Ma Che vogliono?

 

Continua il patetico tentativo di Casapound di strappare ai comunisti ed alla sinistra più in generale, i simboli e le idee che li contraddistinguono. Prima ci hanno provato con Rino Gaetano, ora il loro ridicolo disegno si concentra su Che Guevara. Questo non fa altro che confermarci il vuoto che regna nelle loro menti, se sono costretti a compiere questi “salti della quaglia”. Vorremmo ricordare a questi personaggi, nel caso l’avessero dimenticato, che Che Guevara era un comunista e che non c’è nulla di più distante di chi è morto per il socialismo e per la libertà dei popoli, e chi, pur ammantandosi di slogan pseudo-popolari, è sempre stato al servizio del capitalista di turno. Non basterà un fantomatico dibattito a minare la nostra memoria e le nostre idee; da quando per la prima volta uno schiavo si è ribellato al suo padrone siamo qui, e, Casapound se ne faccia una ragione, i comunisti continueranno ad esserci.

 

Fgci Roma

 

 

 

Fonte assolutamente da consultare con molti articoli e testi interessanti: http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_docman&task=cat_view&Itemid=2&gid=11&orderby=dmdatecounter&ascdesc=DESC

 

Ernesto Che Guevara

I GIOVANI E LA RIVOLUZIONE

 

 

Questo discorso è pronunciato il 9 maggio 1964 nel seminario di chiusura su «I giovani e la rivoluzione», organizzato dalla Ujc [Unión de jovenes comunistas] del Minind. Con il titolo «La Revolución Técnica debe tener contenido de clase, un contenido socialista», è stato pubblicato in El Mundo e Hoy il 10 maggio 1964. Il testo è nell’antologia in due volumi curata da Roberto Massari, e pubblicata dalla sua casa editrice (Ernesto Che Guevara, Scritti scelti, erre emme, 1993).

Lo avevo scelto inizialmente pensando a una risposta all’assurda rivendicazione di un “Guevara fascista” fatta non solo dai nazistelli di Casa Pound, ma anche dei tanti che scrivono sciocchezze su Guevara scopiazzandosi l’un l’altro, ma rileggendolo lo ho trovato ricco di attualissimi spunti sulla concezione del partito e del suo rapporto con la società, di riflessioni critiche sull’esperienza della rivoluzione, sull’origine borghese di gran parte dei suoi dirigenti, ecc., che lo mettono sullo stesso piano degli ultimi grandi scritti, come Il socialismo e l’uomo, o Il discorso di Algeri. E per questo lo ripropongo sul mio sito. (a.m. 3/10/2009)

 

 

 

 

 

Compagni, tempo fa fui invitato dall’organizzazione della gioventù a chiudere un ciclo di conferenze, di manifestazioni con le quali la gioventù dava segni visibili, per così dire, di vita, nel quadro dell’attività politica del Ministero.

Mi interessava parlare con voi, esprimervi alcuni punti di vista, perché spesso ho avuto un atteggiamento critico nei confronti dei giovani, non in quanto tali, ma come organizzazione, e questo atteggiamento critico non è stato, in generale, sostenuto da proposte di soluzioni pratiche; come dire che il mio è stato un ruolo da franco tiratore, che non si accorda con un’altra serie di compiti che devo svolgere come membro della direzione, della segreteria del partito ecc. Vi erano alcuni problemi sui quali non siamo mai stati completamente d’accordo. E abbiamo sempre trovato nella gioventù, in quanto organizzazione, un aspetto meccanicistico che, per il nostro modo di vedere, era proprio ciò che le impediva di essere una vera avanguardia. In seguito, ovviamente, tutti questi problemi sono stati discussi a lungo.

Eppure la gioventù, alle sue origini, nacque sotto la nostra responsabilità diretta, quando si organizzarono i «Giovani ribelli», dipendenti dal dipartimento di istruzione dell’esercito. Successivamente essa si separò, acquisendo una caratterizzazione politica propria.

Avevamo avuto un atteggiamento critico verso la gioventù, al quale non sempre si era affiancata la proposta di un metodo di lavoro concreto. Il problema è abbastanza complesso, perché è legato all’organizzazione stessa del partito. Abbiamo ancora dei dubbi, e non solo rispetto alla gioventù, che non abbiamo risolto completamente dal punto di vista teorico. Qual è la funzione del partito? Non nei termini generali, astratti, che tutti conosciamo: quale dev’essere l’atteggiamento del partito in ciascuno dei vari fronti verso cui deve operare? Qual è il suo grado di partecipazione alla pubblica amministrazione? Qual è il grado di responsabilità che deve avere? Come devono essere i rapporti tra i diversi livelli della pubblica amministrazione, per esempio, e il partito?

