Il processato breve

 

Guardate, questa è la battaglia finale: se il Cavaliere riuscirà a vincere anche questa, magari con la complicità dell’opposizione – chiamiamola così – o del Capo dello Stato – chiamiamolo così – non ci sarà più alcuna speranza, la prassi è la stessa dell’anno scorso con il Lodo Alfano, minacciare sfracelli, minacciare un disastro epocale in modo da fare venire fuori o dal Quirinale o dall’opposizione qualche sherpa che si offre per una mediazione e che, alla fine, gli dice “ salviamo i processi degli altri e vediamo di metterci d’accordo per bloccare i tuoi : quanti ne hai? Due o tre? Blocchiamo solo quelli”, è la stessa cosa che è avvenuta sul Lodo Alfano, quando lui aveva in piedi la blocca processi: sta facendo nuovamente la stessa cosa! Ma guardate che minacciare sfracelli per intavolare una trattativa è ottenere quello che si vuole per sé è la stessa cosa che ha fatto Totò Riina nel 1992, quando ha cominciato a mettere le bombe, poi ha presentato il conto, cioè il papello e le bombe hanno continuato a scoppiare finché qualcuno non ha messo la sua firma, il suo giuramento sotto quel papello. I metodi di Totò Riina oggi sono i metodi delle leggi ad personam e chissà che i beneficiari di certe leggi ad personam non siano gli stessi che hanno messo la loro firma in calce al papello 16 anni fa?!

(Marco Travaglio)

 

 

 

di Bruno Tintihttp://togherotte.ilcannocchiale.it/

 

Amnistia di massa per salvare Berlusconi

Ogni giorno, con “La stecca di Indro”, Il Fatto Quotidiano ci regala una profetica citazione di Montanelli. Io me ne ricordo una a proposito di Berlusconi: il grande Indro disse che gli italiani avrebbero dovuto toccare il fondo; un po’ come con una malattia cui, se sopravvivi, poi sei vaccinato per il resto della vita. La domanda è: quanto siamo lontani dal fondo? A giudicare da quello che bolle in pentola, direi poco.

 

Le teste giuridiche al servizio di Berlusconi, chiamate agli straordinari per via delle imminenti condanne che il loro padrone, ora che il Lodo Alfano è defunto, ha tutte le ragioni di aspettarsi, stanno facendo gli straordinari. Il 29 ottobre, ci ha informato il Corriere della Sera, hanno pensato a una riforma della prescrizione così congegnata: “Taglio di un quarto dei termini di prescrizione per i procedimenti pendenti relativi a reati di non grave entità commessi prima del 2 maggio 2006 e con pena massima fino a 10 anni”; che, ma guarda che combinazione, è proprio il caso del processo Mills-Berlusconi.

 

Poi qualcuno ha fatto sicuramente notare che:

 

– I quattro quinti dei reati previsti dal codice e dalle altre leggi penali italiane sono puniti con una pena massima inferiore a 10 anni: amnistia di massa. – Definire reati di non grave entità quelli puniti con una pena massima di 10 anni di reclusione fa un po’ ridere: tra questi reati ci sono, tanto per avere un’idea, il peculato, la corruzione, la falsa testimonianza, l’associazione a delinquere (anche quella di stampo mafioso), l’omicidio colposo, il furto, la rapina e l’estorsione. Va bene che il nostro ordinamento già conosce la straordinaria categoria del falso in bilancio lecito (sarebbe quello inferiore all’1 % del patrimonio netto della società; per dire, Fininvest, patrimonio netto – al 31 dicembre   2008 – 5 miliardi e mezzo di euro, falso in bilancio lecito 55 milioni di euro… ). Ma anche alla schizofrenia c’è un limite.

 

– E se qualche giudice comunista si rifiuta di considerare “di non grave entità” una corruzione in atti giudiziari che ha prodotto danni per 750 milioni di euro?

 

Allora ci hanno ripensato e, il 3 novembre, sempre il Corriere della Sera ci ha informato che era allo studio una nuova soluzione: la “prescrizione breve”. I processi debbono essere celebrati tassativamente entro 6 anni: 3 per il Tribunale, 2 per l’Appello, 1 per la Cassazione. Se no tutto prescritto! 

