Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d’obbedienza

 

da Ginnastica e RivoluzioneVincenzo Latronico

 

Ci serviva una fine del mondo, perché in quello che c’era non trovavamo posto, perché eravamo sciocchini e distanti da una realtà troppo poco meravigliosa per i nostri gusti, e perché in fondo, penso, non eravamo felici. Forse è davvero tutto qui.

 

 

 

Sforzati di essere più immaginativo, dissi inoltre, agitando mentalmente un pugno a me stesso, hai passato ventidue anni a sprecare e svendere il tuo tempo e proprio ora manchi così imperdonabilmente di stile, di verve, ora tira fuori la tua virtù, la tua fiamma, reagisci, impara, sforzati, ma come sforzarmi, mi stava guardando. Sì, sì. Guardava me. Che potessi andare io da lei era escluso. Cioè. Non proprio escluso, ma di certo non potevo alzarmi e uscirmene con quello che stavo pensando, che era qualcosa di simile a vuoi tu amarmi e rispettarmi, in ricchezza e povertà, in pace e in guerra, in governo di destra e di sinistra riformista moderata?

 

 

 

“… quella volta che chinano il capo e ci ascoltano, quella volta che una manifestazione, una piazza, riesce a piegare il governo, a ottenere che per un giorno sia il popolo a decidere, quella volta che passerà alla storia come l’inizio del cambiamento, ti perdoneresti mai di essere restato a casa dicendo, tanto una persona in più cosa cambia? Cambia, cazzo, cambia eccome. E non è il solito discorso ‘se tutti dicessero così, non andrebbe nessuno’, no, bisogna scendere in piazza perché ogni persona fa la differenza, è un grido in più che sale alle finestre delle aule consiliari, degli uffici, è un colore in più sulle pagine dei giornali e nella memoria dei poliziotti, è un ricordo in più per tutti quelli che partecipano. E’ una firma in più nelle pagine di storia, cazzo”.

 

 

 

“Quelli, i pubblicitari, vogliono solo cacciarti in testa il marchio. Importa poco il senso della pubblicità, la foto, il testo, o la musica se è in TV. Servono solo a indorare la supposta, ad addolcirla con la vaselina e l’intenzione, così va a più fondo. Servono a catturarti l’attenzione, lo sguardo nel tunnel della metro, magari vai di fretta, in ufficio ti aspettano, la banca ti chiude, sei sovrappensiero perché hai visto un test di gravidanza nella borsa di tua moglie, e per caso posi un istante lo sguardo su quella bella parete a colori. E incidentalmente il marchio e lo slogan ti entrano in mente, e logorano piano i tuoi meccanismi di studiata disattenzione, le tue barriere, finché non li hai imparati a memoria. Dicono tutti che la giorno d’oggi non abbiamo più memoria perché nessuno ci fa studiare le poesie: è una cazzata. Abbiamo una memoria spaventosa. Inimmaginabile. Ognuno di noi è pronto a recitare centinaia, migliaia di spot, canzoncine pubblicitarie, battute a effetto, jingle, Un diamante è per sempre, Just do it, Innamorarsi in cucina, Creatori di automobili, Costruita intorno a te, Enjoy, C’è, Where do you want to go, How are you, Perché pagare di più, Enfant terrible, Sounds good, Hello moto e chissà quanti, e a ognuno di questi nomi sappiamo associare all’istante prodotti, prezzi, negozi, loghi. Noi non abbiamo memoria? Al contrario. Siamo degli archivi pubblicitari giganteschi”.

 

 

 

“Pensaci: quante sono le cose che facciamo solo perché sono comode, anche se sappiamo perfettamente che sono sbagliatissime, che stanno distruggendo il mondo e noi? Diamo soldi alle multinazionali del tabacco, dl petrolio, contribuiamo a inquinare l’atmosfera, compriamo computer dal più accanito monopolista del pianeta, guardiamo le televisioni di un oscuro miliardario che a quanto ne so nel tempo libero infila stuzzicadenti sotto le unghie di prostitute dodicenni, mangiamo frutta raccolta nel terzo mondo da minorenni malnutriti e lavoriamo per un giornale che promuove un governo che, con tutto questo, ci va a nozze. A pensarci bene, siamo delle merde”.

 

 

 

“Anche il vostro gioco di parlare tutti allo stesso modo, cinico e sensazionalista, è come se giocaste a sembrare uniti perché in realtà siete isolati, chiusi in voi stessi, e non riuscite, non riesci a provare un cazzo di sentimento vero, e se vuoi si vede bene da come mi hai trattata. E il fatto che tu abbia sempre insistito a parlare della mia leggerezza vuol dire soltanto che di me non hai capito proprio niente, per me le cose pesano, le persone, i sentimenti, hanno un peso che devo portare e che devo misurare nelle mie decisioni, e soffro e sono felice proprio per questo. Tu invece sì che sei leggero, a te non te ne frega di nulla, in fondo, se non di te stesso, sei così leggero che non riesci mai a essere felice, a essere disperato, e hai sempre, avete sempre quel cazzo di cinismo da due soldi, quel mezzo sorriso incerto perché in fondo le cose non vi toccano mai, tutti voi, e delle persone potete benissimo fare a meno”.

 

 

 

Ci siamo infranti contro il sistema universitario della ripetizione organizzata e del diplomificio, della stasi; ci siamo infranti contro una città ostile in cui la socializzazione ha un costo orario e al metro quadro; ci siamo infranti contro l’ignavia di masse di nati stanchi, abbagliati in gioventù dai racconti dei genitori e dai miti del Sessantotto, che continuavano a parlarne senza che se ne facesse niente, che insistevano a lamentare i loro diritti calpestati senza che la loro morale da sudditi (la nostra) li costringesse a ribellarsi, a trovare nuove strade, a esplodere, e invece si aggiravano, ci aggiravamo, per i chiostri dell’università, per le piazze, con le nostre nuvolette e le nostre parole, a parlare (e ci credevamo) della lotta e del sistema e del sit-in, senza capire, senza voler capire che le cose stavano succedendo in altri modi, in strutture che ci rifiutavamo di legittimare e che non avremmo che capito più tardi. Continuavano – continuavamo – a far crescere le barbe e la frustrazione, lamentando i tempi andati ma senza riuscire a capire che perché se ne andassero davvero dovevamo cacciarli noi.

 

 

 

“… e state pur che non appena potrò farò qualcosa contro tutto questo, qualcosa che non ricalcherà le vostre narrazioni, le vostre cazzate di sessantottini, i vostri riti, qualcosa di rigenerante, di imprevisto e di totale. Vedete di farlo anche voi”.

 

 

 

“Adesso c’è tempo. Vieni da me”.

 

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