Sono problemi non ancora definiti, come tutti sappiamo, che creano attriti a determinati livelli. Escludendo la Direzione nazionale e il Consiglio dei ministri, per i quali è chiara la dipendenza tra loro, e dove spesso le persone sono le stesse, per il resto ciascuno acquisisce la propria indipendenza nell’attività e si creano abitudini di lavoro, concezioni che contrastano con la vita quotidiana e che ancora non sono state risolte da noi su un piano pratico.

Evidentemente questo dipende anche dal fatto che vi sono concezioni diverse, nessuna delle quali è riuscita a dimostrare un’efficacia maggiore, una superiorità logica sulle altre. Concezioni che derivano anche dall’analisi dei gravi problemi che sono sorti nel campo socialista, a partire dal trionfo della prima rivoluzione socialista – la rivoluzione d’ Ottobre nel 1917 – fino ad oggi.

Sono concezioni da analizzare e studiare molto attentamente, anche per le caratteristiche della nostra rivoluzione. Rivoluzione che cominciò come un movimento di massa che appoggiava una lotta insurrezionale, senza la formazione di un partito organico del proletariato, e che arrivò poi a unificarsi con il partito rappresentante del proletariato, il Partito socialista popolare, che allora non aveva diretto la lotta.

Per queste caratteristiche, il nostro movimento è molto impregnato di piccola borghesia, sia per quanto riguarda le persone fisiche, sia anche per l’ideologia piccolo-borghese. Nel processo della lotta e della rivoluzione, ognuno di noi ha subìto un’evoluzione, e ciò vale anche per la maggioranza dei dirigenti della rivoluzione, dal momento che la loro estrazione personale era piccolo-borghese o addirittura borghese. E’ una zavorra che ci si trascinerà dietro per molto tempo, perché non la si può eliminare dalla mente degli uomini direttamente, da un giorno all’altro. Anche quando è stato dichiarato il carattere socialista della rivoluzione, carattere che in quanto dichiarazione è successivo al fatto reale, dal momento che già esisteva una rivoluzione socialista, avendo noi preso nelle nostre mani la maggior parte dei mezzi di produzione fondamentali, anche allora, senza dubbio, l’ideologia non avanzava di pari passo con i progressi che la rivoluzione stava compiendo sul terreno economico e per certi aspetti sul terreno ideologico.

Tale caratteristica della nostra rivoluzione fa sì che dobbiamo essere molto cauti nella definizione del partito come organo dirigente di tutta la classe operaia e soprattutto nei suoi rapporti specifici con ciascuno dei vari organismi amministrativi: l’esercito, la polizia, ecc.

Il nostro partito non ha ancora statuto: esso non è neppure formato integralmente. E quindi segue la domanda sul perché non vi sia uno statuto. Di esperienza ve n’è molta; un’esperienza che ha alle spalle quasi cinquanta anni di pratica: e allora che succede? Che vi sono alcuni interrogativi in questa esperienza che vorremmo risolvere, ma non lo possiamo fare in modo spontaneo o con una certa superficialità, perché vi sono implicazioni molto importanti per il futuro della rivoluzione.

L’ideologia delle classi dominanti del passato è sempre presente a Cuba, attraverso quei riflessi cui accennavamo, nella coscienza della gente. Ma è presente anche perché viene continuamente importata dagli Stati Uniti, che sono il centro organizzatore della reazione a livello mondiale e che esportano fisicamente sabotatori, banditi, propagandisti di ogni genere; e penetrano concretamente su tutto il territorio nazionale, tranne l’Avana, con le emissioni radiofoniche che costantemente vengono lanciate su di noi.

Ciò significa che tutto il popolo di Cuba è in contatto permanente con l’ideologia degli imperialisti, che qui si trasforma, naturalmente, attraverso apparati di propaganda scientificamente organizzati, per disegnare l’immagine negativa di un regime come il nostro, che deve necessariamente presentare dei lati negativi, dato che siamo in una fase di transizione e perché noi, i dirigenti di questa rivoluzione, non siamo professionisti dell’economia o della politica, con un’ampia esperienza e con un’équipe alle spalle.

