Il rovescio del diritto

 

Finché le persone credono ad assurdità, continueranno a commettere atrocità.

(Voltaire)

 

 

 

di Luigi De Magistrishttp://www.luigidemagistris.it/index.php?t=P68

 

Sono stato magistrato per quindici anni (come dice una mia ex collega, forse per 30, per quanto ho lavorato, di giorno e di notte). Ho amato quel mestiere oltre ogni limite. Questa passione mi ha consentito di non fare mai scelte di opportunità , ma sempre di Giustizia, magari anche sbagliando, ma sempre agendo in modo costituzionalmente orientato e nel rispetto della legge. Ho avuto l’indipendenza assoluta nel mio animo e l’ho sempre praticata in ossequio al principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Questo rigore accompagnato ad una passione che è stata linfa vitale anche nei momenti più difficili mi ha permesso e mi consente di individuare e stigmatizzare le innumerevoli storture presenti all’interno dell’ordine giudiziario.

 

Una magistratura che oggi si compatta di fronte al "facile nemico" Berlusconi, ma che in quel fronte annovera di tutto: magistrati coraggiosi, onesti, eroici, pavidi, inetti, incapaci, proni al potere e collusi. Taluni di quelli che oggi gridano all’attentato all’indipendenza ed autonomia della magistratura da parte di Berlusconi e dei suoi servi seguaci – esercizio facile tanto antidemocratica ed eversiva è l’azione di questi quotidiani violentatori della Costituzione – sono gli stessi che hanno brigato per annichilire il funzionamento autonomo della giustizia al fine di assecondare poteri forti per i quali non hanno esitato a infangare la toga che indegnamente indossano.

 

Del resto, nulla di nuovo sotto al sole.

 

Quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino rischiavano la vita contro Cosa Nostra una fetta importante di magistrati non li tollerava, li considerava i giudici protagonisti, quasi il male della giustizia. Alcuni di questi avvoltoi in toga sono gli stessi che morti i due eroi italiani si sono riempiti la bocca – magari facendo anche carriera – dicendo ad alta voce che la magistratura ha avuto i morti sul campo.

 

Sono convinto che in diversi momenti storici cruciali del nostro Paese pezzi della magistratura – non maggioritari, ma nemmeno residuali – hanno contribuito ad isolare loro colleghi ed anche a praticare dei veri e propri omicidi professionali. L’uso illegale della carta da bollo – di cui alcuni magistrati sono molto capaci – non è meno pericoloso del regime militare.

 

Chi vi scrive ha vissuto, negli anni in cui ha fatto il magistrato, sempre al fianco della polizia giudiziaria. Posso dire che sono stato più con loro che con i miei familiari. Tra i miei migliori amici ci sono donne ed uomini della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Nel mio impegno politico starò sempre al loro fianco, come a quello dei magistrati. La Giustizia è la bussola della mia esistenza. Sarò accanto, però, a quelli onesti, non a coloro che sono indegni di indossare la toga e la divisa.

 

Metterò tutto il mio impegno per far comprendere al Paese in che situazione di difficoltà  e di disagio operano, quotidianamente, i servitori dello Stato, rischiando spesso la pelle. Senza mezzi, senza risorse, in pochi contro un esercito di criminali. Quanti di loro ho visto fare straordinari senza essere pagati; quanti comprare i pc portatili per scrivere le informative di reato; macchine vetuste senza benzina per svolgere le attività  di osservazione e pedinamento sul territorio. Forze dell’ordine che hanno il plauso dei loro superiori o del potere politico se si occupano di latitanti, trafficanti di esseri umani o spacciatori, con encomi semplici o solenni. Gli stessi, poi, ostacolati, rimossi o trasferiti quando investigano sui colletti bianchi.

 

Starò sempre dalla parte delle forze dell’ordine quando operano nel rispetto della legge ed in maniera costituzionalmente orientata. Se si allontanano dalla democrazia le forze dell’ordine non meritano più rispetto; rischiano di agire come anticamera o braccio armato di un disegno autoritario. Sono fuori dallo Stato di diritto e vanno perseguiti nella maniera più rigorosa possibile.

