Sequestri segreti

 

Il terrore di Stato è un crimine accecante che pretende di distruggere altri crimini.

(Montesquieu)

 

 

 

di Giorgio SalvettiIl Manifesto

 

Rapimento Abu Omar, vale il segreto di stato

Salvato dal segreto di stato. Solo per questo l’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari e il suo vice Mario Mancini non devono rispondere di fronte alla legge del loro operato nella vicenda del rapimento di Abu Omar avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003. Il giudice di Milano, Oscar Maggi, ha deliberato il non luogo a procedere per i due dirigenti dei servizi segreti in base all’articolo 202 del codice penale.

Non luogo a procedere anche per per l’ex capo della Cia in Italia, Jeff Castelli, in quanto coperto da immunità diplomatica. Gli Stati Uniti hanno espresso però «disappunto» per la condanna dei 26 ex agenti della Cia condannati in contumacia. La copertura del segreto di stato sulle loro responsabilità fu apposta prima del governo Prodi e poi confermata dal governo Berlusconi. In seguito, la Corte costituzionale ha esteso la copertura del segreto in modo che comprendesse anche gli atti processuali.

Il giudice però ha condannato a tre anni i funzionari del servizi segreti Pio Pompa e Luciano Seno accusati di favoreggiamento, e ha condannato a pene tra i cinque e gli otto anni i 26 agenti della Cia coinvolti nel processo – che però gli Usa non hanno mai consegnato alle autorità italiane. Gli imputati condannati dovranno risarcire un milione di euro all’ex imam e 500mila euro alla moglie Nabila Ghali.

Ciò significa che l’attività della procura è state riconosciuta valida e doverosa. Ma non si poteva agire diversamente. L’ha spiegato chiaramente il giudice Maggi nell’emettere il verdetto. «L’azione penale nei confronti di Pollari e Mancini – ha dichiarato – per quanto legittimamente iniziata, non può essere proseguita per esistenza del segreto di stato apposto dalla presidenza del consiglio e confermata dalla sentenza costituzionale numero 106 del 2009». Il procuratore aggiunto Armando Spataro ha riconosciuto che «la decisione è arrivata al termine di un procedimento difficile e portato a termine con grande professionalità» e ha accolto la sentenza con moderata soddisfazione. «E’ stato molto importante aver potuto portare a termine il processo – ha commentato – che ha dimostrato che la verità dei fatti è quella ricostruita dalla polizia e dalla Procura». Tanto che tutti gli autori statunitensi del sequestro sono stati condannati. Mentre gli 007 italiani se la sono cavata solo per l’apposizione del segreto di stato. Una scelta che, ricorda Spataro, «è stata contestata dal Parlamento e dal Consiglio europeo». Spataro ha annunciato che solo dopo la lettura delle motivazioni della sentenza valuterà se ricorrere in appello.

Opposta l’interpretazione di Pollari. «Se il segreto di stato fosse stato svelato dagli organi preposti – ha detto – sarei risultato non solo innocente ma anche contrario a qualsiasi azione illegale». Per i suoi legali Pollari non è stato salvato dal segreto ma ne sarebbe vittima. «Il generale Pollari – hanno ribadito Franco Coppi e Rita Madia – ha sempre detto che il segreto di stato non copre la sua responsabilità ma copre le prove della sua innocenza».

Pollari, gli agenti italiani e quelli della Cia erano accusati di avere sequestrato l’egiziano Abu Omar, che poi fu portato nel suo paese, dove venne torturato. Per questo l’accusa aveva chiesto 13 anni di reclusione per Niccolò Pollari e per l’ex responsabile della Cia in Italia Jeff Castelli. Inoltre i pm avevano chiesto 10 anni per Marco Mancini e per altri agenti conivolti: gli avvocati della difesa invece avevano chiesto l’assoluzione per tutti per non aver commesso il fatto e in subordine il non luogo a procedere.

Il dibattimento si è svolto soprattutto sull’interpretazione del segreto di stato e della sentenza della corte costituzionale, piuttosto che sui fatti raccolti dall’accusa, con Spataro e il suo collega Ferdinado Pomarici impegnati a dimostrare che non può esistere l’imposizione del segreto su fatti che costituiscono reato. E che in questo caso non ci si può a limitare a segretare accordi tra intelligence italiana e organizzazioni straniere come sostenuto dalla Consulta. Inoltre per i pm il comportamento penale degli accusati non può coincidore con gli interessi dello stato perché anzi costituirebbe «un grave scempio del proprio dovere di fedeltà ai principi della democrazia».

Il caso di Abu Omar, secondo quanto ricostruito dai dati dalla Federal Aviation Administration e di Eurocontrol, e dal lavoro dell’eurodeputato Claudio Fava, sarebbe solo il caso più eclatante dei rapimenti (renditions) compiuti dalla Cia. L’Italia si sarebbe prestata a fare da base logistica per altri 80 voli di 26 differenti velivoli impegnati nel programma. Ma per due governi italiani e per Washington su tutto ciò non si deve e non si può indagare.

 

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