Una poesia al giorno toglie la nostalgia di torno: Vallejo (2)

 

Nella cella, nel duro, anche

 

Nella cella, nel duro, anche

i cantoni si acquattano.

 

Accomodo ciò che, nudo, fa grinze,

si piega, si sfilaccia.

 

Smonto dal mio cavallo ansante, soffiando

via tracce di percosse e di orizzonti;

piede schiumoso contro i suoi tre zoccoli.

E lo incito: Andiamo, animale!

 

Si piglierebbe meno, sempre meno

di quanto mi toccava dare

nella cella, nel liquido.

 

Il compagno di carcere mangiava il grano

delle colline col mio stesso cucchiaio

quando, bambino, alla paterna tavola,

m’addormentavo masticando.

 

Sussurro all’altro:

torna, esci dall’altra parte:

sbrìgati, via, fa’ in fretta!

 

E senza avvedermene progetto, almanacco

sul lettuccio sconnesso, so capire:

Ma no. Quel medico è un uomo sincero.

 

Non riderò più quando mia madre pregherà

nell’infanzia, la domenica, alle quattro

del mattino, pei viandanti,

i carcerati,

gli ammalati

e i poveri.

 

Nel recinto dei bambini, non darò più

pugni a nessuno di loro, che dopo,

ancora sanguinando, avrebbe pianto: sabato

ti darò la mia carne, ma tu

non mi picchiare!

Non gli dirò più va bene.

 

Nella cella, nel gas illimitato

che si arrotonda condensandosi,

chi incespica lì fuori?

 

(Cesar Vallejo)

 

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