Polvere di sgomberi

 

di Orsola CasagrandeIl Manifesto

 

Chiamparino vuole chiudere i centri sociali torinesi. In particolare l’Askatasuna. Il comitato di quartiere scrive una lettera al primo cittadino: «Questo spazio fa parte del territorio». Con un cortile di quartiere, una ludoteca popolare, i Gruppi di acquisto e una biblioteca. Ma a rischiare lo sgombero sono anche gli altri squat, da El Paso al Gabrio

Chiudere i centri sociali. Per il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, questa sembra essere la priorità da qualche tempo a questa parte. In particolare preso di mira è il centro sociale Askatasuna di Corso Regina. Attivo ormai da tredici anni, l’Aska è una realtà ben consolidata nel quartiere Vanchiglia. Lo dimostrano le decine di attività realizzate con il quartiere e soprattutto l’ormai annuale collaborazione e cooperazione con i cittadini. Non a caso, proprio il comitato di quartiere Vanchiglia, ha voluto, in questi giorni, far sentire la sua voce inviando una lettera aperta al primo cittadino. «La motivazione addotta – scrive il comitato – è che l’occupazione dello stabile sottrae illegittimamente un luogo alla cittadinanza e che a essa andrebbe restituito». Ma per i cittadini le cose non stanno affatto così. «Vogliamo sottolineare che questo luogo non è sul territorio, entità estranea osteggiata dalla gente; non è neanche nel territorio, circondato da persone insofferenti, ma è un luogo del territorio e, attraverso i progetti che lo animano, è uno spazio vissuto e integrato, posto dai cittadini di Vanchiglia tra gli spazi sociali di riferimento nella zona». Infatti gli spazi dell’Askatasuna sono animati quotidianamente da persone di varia estrazione sociale e culturale, «lontane – scrivono ancora i cittadini – dagli stereotipi che, spesso, si vedono riproposti per descrivere i frequentatori del centro sociale». Una descrizione della vita e della centralità di Askatasuna nel quartiere che, dicono i cittadini, «lei come sindaco dovrebbe conoscere bene». Emerge infatti da un sondaggio svolto lo scorso anno da architetti ed educatori del comune nel corso dell’elaborazione del progetto per l’arredo urbano nell’area pedonale di via Balbo. Un sondaggio che ha coinvolto le famiglie dei bimbi della scuola elementare Fontana, che hanno indicato l’Askatasuna tra i primi tre luoghi preferiti dai loro figli per il gioco e l’incontro.

Il sindaco Chiamparino dice che al posto dell’Askatasuna dovrebbe sorgere un centro per il quartiere. «Ma questo centro – ribatte il comitato – c’è già». Infatti al centro sociale i cittadini interni al comitato partecipano alla gestione del cortile di quartiere e vanno oltre. Dentro al centro sociale infatti è stata inaugurata la Ludoteca Popolare (Lu.Po.). E l’estate scorsa i genitori hanno organizzato una iniziativa che prendendo in prestito il concetto di banca del tempo ha consentito loro di conciliare lavoro e cura dei figli nel periodo di chiusura delle scuole. La socializzazione dei bisogni sta alla base anche del Gap, gruppo di acquisto popolare. E poi c’è la Bi.Pop., la biblioteca popolare, oltre alle feste di quartiere, i dibattiti, i corsi e gli incontri. E la palestra popolare che conta ormai un centinaio di iscritti e attività per cinque giorni alla settimana.

Allora, perché Chiamparino insiste nel volere togliere di mezzo spazi come Askatasuna? Per chi frequenta il centro sociale la risposta è chiara. «Si vogliono svuotare gli spazi sociali usati da migliaia di torinesi per regalarli ai profittatori dell’immobiliare e a pochi neofascisti sotto mentite spoglie».