Allo stesso tempo questa propaganda presenta le caratteristiche più allucinanti, tutto il feticismo del regime capitalistico. E ciò viene introdotto nel paese e a volte trova un’eco nel subconscio di molta gente. Risveglia anche sentimenti sopiti che sono stati appena placati dalla rapidità del processo, dall’enorme quantità di scariche emotive che abbiamo dovuto produrre per difendere la nostra rivoluzione, quando la parola «rivoluzione» si è unita alla parola «patria», alla difesa di tutti gli interessi, a ciò che ogni individuo ha di più sacro, indipendentemente anche dalla sua estrazione sociale.

Di fronte alla minaccia di un’aggressione termonucleare, come in ottobre, l’unione del popolo è stata automatica. Molti che non avevano mai fatto un turno di guardia nella milizia, si sono presentati per combattere. Vi è stata una trasformazione collettiva di fronte a un’ingiustizia così evidente; era in fondo il desiderio di tutti di dimostrare la propria determinazione a combattere per la patria, ma era anche la decisione di chi sta di fronte a un pericolo al quale non può sfuggire in alcun modo, con atteggiamenti neutrali, perché di fronte alle bombe atomiche non vi è neutralità, né ambasciate, né niente: distruggono tutto.

Così siamo andati avanti noialtri; a salti, a salti discontinui come procedono tutte le rivoluzioni, approfondendo la nostra ideologia in alcuni aspetti, imparando molto, sviluppando scuole di marxismo.

E allo stesso tempo con l’angoscia continua di non compiere scelte che potessero frenare la rivoluzione e introdurre per questa via rettale concezioni piccolo-borghesi o l’ideologia dell’imperialismo, attraverso gli atteggiamenti critici nei confronti del ruolo del partito in tutta l’organizzazione dello Stato. Per questo, ancora oggi, non abbiamo organizzato dovutamente il partito e per questo anche non siamo arrivati a quel grado di istituzionalizzazione necessario per i livelli più alti nella direzione dello Stato. Ma anche noi ci poniamo alcuni problemi. Bisogna creare dei nuovi strumenti che, in accordo con la nostra concezione, possano riflettere esattamente i rapporti che devono esistere tra la massa e i capi, direttamente e attraverso il partito. Per questa ragione abbiamo cominciato a fare alcuni tentativi, esperimenti-pilota con amministrazioni locali di vario genere, di un tipo a El Cano, di un altro a Güines, un altro ancora a Matanzas, dove continuamente constatiamo i pro e i contro che tutti questi sistemi nei quali esiste la cellula di un’organizzazione di tipo superiore presentano per lo sviluppo della rivoluzione e soprattutto per quello della pianificazione centralizzata.

All’interno di tutto questo mare magnum, di queste lotte ideologiche tra vari sostenitori per lo meno di idee diverse, per quanto non esistano tendenze o correnti definite, si è delineata l’attività della gioventù; che cominciò a funzionare dapprima come un’appendice dell’Esercito ribelle, poi acquistando uno spessore ideologico maggiore e infine trasformandosi nell’Unione dei giovani comunisti che è, per così dire, l’anticamera dell’uomo di partito, con l’obbligo necessariamente di acquisire una formazione ideologica superiore.

Su questi problemi non vi è stata alcuna discussione, mentre ve ne erano alcune riguardo al ruolo della gioventù, pratico e reale. Deve forse riunirsi tre, quattro, cinque ore a discutere profondi temi filosofici? Può farlo, nulla lo impedisce. E’ solo un problema di equilibrio e di atteggiamento verso la rivoluzione, il partito e soprattutto verso il popolo. Il fatto di affrontare la discussione di problemi teorici dimostra già una profondità teorica raggiunta dalla gioventù. Ma porsi solo problemi teorici indica che essa non è riuscita a sfuggire al meccanicismo e confonde i termini della questione.

Si è anche parlato della necessaria spontaneità, dell’allegria della gioventù, di come essa – e non mi riferisco a questo gruppo del Ministero, ma in generale – ha organizzato l’allegria. E’ stato a quel punto che i giovani dirigenti si sono messi a pensare a ciò che dovrebbe fare la gioventù per essere allegra, secondo la definizione. Ed era proprio questo che rendeva vecchi i giovani. Come può un giovane mettersi a pensare cosa deve essere la gioventù?

