Scimmie desertiche

 

Siamo soli. Io e te sul divano. Poche parole accompagnate da qualche occhiata fugace. Eppure niente rivela il nostro turbamento, i riti dell’etichetta vengono compiuti a dovere. Il ciclone del desiderio ci rende quasi sordi al mondo. Piano piano mi ecciti fin dove dorme il canto dei miei giorni. E ora che sei a pochi centimetri, mi siedi in braccio e ti tocco come piace a te, con passione ma lentamente. Abbiamo oramai prodotto forze primitive: ansimi e ruggiti in vinile, immagini di carne che vibra, di abbracci tambureggianti, di vicinanze arrangiate, di fiori che danzano e si dimenano. Senti che le mie mani corrono immediatamente ai lacci del tuo involucro, per liberare la tua essenza e lasciarla libera di essere esplorata dalle mie dita. Adesso che ho dischiuso finalmente le tue difese, puoi godere della mia mano calda che scivola sulla tua superficie, ne saggia le rilevanti rotondità e ne ammira le ruvide spigolosità e didascalie cercando il battito sensuale del tuo corpo. Denudata come un mare in tempesta, ma nello stesso tempo dolce come un cocente tramonto d’estate. Non mi resta che estrarre l’oggetto del desiderio e affondarlo nell’apposita apertura, dilatata per accogliere il complemento del suo destino, spingendo prima delicatamente e poi pompando sempre di più il volume. Alle prime note di piacere, anche il mio cervello capisce che sta giungendo un impetuoso orgasmo sotto forma di un’esplosione fortissima e incontrollabile When are you arriving? My propelleeeeeeeeeeer………………………………………….

 

Fonte: http://www.youtube.com/user/Spangbassist

 

 

 

7. Recensione di Humbug degli Arctic Monkeys by me stesso

 

Qualche giornale britannico ha definito “Whatever People Say I Am” il “Definitely Maybe” degli anni 2000. Se il debutto degli Arctic Monkeys è stato davvero il manifesto post brit pop del nuovo secolo, una sorta di istantanea delle irrequietezze e dei subbugli istintuali dei giovani metropolitani di tutto il globo, i quattro di Sheffield avrebbero tranquillamente potuto battere la rassicurante strada del successo annunciato sfornando una serie di dischi fotocopia, invece hanno preferito salpare per un nuovo viaggio misterioso e ricco di insidie denominato “Humbug”. D’altronde non bisogna smettere mai di cercare quello che si ama altrimenti si rischia di amare solo quello che ci accontenta.

I nostri protagonisti sono così approdati a Brooklyn col fido James Ford, che non a caso è anche l’artefice dell’album di debutto dei The Last Shadow Puppets debitore di quel velo di introspezione che ha ispirato sensibilmente Alex Turner, per la registrazione di tre pezzi e soprattutto nel deserto del Mojave per produrre i restanti sette brani nei mitici studi del Rancho de la Luna sotto la regia di Josh Homme, deus ex machina dei Queens of the Stone Age e fondatore degli ormai disciolti e seminali Kyuss.

La registrazione nei deserti californiani ha esposto i suoni e le menti alla sterminatezza degli spazi, alla secchezza e alla brutalità dei movimenti, alla penombra cupa e occulta  dei miraggi, alla riverberazione degli echi, arricchendo lo stile degli inglesi di maggiore magnetismo e fascino psichedelico, intervallando le solite sequenze chitarristiche con un più marcato rallentamento dei ritmi.

Quello che più conta è che ci si sente accarezzati da onde spinte dal vento: le dissonanze affondano le dita sul dorso spogliandoci di tutti i sensi, le armonie spalmano il deserto sulla pelle plasmando un brivido intenso dietro al collo e le melodie ci fanno amare nel profondo bruciando di passione e girando intorno ad un’univoca essenza creata da un sogno.