 

La tragedia del povero Stefano Cucchi non sembra che l’ultimo caso di una serie di deviazioni che provengono dall’interno di coloro i quali dovrebbero essere i primi custodi della legalità .

 

Nella storia d’Italia troppe volte rappresentanti delle forze dell’ordine hanno tradito, innanzi tutto i propri colleghi e, poi, i cittadini che affidano loro la propria sicurezza.

 

Depistaggi e deviazioni che hanno contraddistinto la storia del nostro Paese da parte di esponenti dei servizi di sicurezza e delle forze dell’ordine. Collusioni con il crimine organizzato. Appartenenti alle forze dell’ordine che utilizzano la divisa ed i poteri inerenti le loro funzioni per costituire delle vere e proprie cellule deviate per la predisposizione di dossier in grado di ricattare e condizionare le Istituzioni (me ne occupai anche personalmente nel 2001 quando ero sostituto procuratore a Napoli con l’arresto di diversi Carabinieri). Insabbiamenti di inchieste importanti per servire interessi oscuri e poteri forti. Svolgimento di attività  investigative deviate per annientare innocenti e condizionare il funzionamento delle Istituzioni democratiche (con predisposizione di prove false e con l’occultamento di quelle vere). Pestaggi sempre più frequenti di soggetti deboli, magari sottoposti alla loro tutela. Massacri di massa come è accaduto per le manifestazioni di Napoli del 2001 (caserma Raniero e dintorni) e di Genova (Bolzaneto, Diaz e dintorni): dove vi è stato un uso criminoso e criminogeno del manganello e delle armi quale longa manus di una politica fondata sulla criminalizzazione del dissenso. Episodi oscuri ed inquietanti che avvengono anche nelle celle con suicidi sempre più frequenti ed anche alquanto anomali. Recentemente mi ero anche imbattuto – da magistrato – in una vicenda inquietante ed oscura, un presunto suicidio in carcere, ma ci hanno pensato i poteri forti anche interni alla magistratura per condizionare l’accertamento della verità .

 

Lo stesso omicidio professionale che hanno praticato nei miei confronti ha visto all’opera anche magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine in perfetta sintonia criminale con altre categorie, politici in primis. Molti di questi sono ancora all’opera per inquinare, depistare, impedire il raggiungimento della verità . L’allontanamento in blocco dei magistrati della Procura di Salerno rappresenta un attentato doloso alla ricerca della verità .

 

La Giustizia è morta per via giudiziaria, ma vive come testimonianza e lotta politica.

 

In democrazia non c’è cosa più pericolosa che quella di imbattersi in magistrati e forze dell’ordine colluse. Ecco perchè è compito dei magistrati onesti e dei poliziotti, carabinieri e finanzieri onesti, isolare e denunciare le schegge deviate per evitare che diventino sistema.

 

Così come la magistratura non deve tollerare le sacche di collusi, così le forze dell’ordine devono dimostrare di essere democratiche e di non abbandonare mai lo Stato di diritto utilizzando comode scorciatoie verso lo Stato di Polizia. Le forze dell’ordine che abbandonano il rispetto della legge non avranno mai il consenso degli italiani onesti ma saranno solo strumento di interessi criminali.

 

 

 

di Angelo d’Orsihttp://temi.repubblica.it/micromega-online/la-questione-polizia/

 

Sono intervenuto, su sedi diverse (in particolare il quotidiano «La Stampa»), più volte in passato, davanti a fatti di cronaca o eventi politici (come quelli di Genova dell’estate 2001), per ricordare che esiste nel nostro Paese una “questione polizia”. E come altre questioni, a cominciare da quella meridionale – di cui è tempo di parlare, peraltro, anche qui –, è del tutto irrisolta. Va premesso un reverente pensiero a quanti in divisa hanno pagato un prezzo altissimo, fino alla stessa vita, per aver compiuto il loro dovere, in cambio di una manciata di denari, e tra molte umiliazioni (specie ora, con un governo che esalta le forze dell’ordine ma toglie loro i fondi, e le affianca con grottesche ronde di cittadini): come dimenticare poliziotti eccezionali come Cassarà o Montana uccisi dalla lupara mafiosa? O Carlo Alberto Dalla Chiesa e la sua scorta? E tanti altri, in una dolorosa lista di caduti sul campo della difesa della società dalle tante mafie, dal nuovo crimine organizzato, dall’illegalità diffusa che spesso diventa delinquenza omicida e non esita a travolgere ogni ostacolo davanti a sé, a cominciare dal tutore dell’ordine in divisa.