Faccia semplicemente ciò che pensa: è questo che deve fare la gioventù. Ma non era quanto accadeva, perché vi era tutto un gruppo di dirigenti che erano veramente invecchiati. Ovviamente, questa allegria e spontaneità della gioventù possono essere superficiali.

E non confondere ciò che la gioventù di tutto il mondo, e soprattutto quella cubana per le caratteristiche del suo popolo, ha di allegro, di fresco, di spontaneo, con la superficialità. Sono due cose del tutto diverse. Si può e si deve essere spontanei e allegri, ma si deve essere profondi allo stesso tempo. E qui si pone uno dei problemi più difficili da risolvere, dal punto di vista teorico, perché è semplicemente così che dev’essere la gioventù comunista. Non deve pensare a come essere, perché questo deve nascere dal suo intimo.

Non so se mi sto immergendo in profondità parafilosofiche, ma questo è uno dei problemi che abbiamo discusso di più. L’aspetto fondamentale per il quale la gioventù deve indicare la strada è proprio quello di essere avanguardia in ognuna delle attività che le competono. Per questo spesso abbiamo avuto alcuni problemi con la gioventù; perché non tagliava tutta la canna che avrebbe dovuto, perché non partecipava abbastanza al lavoro volontario. In definitiva, perché non si può dirigere solo con la teoria e ancor meno si può essere un esercito di soli generali. L’esercito può avere un generale, se è molto grande vari generali o un comandante in capo, ma se non c’è chi va sul campo di battaglia, non esiste esercito. E se sul campo di battaglia l’esercito non è diretto da chi va al fronte a lottare, esso non serve.

Questa era la caratteristica del nostro Esercito ribelle, per la quale gli uomini che si erano distinti in qualche modo sul campo di battaglia, grazie al proprio valore, erano gli stessi che erano stati promossi a uno dei tre unici gradi presenti nell’Esercito ribelle: tenente, capitano, comandante.

E almeno nelle prime due categorie tenente o capitano vi erano coloro che dirigevano il combattimento. E dunque è di questo che abbiamo bisogno: tenenti, capitani o come li si voglia chiamare, senza titoli militari se lo desiderano, purché sia gente che vada avanti, che sia di esempio. Seguire o farsi seguire può essere un compito talvolta difficile, ma è enormemente più facile che non spingere gli altri a camminare per una strada ancora inesplorata, sulla quale nessuno ha fatto il primo passo. Ciò che mancava alla gioventù era la capacità di recepire i grandi problemi che il governo si poneva, recepirli come problemi di decisione delle masse, trasformarli in proprie aspirazioni e marciare all’avanguardia per questa strada. Diretta e orientata dal partito, la gioventù deve porsi all’avanguardia.

Nel momento in cui sono stati cambiati tutti i metodi errati di direzione ed è stata stabilita l’elezione dei lavoratori esemplari, vale a dire dei lavoratori d’avanguardia, coloro che sul fronte del lavoro potevano realmente parlare con una certa autorità e che realmente marciavano in testa a tutti , allora si è verificato il primo mutamento qualitativo importante nel nostro partito; mutamento che non è unico e che deve essere seguìto da tutta una serie di misure organizzative, ma che, comunque, costituisce l’aspetto più importante della nostra trasformazione.

Anche nella gioventù si sono verificati dei cambiamenti. Ora, la mia insistenza su questo aspetto, insistenza che ho espresso in continuazione, è che non smettiate di essere giovani, non vi trasformiate in vecchi teorici o teorizzatori, che conserviate la freschezza della gioventù. Siate capaci di far vostre le grandi indicazioni del governo, modificandole dall’interno e, trasformando voi stessi, diventate un motore propulsivo dell’intero movimento di massa, marciando all’avanguardia. Per questo bisogna saper cogliere quali sono i grandi temi sui quali insiste il governo: un governo che è rappresentante del popolo e del partito allo stesso tempo.

