e il suo "odio per gli indifferenti". Una piazza variegata. Ci sono i giornalisti, davvero tanti. Anche quelli della stampa cattolica, da Avvenire a Famiglia Cristiana, il cui direttore Don Sciortino manda un messagio per dire che è "diabolico far credere che questa manifestazione sia una farsa. La legittimazione del voto popolare non autorizza nessuno a colonizzare lo Stato e a spalmare il Paese di un pensiero unico senza diritto di replica". Si schiera anche il cdr di Mediaset.

 

Ci sono cittadini che a farsi dare dei "farabutti" dal premier non ci stanno. Anche se quelli di Rai3 se lo scrivono, beffardamente, in uno striscione. Giornalisti che vedono minacciata la loro professione. "Il governo ritiri il dl Alfano e le querele contro Repubblica e Unità" dice il segretario della Fnsi, Franco Siddi.

 

E ci sono i partiti e le loro bandiere, anche se gli organizzatori avevano chiesto un passo indietro. Franceschini e Bersani (che per un giorno dimenticano la sfida congressuale), Bertinotti, Di Pietro. C’è la Cgil di Guglielmo Epifani che ha organizzato molti pullman. Mancano Cisl e Uil e la piazza li fischia. Ed ancora l’associazionismo, l’Arci, Giustizia e Libertà. Gli universitari con il bavaglio sulla bocca. Ma anche il mondo della cultura, preoccupato per i tagli, altra forma di restringimento della libertà. Nanni Moretti si mischia tra la folla e lancia un affondo al centrosinistra "che negli ultimi 15 anni ha sbagliato tutto". Serena Dandini incassa applausi. E ci sono i precari della scuola che oggi a Roma si sono ritrovati in corteo. E tantissimi semplici cittadini.

 

Come Paola Franchi e Graziella e Donatella Andreani. Sono partite da Verona alle sette della mattina. Il perché lo spiegano così: "Bisogna difendere la democrazia, oggi è sempre più difficile far conoscere verità. Lo diciamo anche ai giornalisti: tenete la schiena dritta".

 

C’è gente così a questa manifestazione che non è una festa, non è una farsa (come l’ha definita Berlusconi) e non è nemmeno uno spettacolo (nonostante ci siano i cantanti). "E’ l’ennesima manifestazione contro Berlusconi" tuona la destra. E di sicuro, da queste parti, il premier non riscuote simpatie. Ma non è lui il protagonista, stavolta. Certo, alcuni cartelli lo sbeffeggiano. Richiamano la vicende delle escort a palazzo Grazioli. "L’infomazione rende liberi, papi ci rende schiavi". "Dieci ragazze per me posson bastare". "Le notizie non si coprono con il cerone". Un cartello ricorda le dieci domande di Repubblica a cui il premier non ha mai risposto. L’antiberlusconismo c’è. I fischi al Tg4 e a Feltri pure. Ma c’è anche molto altro. Ci sono cartelli che citano Calamandrei quando paragona la libertà all’aria. Altri che ricordano come non essere ascoltati non sia una buona ragione per tacere. Se c’è un messaggio che questa piazza lancia è proprio questo. Non è più tempo di feste e spettacoli. E quando Marina Rei canta Gaber, quel "libertà è partecipazione" sembra l’unica colonna sonora possibile per una giornata così.

 

 

 

Fonte: http://www.youtube.com/user/exNicoloChannel

 

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