 

E nondimeno, non può essere dimenticato neppure l’altro lato della medaglia, su cui si poggiano dati negativi assai pesanti. Sbaglierebbe chi ritenesse una novità gli episodi degli ultimi tempi, in particolare ai danni di ragazzi italiani e stranieri sostanzialmente senza alcuna vera colpa penale, come il povero Stefano Cucchi: episodi che richiamano fatti del passato, come il pestaggio e l’uccisione di Federico Aldrovandi, per limitarsi a un nome. Ogni volta ci si stupisce, e quel che è peggio ogni volta si tace, o tutt’al più, quando (di rado) le responsabilità di singoli agenti o carabinieri o finanzieri siano accertate, si ricorre a perifrasi che preliminarmente insistono sulle “mele marce”, che non possono certo “gettare fango” sul corpo: vedasi l’incredibile vicenda dei carabinieri ricattatori del governatore del Lazio, Piero Marrazzo. E stiamo parlando di episodi che sono assurti agli onori della cronaca: ma quanti sono quelli di ordinaria, silenziosa amministrazione, nelle caserme, nei commissariati, nelle carceri? O addirittura in case private, oggetto di “visite” delle forze dell’ordine? (Mi è stato riferito, recentemente, di una irruzione poliziesca in casa di una coppia di giovani che effettivamente “arrotondava” con lo spaccio: prima ancora di parlare gli agenti hanno “gonfiato” di botte i due, e hanno letteralmente devastato il loro piccolo, modestissimo appartamento: si difende così la legalità?).

 

A Torino, il 1° maggio 1999 (governo di Centrosinistra, presidente D’Alema, ministro dell’Interno Enzo Bianco), si svolse un’irruzione intimidatoria della polizia nel Centro Askatasuna – un centro sociale ormai “storico”, affermatosi anche grazie a funzioni sociali da esso svolto importanti nel quartiere – con pestaggi, arresti ingiustificati, distruzioni di arredi e di tutti i libri della biblioteca, e inquietanti scritte istoriate sulle pareti (“Dux”, “Che frocio”…). Allora Torino, per non dire del resto del Paese, tacque: pochissime, flebili voci si fecero sentire. E fu assai male. Poi vennero i fatti di Napoli, e quindi di Genova, sotto Berlusconi II, con Gianfranco Fini alla “regia” nella Caserma Diaz.

 

Quando gli episodi sono tanti, e così frequenti, e si ripetono al di là del succedersi dei governi, vuol dire che esiste un problema di fondo. Emerge un panorama delle istituzioni preposte alla tutela della nostra sicurezza in chiaroscuro, con episodi di fedeltà allo Stato contaminati da vicende di segno opposto, con autentici eroi ai quali si affiancano uomini, perlopiù delle alte sfere, ma anche della truppa, a dir poco chiacchierati per non dir peggio, molto peggio. Tutto questo potrebbe essere anche interpretato come un segno dell’accresciuta integrazione con la società delle forze dell’ordine rispetto a un passato nemmeno tanto lontano quando la democrazia rimaneva fuori della porta delle caserme, la richiesta di un sindacato appariva sovversiva, e la formazione culturale degli agenti, graduati e funzionari era gravissimamente deficitaria. Oggi che certe conquiste sono raggiunte, sembra che i progressi sul piano della modernizzazione degli apparati polizieschi abbiano fatto passare in secondo piano il significato di battaglie civili in cui molti uomini in divisa furono coinvolti in prima persona.