Non sarà sufficiente per una conversione ascetica al verbo del rock dei quattro inglesi, ma si viaggia lontano col pensiero, eccome…

 

 

 

My Propeller irrompe nel lettore occupando tutta l’atmosfera con un robusto riff che presto si trasfigura in un oscuro giro di basso e saturando l’aria con un mare di suoni cupi ma sensuali enfatizzati dall’andatura melodica adulatrice e dalla voce maliziosa di Alex Turner. Come se da un immenso e sconfinato spazio scaturisse di nuovo la vita.

Il primo singolo Crying Lightning si intavola un po’ alla Muse prima maniera, ma è un vero pezzone rock fatto di chitarre acuminate e vibrazioni aspre, con un sottofondo nuovamente cupo e un finale in crescendo con una batteria potente e un riffone squadrato alla Stone Age

Il trip stroboscopico e tenebroso prosegue con Dangerous Animals, una distensione drogata e ammaliante con i suoi riferimenti sessuali “You sharpen the heel of your boot and you press it in my chest and you make me wheeze”, i due vocaboli “Animal” & “Dangerous” ansimati  ed incitanti e i bassi distorti e seducenti. Questo pezzo brilla come il metallo che esplode nel lampo ed emigra alle labbra lussuriose della notte.

Splendido il coinvolgente pop beatlesiano di Secret Door, un sussurro ad un orecchio innamorato immerso in una atmosfera raffinata e romantica e che evoca un alone di immagini fuggevoli e liquescenti. Il brano fa decisamente perno sulla distorsione vocale “Fools On Parade” che appare all’inizio e alla fine del pezzo.

L’indie-garage di Potion Approaching ci riporta ad un rock massiccio e incazzoso con chitarre distorte che avvinghiano con le loro note le sonorità psichedeliche tanto care ai Doors (il testo del brano stesso allude esplicitamente all’utilizzo di un oceano di sostanze visionarie).

Decisamente meno convincente Fire and the Thud, che inficia l’energia dei più incisivi brani precedenti. E’ un lento spinto da cori flebili come echi distanti e ingannevoli, quasi voci confuse nella polvere del deserto che non si rivelano altro che sospiri del vento.

Meravigliosa la successiva ballata alla The Last Shadow Puppets Cornerstone, struggente e romanticona al punto giusto. E’ una passione che si sfoga sulla tua pelle assetata di ardore, come se le cascate dei desideri avessero trasgredito la tua sostanza e si recassero a te in tutti i loro aromi, suoni e sogni. “Tell me where’s your hiding place I’m worried I’ll forget your face And I’ve asked everyone And I’m beginning to think I imagined you all along”.

Dance Little Liar si staglia in un fragile equilibrio tra il rullare prepotente della batteria, il passo intontito e barcollante della voce di Alex e i furori straripanti del finale rovente.

Si torna a ritmi stratosferici con Pretty Visitors, marziano scontro del nuovo secolo tra l’impetuosità dei Black Sabbath e il vigore dei White Stripes, un’evasione psicotica e spaventosa  con ritornello corale, alla Killers, organo sconvolto e batteria convulsa. Il classico pezzo che incendierà arene e palazzetti. Memorabile il verso: “What came first the chicken or the dickhead?”.

Chiude la classe immensa di The Jeweller’s Hands, lunga ballata sporca e languida e dall’atmosfera introspettiva, disciolta nell’organo e nell’eco finale quasi sussurrato: “If you’ve a lesson to teach me, I’m listening, ready to learn There’s no one here to police me, I’m sinking in, until you return If you’ve a lesson to teach me, Don’t deviate, don’t be afraid Without the last corner piece I can’t calibrate, Let’s get it ingrained”

 Se c’è una lezione che ho imparato e che gli Arctic Monkeys sono uno dei gruppi più influenti della nostra decade e vanno ascoltati con estrema cura e attenzione, sia quando propongono un suono fresco e sfrontato sia quando intraprendono una strada più adulta e ruvida. Il voto è: 7,5.

 

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2 risposte a Scimmie desertiche

  1. Chiara ha detto:

    Ho capito,me lo devo ascoltare🙂

  2. Michele ha detto:

    Tutta sta immane descrizione, e tu lo devi solo ascoltare?😀

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