 

Sono sicuro che Ghedini & C. si stanno stropicciando le mani per la soddisfazione: perché questa soluzione ha 2 meriti:

 

– Appare ragionevole a prima vista: 6 anni per fare un processo; e quanti ne volete! Così, quando i reati si prescriveranno, la colpa sarà dei magistrati: 6 anni avevano, sono dei fannulloni, ha ragione Brunetta! E far perdere ai cittadini la fiducia nei magistrati è un risultato che Berlusconi e soci considerano quasi sullo stesso piano dell’impunità garantita per le loro malefatte.

 

– È un sistema sicuro: nessun processo per i “loro” reati può esser fatto in 6 anni. 

 

Naturalmente c’è un rovescio della medaglia: siccome i quattro quinti dei processi italiani non si fanno in 6 anni, nessun delinquente finirà in prigione. Questo non è pessimismo da comunista; questo lo ha detto il ministro Alfano nella sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia in Italia: “La durata media dei processi penali è di 7 anni e mezzo”. Sicché, con la prescrizione a 6 anni …. Certo, non tutti i processi durano più di 6 anni; ma quelli per i reati che interessano Berlusconi e i suoi associati, quelli sì, come le 6 “assoluzioni” per prescrizione collezionate dal nostro “incensurato” Presidente del Consiglio stanno lì a dimostrare.

 

Così uno si chiede: ma perché questo genere di processi (per intenderci, falso in bilancio, frode fiscale, corruzione, peculato, insider trading etc.) dura tanto? La prima risposta è che non è vero, non durano così tanto: 5 o al massimo 6 anni per fare indagini, processo in Tribunale   , in Corte d’Appello, in Cassazione, quasi sempre sono sufficienti; certo, tranne che l’imputato sia Berlusconi, nel qual caso il solo processo in Tribunale può durare anche 4 o 5 anni. Il problema però è che la prescrizione comincia a correre da quando il reato è commesso; e non da quando cominciano le indagini.

 

Con un esempio ci si spiega meglio. Se vi rubano una macchina, andate subito dai Carabinieri e fate denuncia; loro fanno un posto di blocco e magari arrestano il ladro; poi lo denunciano alla Procura. Abbiamo 6 anni, a partire dal momento del furto, per fare il processo. Ma quando un ricco imprenditore fa un falso in bilancio, sul momento non se ne accorge nessuno. Un paio d’anni dopo, forse, la Guardia di Finanza farà una verifica: se sono bravi (in genere lo sono) e se nessuno li corrompe (qualche volta capita, c’è una sentenza che dice che Mediaset ha corrotto la GdF) magari lo scoprono. La verifica dura un anno; alla fine la GdF fa un rapporto alla Procura che a questo punto comincia le indagini. Sono passati 3 anni dal bilancio falso. Ne restano altri 3 per fare indagini, 1° grado, 2° grado e Cassazione; troppo pochi. Anche perché, indagare su un falso in bilancio non è come indagare su furti, rapine, droga etc. In questo genere di reati il problema è seguire i soldi: dove sono andati? in quale banca? in quale Paese? chi ce li ha mandati? e cosa ne ha fatto? Tutto questo si fa con le rogatorie (non a caso, un’altra cosa che gli esperti di Berlusconi hanno cercato di smontare). E una rogatoria di questo tipo (sequestri, in banche e società, interrogatori di funzionari pubblici e professionisti, traduzioni etc.) un paio d’anni li prende. Ricordo una mia rogatoria nel processo Telekom Serbia: era a Londra e ci misi quasi 4 anni. Insomma, per i reati di Berlusconi e soci 6 anni sono niente. E quindi si prescrivono.

 

Adesso il problema, per quanto strano possa sembrare, non è nemmeno più che Berlusconi la faccia franca ancora una volta: un grande giornalista, Ricciardetto (al secolo Augusto Guerriero, tanti anni fa scriveva su Epoca) diceva di De Gaulle (che lui odiava perché antieuropeista): il n’y a que la providence…. E in effetti, dopo la morte di De Gaulle, l’Unione Europea ha fatto passi da gigante. Il problema è che questa “prescrizione breve” si applicherà a tutti i processi, quelli che Alfano ha spiegato che durano in media 7 anni e mezzo. E qualcuno dovrà spiegare a una   mamma che ha avuto il bambino falciato da un automobilista ubriaco; o a un pensionato che ha investito tutti i suoi risparmi in qualche bond truffaldino che i colpevoli di questi reati resteranno impuniti perché c’è la “prescrizione breve”. Forse non tutti ci crederanno che è colpa dei magistrati fannulloni.

