Nel mezzo del binario di nostra vita

 

di Francesco PiccioniIl Manifesto

 

Il tribunale dà ragione a Dante, contro le Fs

Dante dice la verità. Le Ferrovie dello stato no, almeno questa volta. Tema della controversia: quei treni superveloci – gli eurostar (Etr) – che si spezzano ogni tanto in manovra (e in un caso, di sicuro, anche in marcia). Luogo della sentenza: il tribunale del lavoro di Roma, che ieri mattina ha riconosciuto le ragioni del macchinista e ordinato il suo reintegro sul posto di lavoro.

Già, perché Dante De Angelis era stato licenziato a metà agosto dello scorso anno. La sua colpa: aver parlato con la stampa, in qualità di coordinatore nazionale dei delegati rls («responsabili della sicurezza», eletti dai lavoratori). Gli chiedevano del perché quei treni si rompessero con tanta facilità; e lui aveva evocato «problemi riguardanti gli Etr e relativi a manutenzione, controlli sulla manutenzione e usura». Non aveva nemmeno detto che queste fossero «le cause» di quegli incidenti; ma semplicemente che diversi «problemi» erano stati riscontrati proprio su quelle macchine. Se si rompe un gancio d’acciaio che deve tenere uniti due gruppi di vagoni, del resto, ci deve essere qualcosa che non va nei materiali, o nel modo di verificarne la tenuta. Scegliete voi la parola che descrive meglio le possibili «cause».

* * *

Ieri mattina viale Giulio Cesare ha ospitato alcune centinaia di ferrovieri venuti da tutta Italia per sostenere il proprio collega e rappresentante. Sapevano che l’eventuale conferma del licenziamento avrebbe comportato per tutti loro «l’obbligo di silenzio ed obbedienza» all’azienda. Un pullman era stato organizzato da Viareggio, teatro il 29 giugno della più grave sciagura ferroviaria degli ultimi decenni. E si era anche rotto per strada, costringendo tutti a scendere e spingere per rimetterlo in moto. Ma sono arrivati lo stesso.

Due blindati di polizia davanti al portone. Ma tranquilli. Al primo piano, le stanzette dei giudici del lavoro. In genere sufficienti ad ospitare il magistrato, un cancelliere, gli avvocati delle due parti. Ma Fs si è presentata con una pattuglia di legali («quasi un’ammissione di essere nel torto»), mentre per il macchinista c’erano «soltanto» il principe dei giuslavoristi – Piergiovanni Alleva – e l’altrettanto bravo Pierluigi Panici. Due che condividono le tue ragioni, prima ancora di sfoderare la competenza specialistica. Poi ci sono un’altra trentina di ferrovieri che ascoltano in religioso silenzio, con «ambasciatori» che ogni tanto partono per andare a riferire a quelli in strada.

Attendono fiduciosi. È la seconda volta che Dante viene licenziato. E danno per scontato che ce ne sarà una terza. La prima, nel 2006, perché si era rifiutato di guidare un eurostar dotato di meccanismo Vacma, il famigerato «pedale a uomo morto» introdotto una prima volta al tempo del fascismo come «misura di sicurezza» che doveva permettere di far viaggiare i treni con un solo macchinista anziché due. Meccanismo che era stato dichiarato non solo «inutile», ma addirittura «dannoso» da un’analisi condotta dall’Asl emiliana. Il dover spingere su un pedale ogni 55 secondi, infatti, distrae il macchinista dalla guida. Al massimo può registrare se è svenuto («uomo morto»). Anche in quel caso sarebbe finita con il reintegro, se l’azienda non avesse capito per tempo di aver commesso un grave errore, finendo per offrire una «transazione giudiziaria» che riammetteva comunque Dante al suo posto. Curiosamente, nella memoria allegata a questa nuova causa, quella decisione autonoma viene addebitata a imprecisate «fortissime pressioni esterne».

Allora c’era un governo di centrosinistra, sembrano ammiccare gli avvocati di Mauro Moretti, attuale amministratore delegato del gruppo Fs ed ex segretario nazionale della Filt-Cgil (passaggio ora abolito dal curriculum ufficiale sul sito Fs). Adesso… Adesso è rimasta la legge e un folto gruppo di sindacalisti che – pur avendo in tasca la tessera di sindacati differenti – si batte come un sol uomo per evitare che lo sfascio programmato delle ferrovie pubbliche; «autorganizzati» persino contro la propria volontà, visto che tutti i sindacati – meno l’Orsa e il più piccolo SdL – hanno pervicacemente rifiutato di fare qualsiasi cosa perché Dante venisse reintegrato «con la lotta, prima ancora che con la legge».