 

Il problema di fondo, insomma, non è di strutture, o di mezzi, che pure oggi sono gravemente carenti; è piuttosto un problema di formazione. Finché la divisa rimarrà essenzialmente un’alternativa all’emigrazione nel Mezzogiorno, finché nelle Scuole di polizia e nelle Caserme degli altri corpi non si farà un salto di qualità: la buona volontà, le professionalità, l’abnegazione dei singoli non ci daranno forze dell’ordine democratiche, formate sulla Costituzione repubblicana e sugli altri “testi sacri” e capaci di stabilire un rapporto corretto con la cittadinanza,

Tante volte si è detto, in replica alle denunce di episodi di corruzione o violenza, che non si intende fare “un processo” alla polizia e ai carabinieri. Ho scritto più volte che, invece, quel processo è da fare: non nel senso, ovviamente, di mettere tutti gli uomini (ora anche donne!) dei corpi di polizia sul banco degli imputati, ma nel senso che occorre che la cultura istituzionale si interroghi sullo spazio che, del tutto impropriamente, le forze di polizia hanno occupato nella fisionomia dello Stato.

 

Il succedersi delle stagioni e dei governi e i cambiamenti epocali della storia d’Italia, non hanno messo in forse due dati di fondo. 1) Le forze di polizia sono state sempre prima di tutto forze “dell’ordine” invece che forze di sicurezza: è stato e continua ad essere l’ordine pubblico la prima e spesso pressoché loro unica preoccupazione, a detrimento della dialettica democratica da una parte e della lotta al crimine dall’altra. 2) Gli apparati (enormi e pletorici) di polizia hanno acquistato un ruolo extraistituzionale che ha finito per marginalizzare non solo quello della magistratura, ma degli stessi governi. A ciò si aggiunge che negli ultimi tempi, con il crearsi di un diffuso senso comune, generato anche da precise scelte politiche governative, nazionali e locali, si stanno evidenziando cittadini di serie B e addirittura di serie C: gli “sfigati”, i non garantiti, gli immigrati extracomunitari. Tra loro, però, non capita mai di trovare boss della camorra, grandi bancarottieri, super-evasori fiscali, e simili.

 

In definitiva, le forze di polizia hanno costituito una sorta di potere a sé, che si esercita quasi indipendentemente dal potere esecutivo e dal potere giudiziario, e si accanisce contro coloro che nessuno è in grado di difendere, codici alla mano. Siamo in un grave ritardo, come segnala lo stillicidio di casi di tale gravità, quali il fermo, l’arresto, la detenzione, il pestaggio fino alla morte per cause “misteriose” di ragazzi che hanno avuto principalmente la mala sorte di imbattersi in una pattuglia di polizia. Se siamo a questo punto, occorre che, urgentemente, la cultura liberale si ridesti dal suo sonno e affronti di petto quello che definii in passato (suscitando il risentimento dell’Onorevole Napolitano, già ministro dell’Interno con Prodi), “un nodo scorsoio sul collo della democrazia italiana”: la questione polizia.

 

 

 

di Giuseppe Caporalehttp://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/carceri-affollamento/pestaggio-teramo/pestaggio-teramo.html

 

TERAMO – "Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto…". Parole dal carcere di Castrogno a Teramo, parole registrate all’interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria. Frasi spaventose impresse in un nastro. Ora questo audio è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un’inchiesta sulla vicenda. Sono parole che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra il comandante delle guardie del penitenziario, Giuseppe Luzi e un agente che svelerebbe un gravissimo retroscena all’interno di un carcere già alle prese con carenze di organico e difficoltà strutturali.

 

Il nastro è stato recapitato al giornale locale La Città di Teramo, ed è scoppiata la bufera. Il plico era accompagnato da una lettera anonima.

 

In merito alla vicenda la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della commissione Giustizia, ha presentato un’interrogazione al ministro Alfano.

La deputata chiede al ministro Alfano se ritenga di dover accertare "se questi corrispondano al vero e di promuovere un’indagine nel carcere di Castrogno di Teramo per verificare le responsabilità non solo del pestaggio di cui si parla nella registrazione, ma anche se la brutalità dei maltrattamenti e delle percosse sia prassi usata dalla Polizia Penitenziaria nell’istituto".

Proprio questa mattina la Bernardini ed il segretario Generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno, hanno fatto una visita al carcere.

 

E proprio con la Bernardini, (lo riferisce il sito del "Centro") il comandante delle guardie ha ammesso: "Una di quelle voci è mia. Ma non mi riferivo a un pestaggio Ero mosso dalla rabbia e forse ho usato termini forti. In realtà c’era stato solo un richiamo degli agenti ai detenuti dopo un’aggressione da parte di questi ultimi alle guardie".

 

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