 

E poi, qualche speranza c’è. La CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’uomo) ha detto in molte sentenze che “non è vietato al potere legislativo prevedere nuove leggi ad effetto retroattivo. Ma il principio della preminenza del diritto e la nozione dell’equo processo, consacrati dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, impediscono, salvi imperiosi motivi d’interesse generale, l’ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia con lo scopo d’influenzare la risoluzione giudiziaria della lite”. Insomma, niente leggi ad personam,   non si può.

 

Ecco, forse Berlusconi e i suoi consiglieri non lo sanno, ma le leggi italiane debbono rispettare anche i principi di diritto della Comunità Europea: se non li rispettano, sono incostituzionali. E se la lezione del Lodo Alfano fosse servita? Magari studiano e ci ripensano.

 

 

 

di Giuseppe D’AvanzoLa Repubblica

 

PERBACCO, ecco finalmente i "problemi reali del Paese". O meglio, l’unico problema del Paese che, come in un’ossessione paranoica, a Berlusconi e alla sua gente appare reale: i processi di Berlusconi. Come evitare che il presidente del consiglio affronti il tribunale e un giudizio? La narrazione di questa necessità, che dovremmo sentire come un obbligo dovuto al sovrano, si nutre di finzioni, inganni, autoinganni, rovesciamento di senso.

 

Nel corso del tempo, ha mutato i suoi pretesti. Prima è stata accompagnata dal giocoso ritornello "così fan tutti" e ci è stato lasciato intendere che dovunque, nel mondo, chi governa è immune dal processo. È una balla, ma è stata all’origine di una legge (la "Schifani") incostituzionale e presto silurata dalla Consulta. All’inizio di questa legislatura, nuova legge immunitaria ("Alfano") e nuovo argomento: se deve difendersi nelle aule di un tribunale, il capo del governo non può governare. Quindi, si sospenda il processo. Gli si consenta di svolgere il suo incarico. In aula ci andrà dopo. La Corte costituzionale boccia il nuovo sgorbio: processo e governo possono coesistere se giudici e imputato (che governa) concordano un calendario di udienze che non pregiudica le responsabilità del presidente del consiglio e consenta al tribunale di accertare che cosa è accaduto e per colpa di chi. La coerente soluzione costituzionale non può essere accettata perché un processo, in ogni caso, ci sarà e, per Berlusconi, è giusto l’intralcio che va aggirato. Dunque, si ricomincia. Questa volta, con una sprezzante limpidezza della ragione che impone "una soluzione definitiva".

 

Il perché ha una sua formula sfrontata e una declinazione più ideologica. Della prima s’incarica Fedele Confalonieri: "Le leggi ad personam? [Silvio] Le fa per proteggersi. Se non fai la legge ad personam vai dentro". Della seconda, se ne cura Giuliano Ferrara: "C’è un solo vero dilemma: della guida di questo Paese decide il popolo o decide l’ordine giudiziario?". Al fondo dell’argomento, c’è una tesi insidiosa e controversa: Berlusconi ha il diritto di prevalere su tutti gli altri poteri dello Stato (anche il potere giudiziario, anche il parlamento, anche la corte costituzionale), perché soltanto lui è "eletto direttamente dal popolo". Quindi, nessuno lo può giudicare a meno di non volere azzerare la volontà popolare, con un colpo eversivo della democrazia. Ilvo Diamanti e Giovanni Sartori hanno dimostrato con qualche numero che "l’asserzione è falsa" perché Berlusconi non è insediato "direttamente" dalla volontà popolare e lo vota, sì e no, un terzo degli italiani. Troppo poco per concludere che Berlusconi è il popolo e il popolo è Berlusconi. Ma tant’è, questo è l’argomento che ci viene oggi proposto. Irrobustito, si fa per dire, da due "quadri" diventati ormai "classici", nonostante la loro inconsistenza: la magistratura ha liquidato abusivamente, quindici anni fa, un sistema politico (per credere alla favola, bisogna dimenticare che diecimila miliardi di tangenti l’anno avevano già distrutto il Paese); Berlusconi, una volta in politica nel 1994, è stato perseguitato dalle "toghe rosse" con ostinazione (in questo caso, si dimentica che Mediaset e Publitalia erano sotto inchiesta già nel 1992 e Berlusconi era già stato al centro negli anni ottanta di indagini e condanne penali).