Askatasuna a Torino vuol dire anni ’80 e collettivo Spazi Metropolitani, ambito in cui uomini e donne provenienti da percorsi anti-nucleari e per l’amnistia dei prigionieri politici degli anni ’70 tenta, con alcune soggettività più giovani e digiune di politica, un percorso di ricomposizione metropolitana nel decennio del lungo inverno. Al centro, come suggerito dal nome stesso, il bisogno di spazi da liberare e far vivere per progetti collettivi di socialità e politica altri. In una Torino città operaia che si avvia lentamente a essere città post-operaia, nascono e non a caso, sperimentazioni molto interessanti che riguardano non soltanto percorsi e tentativi di riappropriazione del territorio ma anche ambiti solo apparentemente diversi. Torino, si dice spesso, è stata (e per molti versi ancora è) laboratorio anche per quanto riguarda il mondo dell’immigrazione e le sue trasformazioni nel nostro paese. Immigrazione interna, cioè proveniente dal sud Italia, e esterna, cioè proveniente da altri paesi. Non a caso la fabbrica è al centro sia dell’una che dell’altra immigrazione. E non a caso sia nell’uno che nell’altro caso gli immigrati sono gli ultimi, i nuovi schiavi. In questo meccanismo cercano di inserirsi esperienze diverse come quella di Askatasuna, da una parte, di El Paso dall’altra e successivamente del Gabrio.

È nel 1989, dopo vari tentativi di occupazione seguiti da sgombero, che arriva la concessione, da parte dell’amministrazione comunale, dei locali che diventeranno il centro sociale Murazzi, sulle rive del fiume Po.

 

 

 

di Antonello ManganoIl Manifesto

 

L’alba del 2 novembre la polizia arriva in forze a chiudere il centro sociale Experia di Catania. Spinta dalla campagna per il «ripristino della legalità» di An e dagli interessi speculativi sull’area. Ma i ragazzi del centro sono una nuova generazione di attivisti, sanno usare la tecnologia e in breve la «resistenza» fa il giro del mondo

«Ci battevamo due dita sull’avambraccio e gridavamo ai poliziotti: speriamo che nessuno di voi abbia un figlio in questo quartiere, perché da domani ricomincia lo spaccio. E loro abbassavano lo sguardo, dietro i caschi e gli scudi. Continuavano a picchiarci, con imbarazzo». È l’alba del 2 novembre, la polizia sta sgomberando a manganellate il centro sociale. Cinquanta occupanti lo difendono finché possono. Il centro popolare occupato Experia si trova nel quartiere dell’Antico Corso, nel cuore barocco di Catania dove lo splendore dei palazzi in pietra lavica è lo sfondo del degrado più estremo. Contrasti ottocenteschi, accostamenti da regno borbonico, vicerè che vogliono imporre angherie senza giustificazione, gendarmi obbedienti, ribelli esperti in nuove tecnologie. Una storia lontana dalla solita retorica dello «sgombero» e della «difesa con la lotta». Il centro faceva doposcuola ai ragazzi del quartiere, apriva a tutti una palestra popolare, persino una ciclofficina. Ed aveva "ripulito" la zona dagli spacciatori. Su questo massima intransigenza, persino per l’erba. Non è stato facile. La storia inizia diciassette anni fa, si arrivò allo scontro fisico coi pusher. Una bomba incendiaria fu la pronta risposta. Ma i vari occupanti che nel corso del tempo si sono avvicendati hanno difeso un luogo libero dalle droghe e dalla mafia. Da soli, perché la polizia queste cose non le fa. Attualmente, le forze dell’ordine preferiscono le ronde sulla centrale via Etnea, o posteggiare la camionetta blu di fronte all’elefante di Piazza Duomo. Il famigerato "palazzo di cemento" di Librino è angosciante almeno quanto i suoi gemelli di Scampia, e lo spaccio ha assunto dimensioni altrettanto imponenti. Tutte le zone satellite della cintura urbana, così come i ghetti in pieno centro storico sono terre perdute.

