No man’s land

 

Qual è la differenza tra un pessimista e un ottimista? Il primo pensa che le cose non possano andare peggio di così. Il secondo è convinto di sì.

 

 

 

Un film di Danis Tanovic. Con Simon Callow, Branko Djuric, Rene Bitorajac, Filip Šovagovic, Georges Siatidis, Katrin Cartlidge Genere Drammatico, Italia, Belgio, Gran Bretagna 2001.

Mio Voto: ,5/10

 

 

 

Recensione di Lietta TornabuoniLa Stampa, 27 Settembre 2001

 

Prima metafora dei conflitti balcanici: se il regista debuttante Danis Tanovic, nato in Bosnia Erzegovina, ha doppia nazionalità bosniaca e serba, i personaggi serbi, croati e bosniaci si capiscono benissimo tra loro, parlano la stessa lingua che gli uni chiamano serbo, gli altri croato o bosniaco. Seconda metafora, nel film ambientato nel 1993 della guerra in Bosnia: un soldato ferito è stato crocefisso a una bomba, se appena si muovesse l’ordigno bloccato soltanto dal suo peso esploderebbe facendo saltare in aria lui e tutto il resto nel raggio di cinquanta chilometri. No Man’s Land prende alle lettera l’espressione “assurdità della guerra” raccontando di tre soldati, due bosniaci e uno serbo, che vengono a trovarsi in una trincea abbandonata, una terra di nessuno tra gli opposti schieramenti militari. Uno di loro, ferito, è prigioniero della bomba. Gli altri due, serbo e bosniaco, feriti entrambi, continuano a insultarsi, a litigare su questioni politiche e belliche e a cercare d’uccidersi a vicenda. Sopravviene una pattuglia di truppe dell’Onu (dette Puffi per via dei caschi blu) ma non sanno come intervenire, nella proibizione di sparare. Arrivano a gruppi i giornalisti, televisivi e no, che al solito trasformano la situazione in un’epopea retorica e risibile. Intervengono gli altri ufficiali. L’artificiere dice di non poter fare nulla per disinnescare la bomba: il crocefisso rimane lì inchiodato, aspettando di morire. La conclusione della commedia-verità, recitata da attori d’una bravura naturale davvero notevole, mette in luce tutto l’orrore, tutta la vacuità di una guerra che ciascuno dei contendenti rimprovera all’altro, in un paesaggio campestre illuminato da un sole radioso indifferente alla stupidità umana. La indomabile lotta tra ex jugoslavi, la funzione futile e dannosa dei media, la presenza negativa delle truppe di pace dell’Onu, il finale di morte: molto efficace, il film di coproduzione europea (Belgio, Inghilterra, Slovenia e soprattutto l’italiana Fabrica) lascia capire meglio le cose, ogni tanto fa ridere, spezza il cuore. Ma quanto sembra remota e obsoleta, adesso, una grottesca crudele guerra tradizionale come questa.

 

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