 

Questa figurazione truccata, che ieri ha ottenuto anche un sorprendente editoriale del direttore del Tg1 a favore del ripristino dell’immunità parlamentare, sostiene il nuovo schema con cui faremo i conti nei prossimi mesi. L’ultimo paradigma, escogitato dai "tecnici" di Berlusconi, si poggia ancora una volta su una narrazione alterata. È interessante scorgere quale prezzo Berlusconi intende far pagare alla sua maggioranza, al suo governo, alla macchina della giustizia, ai cittadini pur di guadagnare l’impunità.

Si dice: la giustizia è lenta, va riformata nell’interesse dei cittadini. È un’assoluta priorità correggere la prescrizione (il tempo che lo Stato si concede per accertare i fatti e la responsabilità). Quindi – ecco l’ultimo scarabocchio – tagliamo subito di un quarto i tempi di prescrizione dei procedimenti in corso per i reati commessi prima del 2 maggio 2006 con pena massima fino a dieci anni e stabiliamo che i processi devono essere celebrati in sei anni (tre per il tribunale, due per l’appello, uno per la cassazione).

 

Bisogna ora chiedersi: è vero che, riformata così la prescrizione, i processi saranno più rapidi? La risposta è che non è vero. La riforma (condivisibile) è soltanto un imbroglio se non si provvede a mettere il sistema in condizione di celebrare i processi in tempi compatibili con la nuova prescrizione. Ma di questo obiettivo Berlusconi e i suoi non vogliono discutere perché, con tutta evidenza, i procedimenti da cancellare con quelle norme sono i tre processi che, dopo la bocciatura della "legge Alfano", attendono il capo del governo (Mills, diritti Mediaset, Mediatrade).

 

Vediamo ora quali sono gli effetti di questa mossa per la giustizia e per la politica. I quattro quinti dei reati previsti dal codice penale sono puniti con una pena massima inferiore ai dieci anni. Se si considera che, in media, i processi durano sette anni e mezzo, anche i non addetti comprendono che i quattro quinti dei processi italiani sarà azzerato, le vittime dei reati umiliate, i rei liberi come farfalle. Ecco perché si parla di amnistia mascherata e di massa. Qui, il prezzo maggiore lo paga la sicurezza dei cittadini, che pure è uno dei cardini del programma di governo. L’esito disastroso ha come pendant rovinoso l’effetto sul quadro politico e istituzionale. Il presidente della Repubblica non vuole "riforme né occasionali né di corto respiro". Il presidente della Camera concorda che il processo sia breve, ma ritiene che ridurre unicamente i tempi della prescrizione non trasforma un sistema arrugginito in una macchina efficiente. Dal loro canto, i magistrati hanno fatto sapere che, per dare più rapidità al processo, sono necessarie più risorse e, da subito, qualche accorgimento tecnico. Per esempio, la posta elettronica per le migliaia di notifiche e avvisi inviati agli avvocati; la sospensione dei processi penali per gli imputati irreperibili, che impegnano i tribunali senza alcuna utilità; la depenalizzazione dei reati minori, per riservare il costoso processo penale, alle questioni di reale allarme sociale.

 

Sappiamo anche un’ultima cosa. Che il Pd di Bersani è disposto a un dialogo con il governo per sostenere una nuova stagione di "riforme strutturali", ma esclude che la giustizia ad personam sia una priorità. È questa allora la mappa dei conflitti autunnali che Berlusconi accenderà se dovesse ostinarsi nella sua pretesa di rendersi immune, costi quel che costi. Contro il capo dello Stato; contro il presidente della Camera e parte della maggioranza (quella che fa riferimento a Fini); contro la magistratura; contro lo spirito riformista dell’opposizione; contro la sicurezza dei cittadini; contro le vittime dei reati. Uno scontro senza quartiere che Berlusconi è disposto a provocare in nome dei "problemi reali del Paese". Anzi, dell’unico problema reale che conta per lui, il suo.

 

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