Del resto occorre stabilire un equilibrio e una gerarchia. Questi sono i compiti che deve assolvere la gioventù. Poco fa avete parlato della rivoluzione tecnologica. E’ uno degli aspetti più importanti, dei compiti più concreti, più adatti alla mentalità della gioventù. Ma la rivoluzione tecnologica, naturalmente, non può andare avanti da sola, visto che si sta svolgendo nel mondo, in tutti i paesi avanzati, socialisti e non. C’è una rivoluzione tecnologica negli Stati Uniti, una notevole in Francia, in Inghilterra, nella Repubblica federale tedesca, tutti paesi che non hanno niente di socialista. E’ chiaro che questa rivoluzione deve avere un contenuto di classe, un contenuto socialista; occorre allora che nella gioventù si verifichi la trasformazione necessaria perché essa diventi un vero motore propulsivo: che scompaiano, cioè, tutti i retaggi della vecchia società ormai morta. Non si può concepire la rivoluzione tecnologica senza pensare contemporaneamente ad un atteggiamento comunista verso il lavoro, e questo è estremamente importante. Se non c’è un atteggiamento comunista verso il lavoro, non si può parlare di rivoluzione tecnologica socialista. E’ semplicemente il riflesso della rivoluzione tecnologica che si sta verificando a seguito dei grandi mutamenti avvenuti grazie alle ultime invenzioni e scoperte scientifiche.

Sono cose che non si possono tener separate e l’atteggiamento comunista verso il lavoro consiste proprio nei mutamenti che si stanno producendo nella mente dell’individuo, che saranno necessariamente lunghi e che non si può pretendere che siano completati in un breve periodo durante il quale il lavoro continuerà a essere com’è oggi: un obbligo, una costrizione che si trasformerà in una necessità sociale. Vale a dire che tale trasformazione darà l’opportunità di realizzare più o meno ciò che a ciascuno interessa nella vita, nel lavoro, nella ricerca, nello studio in generale. E l’atteggiamento di fronte a questo lavoro sarà di tipo completamente nuovo. Il lavoro sarà come la domenica di oggi, non la domenica in cui si deve tagliare la canna, ma la domenica in cui si vuole tagliare la canna. Questo per darvi un’idea del passaggio dalla costrizione alla necessità sociale. Ma per arrivarvi, bisogna passare attraverso un lungo processo, che si svolge gradualmente attraverso abitudini acquisite, per esempio con il lavoro volontario.

Perché insistiamo tanto sul lavoro volontario? Dal punto di vista economico non significa quasi nulla; i volontari, compresi coloro che vanno a tagliare la canna, che è poi l’attività più importante in termini economici, non danno risultati. Un tagliatore di canna del Ministero taglia quattro o cinque volte di meno di uno che ha fatto questo mestiere tutta la vita. Ciononostante, egli ha un’importanza economica per l’attuale scarsezza di braccia. Ora l’importante è che una parte della vita di un individuo venga data alla società senza aspettarsi nulla, senza alcuna retribuzione, solo come adempimento di un dovere sociale. Di qui comincia a crearsi ciò che poi, col progresso della tecnica, della produzione e dei rapporti di produzione, raggiungerà un livello più alto, trasformandosi in necessità sociale.

Se tutti saranno in grado di unire, in ogni momento, la capacità di trasformarsi interiormente sul piano dell’atteggiamento verso lo studio e la nuova tecnologia, con la capacità, allo stesso tempo, di essere avanguardia sul proprio luogo di lavoro, allora riusciremo ad andare avanti. E abituarsi a fare del lavoro produttivo a poco a poco qualcosa di significativo, che possa trasformarsi, a un determinato momento e col passare del tempo, in una necessità: allora sarete automaticamente un’avanguardia, dei dirigenti della gioventù, e non dovrete porvi il problema del che fare. Farete semplicemente ciò che, a un determinato momento, sembrerà più logico. Non dovrete andare a cercare ciò che piace alla gioventù.

Sarete voi, automaticamente, la gioventù, i suoi rappresentanti più avanzati. Non devono mai aver paura coloro che sono giovani, soprattutto se giovani di spirito: non devono preoccuparsi di ciò che bisogna fare per piacere. Basta fare ciò che è necessario, che appare logico in un dato momento. Così la gioventù sarà dirigente.