* * *

Un groviglio non complicato di ragioni che evidenziano come il licenziamento di Dante fosse un gesto principalmente politico: licenziane uno per render mansueti gli altri 81.000 (erano 220.000, qualche anno fa). Lo proverebbe l’arrivo dello stesso Mauro Moretti – secondo alcune testimonianze raccolte poco dopo – venuto di persona a recuperare Domenico Braccialarghe, direttore delle «risorse umane» e sconfitto capodelegazione Fs in questa causa di lavoro. I ferrovieri lo riconoscono da lontano, qualcuno ipotizza «sarà venuto a vedere il colore dei calzini del giudice».

«Abbiamo vinto!», gridano già nel corridoio al primo piano i primi che hanno sentito recitare la sentenza, stesa in una mezz’ora dal giudice Conte. Per le motivazioni ci sarà da attendere, come sempre, ma «il dispositivo» è chiarissimo: Dante torna al lavoro. In strada si grida, si applaude, si attende che «il compagno e il collega» lasci il tribunale. Ezio Gallori, anima dei macchinisti fin dagli anni ’50-’60, non ha smesso per tutta la mattinata di parlare nel megafono, ricordando ora le sciagure ferroviarie in cui sono morti tanti macchinisti, normali ferrovieri, passeggeri; ora gli episodi salienti di un conflitto aziendale e politico che risale alla nascita stessa della strada ferrata. E che fa capire perché questa categoria sia stata fondamentale – e se ne ricorda – nella nascita del movimento operaio. Perché non solo «lavorava», ma insieme alla sua gente faceva «viaggiare anche le notizie» nei posti più sperduti della penisola.

Volano gli applausi per gli avvocati, naturalmente, che immaginano già il contenuto di merito della sentenza: «sarà bellissima, perché parlerà della libertà di espressione». E del rispetto delle responsabilità – se si è stati eletti per ricoprire un ruolo. Si piange e si ride come in qualsiasi festa popolare, senza ritegno e senza vergogna. È il volto pulito di una gens che quasi sembra estranea a questa Italia incarognita, tra escort e viados, nella frotta di «elementi presi dalla società civile» e precipitati sulle poltrone del potere; ovvero senza alcuna esperienza e perciò autorizzati a «farsi gli affari propri» sotto controllo altrui. Anche i carabinieri, dopo un po’, sorridono. Forse hanno capito e solidarizzano. Forse si è allentata anche per loro quel minimo di tensione legata all’incertezza di una sentenza tanto «partecipata».

Alla fine esce anche Dante. Lo issano sulle spalle, gli passano il megafono, ringrazia tutti. Il primo pensiero, con la voce calma di chi odia la retorica, è per i morti di Viareggio. La «sicurezza» non è una parola da declinare con le manette (succede in italiano, mentre in inglese, per esempio, si distingue tra safety e security; qui si parla della prima). Ma questa è una giornata di «vittoria», anche per questo giornale, che ha dato il suo piccolo contributo. C’è da far sapere che non è detto si debba perdere sempre davanti a un «padrone» che non accetta contraddittorio. Poi, da domani, si ricomincerà a lavorare. Perché questi sono ferrovieri e sanno che ogni giorni si riparte.

 

 

 

di Checchino AntoniniLiberazione

 

Preoccupato ma sicuro di aver fatto il suo dovere di lavoratore e di delegato alla sicurezza. Dante De Angelis aveva ragione. Lo dice anche il tribunale di Roma che ieri ha annullato il suo licenziamento e ne ha disposto il reintegro in Trenitalia.

Fuori dal tribunale una piccola folla di suoi compagni, di sindacalisti, di cittadini. Anche viareggini vittime e familiari di vittime della strage del 29 giugno quando via Ponchielli è stata squassata dall’esplosione di due vagoni merci carichi di gas sui binari della stazione. Dante aveva manifestato più di una volta assieme a loro. E ieri un urlo di gioia ha accolto la buona notizia sotto il sole di Piazzale Clodio.