 

Mani alzate

«Ma davvero stasera? Tra quanto? Oppure domattina?». I ragazzi si chiedono se verranno. Alle otto di sera tutto sembra a posto, compreso il tatami usato per la lotta greco-romana, il judo e le altre attività della palestra popolare. Alla riunione c’è tutta la sinistra catanese, unita come mai negli ultimi anni. La notte passa, molti se ne vanno. Ormai non vengono più. Ed invece arrivano poco prima delle sei, dopo tre falsi allarme. La barricata è pronta a reggere l’urto. Salvo sta leggendo "I Miserabili". «Come nell’Ottocento», commenta. «Da non crederci». Un groviglio di ferro e di legno ed una pattuglia di carabinieri all’orizzonte. E poi una selva di caschi, una schiera di scudi e dall’altro lato mani alzate, nude.

«Sarà solo una notifica di sgombero, vedrete che non caricano». La smentita arriva con le manganellate dalla seconda fila di poliziotti. I primi colpi sembrano quasi leggeri. Poi una botta si abbatte sulla testa di un compagno; un rumore piatto, disgustoso, sulla sua fronte: e quello crolla. Sangue, stupore e urla; altri manganelli si rizzano dalle seconde file: nessuno reagisce. La barricata regge bene, le fronti dei compagni un po’ meno. Si urla: «Perché? Siamo disarmati!» Poi il gruppo "sente" la presenza della polizia alle spalle: la barricata ha ceduto, e sono circondati. Improvvisamente tutti comprendono, fisicamente, che è finita: anche quelli che non hanno potuto guardarsi alle spalle. È questo il problema delle barricate: se cedono, diventano trappole; era così nell’800, è così adesso. La retroguardia alza le mani, osserva i manganelli. Non si sollevano. È finita. Teste rotte, sangue. Un altro compagno è a terra, la felpa rossa sollevata sul ventre. Il suo casco è stato colpito sette volte con forza. Senza quella protezione che gli ha salvato la vita, forse sarebbe un altro Carlo Giuliani. «Questa è repressione», urla Claudia. «Non è repressione», risponde la funzionaria della questura. E non trova nient’altro da aggiungere. «State picchiando ragazzini», urla un signore. «Vergogna!». Nessuno ha il coraggio di rispondere, dall’altra parte. «Ma questa è sicurezza?», dice una ragazza dal megafono. «Siamo puliti, siamo con le mani nude: non abbiamo paura dei vostri manganelli».

La polizia salda una lastra di metallo all’ingresso. Ma cosa è successo? Sangue e corpi distesi per sgomberare un doposcuola? Nella città dell’illegalità, della criminalità, della corruzione? Nel comune fallito per gli sprechi di una politica incapace di controllarsi?

 

Non è finita

Molto probabilmente lo sgombero nasce dall’unione malsana tra risentimento politico ed interessi speculativi. Alleanza Nazionale, oggi al potere in città, a Catania non ha mai perso le proprie venature estremiste. Ha condotto una campagna contro i centri sociali, ha plaudito al «ripristino della legalità». La soprintendenza, che nei fatti ha "ordinato" lo sgombero, insiste sul fatto che l’immobile andrà all’Università per farci una mensa. Peccato che non ci sia la volontà dell’Ersu, e neppure i soldi necessari, che invece abbondano presso i privati attratti da nuove operazioni speculative.

I ragazzi dell’Experia sono una nuova generazione di attivisti politici. Uno fa l’editore, un altro l’avvocato. Una è insegnante. Tanti studiano. Un altro insegna all’università. Tutti sanno usare la tecnologia. Il video dello sgombero è stato visto su YouTube da migliaia di persone: quattro minuti da brividi che sintetizzano mezz’ora di resistenza. I racconti hanno raggiunto in poche ore tutta Italia sui social network. Certe cose non è più possibile nasconderle.

 

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