Oggi si è dato inizio a un tale processo, diciamo, di politicizzazione di questo Ministero, che è veramente freddo, abbastanza burocratico, un nido di burocrati meticolosi e rompiscatole, dal Ministro in giù, che stanno lì, sempre a brigare con faccende pratiche, per cercare nuovi rapporti e nuovi atteggiamenti. Poco fa vi lamentavate, voi giovani, gli organizzatori, del fatto che nei giorni in cui io non c’ero, qui non veniva nessuno e volevate che io lo dicessi. Bene, posso dirlo, ma non posso dire a nessuno di venire qui. Che succede? Semplicemente che vi è una mancanza di comunicazione o di interesse che non è stata superata dalla gente incaricata di farlo. E questo è un compito concreto del Ministero. Spetta alla gioventù vincere l’indifferenza del Ministero. E’ chiaro che ci vuole sempre l’autocritica e l’analisi di ciò che non è stato fatto a dovere, per restare sempre in contatto con la gente.

Ma è vero che quando si fa l’autocritica, bisogna farla integralmente perché non è una forma di flagellazione, ma l’analisi del comportamento di ciascuno di noi. E anche la mole di lavoro che abbiamo sulle spalle, ciascuno per proprio conto e tutti insieme, impedisce di avere un altro tipo di rapporto, di renderlo, diciamo così, più umano, meno subordinato ai canali burocratici, alle scartoffie.

Tutto ciò verrà col tempo, quando il lavoro non sarà più così impellente e si riuscirà ad avere una serie di quadri su cui contare, quando tutti i compiti saranno ben eseguiti e l’ostilità verso il lavoro non sarà più una delle caratteristiche sciagurate di questa fase della rivoluzione: una fase in cui bisogna controllare tutti i documenti, fare di persona i conti per le statistiche e in cui si fanno ancora errori in continuazione. Solo allora, quando questo periodo sarà terminato – è già in procinto di terminare e presto lo sarà del tutto – i quadri saranno più formati, tutti saremo andati un po’ più avanti, allora, naturalmente, vi sarà tempo per un altro genere di rapporti, il che non vuol dire che un ministro o un direttore andranno a chiedere a Tizio o a Caio come va la famiglia, ma che organizzeranno dei rapporti che permettano a tutti di lavorare meglio qui e fuori, e di conoscerci meglio.

Perché il socialismo – che ora sta nella fase di costruzione del socialismo e del comunismo – non lo si sta facendo solo per avere delle belle fabbriche, ma per formare l’uomo integrale; l’uomo deve trasformarsi insieme alla produzione che avanza e non svolgeremmo un ruolo adeguato se fossimo solo produttori di articoli, di materie prime e non fossimo, allo stesso tempo, produttori di uomini.

Questo è uno dei compiti della gioventù; stimolare, dirigere con l’esempio, la produzione dell’uomo di domani; e in questa produzione, in questa direzione, è compresa la produzione propria, perché nessuno è perfetto, anzi, al contrario. Tutti devono migliorare le proprie qualità attraverso il lavoro, i rapporti umani, lo studio approfondito, le discussioni critiche; è questo che trasforma la gente. Tutti lo sappiamo, perché sono passati cinque lunghi anni dal trionfo della nostra rivoluzione, sette anni altrettanto lunghi da quando i primi di noi sbarcarono e incominciarono le lotte dell’ultima fase; e chiunque guardi indietro e pensi alla realtà di sette anni fa, si renderà conto che il cammino percorso è tanto, è lungo, ma che ne manca ancora molto.

Questi sono i compiti, ed è essenziale che la gioventù comprenda qual è il suo posto e quale deve essere il suo ruolo fondamentale. Che non lo gerarchizzi oltre il dovuto, che non si consideri il centro dell’universo socialista, ma che si ritenga un anello importante, molto importante, che punta al futuro.

Noi stiamo già declinando, e anche se apparteniamo, diciamo così, geograficamente, alla gioventù, siamo passati attraverso dure prove, abbiamo avuto la responsabilità di dirigere il paese in momenti tremendamente difficili e tutto ciò invecchia, ovviamente, logora e tra qualche anno il nostro compito sarà, per quelli di noi che vi saranno ancora, di ritirarci nei quartieri d’inverno, per lasciare il posto alle nuove generazioni.

Credo, comunque, che abbiamo svolto con una certa dignità un ruolo importante, ma questo ruolo non sarebbe completo se non sapessimo ritirarci in tempo. E quindi un altro dei vostri compiti è di formare la gente che ci sostituisca, di modo che il fatto che noi siamo dimenticati come cose del passato diventi una delle espressioni più importanti del ruolo della gioventù e di tutto il popolo.

 

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