Dante De Angelis aveva messo in guardia sulle condizioni dei convogli di Trenitalia rivelandone alle telecamere di Report, nel 2003, le fatiscenti condizioni di sicurezza. Qualche anno dopo aveva preso parte alla vertenza dei macchinisti contro il pedale dell’"uomo morto": il macchinista è obbligato a viaggiare tenendo premuto costantemente il pedale di trazione/frenatura rilasciandolo a intervalli di 55 secondi. Un sistema obsoleto e vessatorio che le Fs avevano ripescato nel 2002 dal bagaglio ferroviario degli anni 30. Anche allora Dante fu cacciato e poi riassunto.

Infine, nel luglio dell’anno scorso, in cui due Eurostar si spezzarono in due nel giro di otto giorni, Dante fu accusato di «procurato allarme» e di «aver leso gravemente l’immagine dell’azienda» . Un atto che Giorgio Cremaschi della Fiom bollò di «fascismo aziendale». Una reazione feroce, quella di Trenitalia, e disinvolta, secondo le accuse dell’Orsa, rispetto alle regole. De Angelis fu licenziato a ferragosto, un mese dopo le sue dichiarazioni sulla scarsa sicurezza degli Etr 500. Ezio Gallori, leader storico dei macchinisti dell’Orsa, è euforico: «E’ una vittoria dei lavoratori, della sicurezza, dei cittadini. Moretti aveva torto, Dante ragione. E’ stata scritta una bella pagina». Un licenziamento che suonava come un’intimidazione per tutti i lavoratori ma Trenitalia ha sbagliato i conti. «Ancora una volta si conferma la validità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori». Lo ricorda Cremaschi: «L’attività dei delegati alla sicurezza è tutelata dallo Statuto». «In Italia manca una banca dati pubblica per far conoscere il contesto e il dettaglio di ogni singolo infortunio – aveva avvertito De Angelis – e il lavoro di un delegato alla sicurezza è ostacolato dalle aziende: licenziare un lavoratore che informa gli altri lavoratori non costa nulla, specialmente in un’azienda grande come Trenitalia. Nel mio caso, se tra uno o tre anni la contestazione dell’Azienda si rivelasse priva di fondamento, io sarei riammesso, ma per coloro che hanno preso la decisione non ci sarebbero conseguenze. In definitiva il rapporto tra azienda e lavoratore è impari, nonostante il diritto al reintegro sancito dall’articolo 18».

«Le ferrovie vengono condannate per il loro atteggiamento antisindacale e il rapporto annuale sulla sicurezza conferma le condizioni di grave insicurezza», ricorda Roberta Fantozzi della segreteria nazionale di Rifondazione ringraziando Dante per la sua tenacia. I messaggi di solidarietà verso il ferroviere reintegrato piovono da ogni parte d’Italia e da molte voci della sinistra. Dal Lazio, il lavoratore autoferrotranviere, Ivano Peduzzi, capogruppo Prc alla Pisana, si rallegra per la restituzione del diritto di parola a tutti i lavoratori: «Adesso ci auguriamo che i sindacati concertativi tornino sulla strada maestra del rapporto diretto con i lavoratori per sostenerli soprattutto di fronte a simili attacchi ai diritti». «Chi invece non ha fatto il suo mestiere e siede tuttora al suo posto è Mauro Moretti, amministratore delegato di Trenitalia. E’ doveroso che i responsabili di questo atto illegittimo si dimettano», avverte Luciano Muhlbauer, consigliere regionale lombardo di Rifondazione.

La battaglia di Dante De Angelis è stata supportata da migliaia di persone che hanno firmato l’appello e partecipato alla campagna per il suo reintegro. E la battaglia di De Angelis è soprattutto quella per impedire che le indagini sugli incidenti sul lavoro si scarichino sull’ultimo anello della catena di produzione, sui lavoratori. «E anche quando si accertano delle responsabilità le ragioni vere dell’incidente restano sepolte in qualche polveroso fascicolo nelle Asl o nelle procure che nessuno si preoccupa di analizzare», ha ripetuto spesso in questi mesi il ferroviere.

L’estate scorsa De Angelis ebbe a dire che, a volerlo cercare, un lato positivo nella vicenda è quello di aver contribuito a portare alla luce la crudeltà delle Ferrovie nei confronti di otto colleghi di Genova licenziati per essersi fatto timbrare il cartellino da un collega. In realtà, quei lavoratori accettarono alla fine del loro regolare turno di lavoro di fare uno straordinario per riparare un treno. Il tempo programmato per quella manutenzione era di due ore, ma gli otto lo hanno finito con un quarto d’ora in anticipo. Una colpa degna di essere punita con il licenziamento.

 

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