Sulla vostra coscienza

 

Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte.

(Fabrizio De Andrè)

 

 

 

Giuseppe Uva

 

Fonte: http://www.beppegrillo.it/2009/11/giuseppe_uvaunaltra_vittima_di_stato.html

 

L’ennesima morte in carcere di un ragazzo. L’ennesimo Stefano Cucchi. Questa volta, per Giuseppe Uva di Varese, non c’è neppure la consueta giustificazione: "Era un tossico, uno spacciatore, se l’è cercata". Giuseppe non era né uno, né l’altro, era ubriaco, è morto per una bravata. Questa strage deve finire. 1531 morti in dieci anni solo in carcere, senza contare gli altri casi: Federico Aldrovandi è morto in strada, Riccardo Rasman in casa sua. Muoiono i poveri diavoli, gli incensurati, i ragazzi, gli invisibili. Entro l’anno sarà attiva l’associazione: "Vittime di Stato" per aiutare le famiglie colpite.

 

Intervista alle sorelle di Giuseppe Uva e all’amico Alberto Bigiogero

 

Lucia Uva: "Sono con mia sorella Uva Carmela e con un amico di Giuseppe Uva – Alberto Bigiogero – e sono qui a raccontare questa storia, una storia brutta, perché è finita malamente: mio fratello il 14 giugno del 2008 alle 3: 00 di notte è stato fermato per la strada insieme al suo amico Bigiogero…"

 

Alberto Bigiogero: "Ero in compagnia di Giuseppe Uva, la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 quando, un po’ euforici, abbiamo transennato una via di Varese deviando praticamente il traffico lì nel centro di Varese. Quando siamo stati fermati da una gazzella dei Carabinieri il signor Uva è stato scaraventato per terra e poi, in un secondo tempo, è stato scaraventato dentro l’auto e preso a pugni, io sono stato scaraventato dentro una pattuglia della Polizia, dentro una volante della Polizia, siamo stati portati nella caserma di Via Saffi a Varese e questi due Carabinieri si sono.. un Carabiniere in particolar modo l’ha massacrato di botte in caserma insieme ai suoi colleghi e mi dicevano: “dopo arriva anche il tuo turno”. Al che, quando finalmente mi sono trovato da solo, ho chiamato il 118 implorandolo di venire in soccorso, perché un mio amico veniva massacrato, mi hanno detto che in caserma non potevano intervenire, è arrivato un soggetto con dei tratti asiatici, sembrava quasi cinese, con una borsa forse da medico e da lì il mio amico Beppe ha smesso di gridare: questo mi ha fatto sentire veramente sollevato come non mai, perché ho pensato che hanno smesso di pestarlo."

 

Carmela Uva: "Io sono l’altra sorella di Giuseppe Uva, per il quale, il giorno 14 giugno 2008, mi era arrivata una telefonata alle ore 7:20 del mattino. La prima cosa che ho fatto, ho chiesto: “che cosa è successo?”, dice: “niente signora, guardi, è stato prelevato suo fratello dalla strada in condizioni proprio atroci”, solo che questo dottore qua insisteva e voleva sapere se mio fratello faceva uso di droghe, se si drogava. So che mio fratello poteva essere un barbone, come lo chiamavano, poteva essere uno di strada e aver fatto qualunque cosa, ma che si drogasse a noi non è mai risultato. E gli ho detto: “guardi, appena mi affretto vengo su”; “sì, sì, ma faccia pure con calma, perché tanto è qua tranquillo, adesso è sedato, non c’è nessun problema”. In quel momento lì arriva questo dottore e ci fa entrare nello studio e gli ho chiesto: “scusi, ma mio fratello dove è?”, dice “eh, signora, stia calma, è di là, tutto..”, “no, no, vogliamo vederlo”, “sì”. Ci porta di là, quando siamo entrati in quella stanza guardi, una roba… non ci sembrava neanche nostro fratello: aveva la testa con sotto quattro cuscini, aveva un lenzuolo, era coperto da un lenzuolo, una flebo e russava in un modo che praticamente non era russare, perché lì c’era qualcosa che lui.. ormai lo stava lavorando la morte. Io ho fatto per avvicinarmi e lui mi ha fermato, questo dottore e mi ha detto: “no, signora, guardi, non si avvicini, perché dorme”. Ho detto: “dottore, ma così dorme? E’ normale?”, dice: “sì, sì, è stato sedato, non si preoccupi che nel pomeriggio in tre o quattro ore si sveglia e potete chiacchierare quanto volete”. “ Ok”, ho detto a mia sorella: “senti, ormai è mezzogiorno, stai calma”, le 11: 30, erano le 11: 00, vengono fuori e mi fanno: “signora, si accomodi” gli dico “dottore, cosa c’è?”, dice l’altro dottore: “purtroppo abbiamo fatto di tutto, abbiamo fatto l’impossibile, ma non c’è stato nulla da fare”, gli ho detto: “scusi, dottore, ma di chi sta parlando lei?”, dice “ suo fratello è deceduto”.

Sono stata male e ho avuto proprio una reazione bruttissima, perché insomma, ti dicono che era sedato e stava dormendo, dopo un po’ escono fuori dicendo che era deceduto e gli aveva ceduto il cuore, in quell’attimo lì gridavo come una matta. Ho detto a questo dottore: “è impossibile che sia morto per arresto cardiaco del cuore e dunque, a questo punto, chiedo l’autopsia”. Ce l’hanno fatto vedere e, quando l’abbiamo scoperto, ci siamo accorti che lui aveva delle botte, aveva degli ematomi, insomma non era messo in condizioni.. in quanto quell’altra mia sorella gli ha detto: “scusi, perché ha questa botta rialzata? Perché ha il ginocchio gonfio? Perché ha..?”, il dottore ci ha detto che lui aveva quella botta rialzata perché gli sono saliti addosso e erano in quattro per rianimarlo.

 

Lucia Uva: "E’ un anno e mezzo che sto cercando giustizia: questa giustizia che non si riesce a ottenere per il semplice fatto che un magistrato non è stato avvisato che mio fratello è morto! Mi chiedo il perché dei medici, dei bravi medici, come penso siano bravi, abbiano potuto somministrare a un ubriaco Tavor, En, Solfaren, quattro farmaci che gli hanno bloccato il battito cardiaco, come dicono loro e abbiamo qui il decreto dei dottori che sono stati indagati. Facciamo un’istanza a un magistrato dove chiediamo che venga fatta luce sul perché Giuseppe aveva tutti quegli ematomi, sul perché Giuseppe era tutto segnato, pieno di botte, con il naso rotto, con gli occhi.. botte alle gambe, costole inclinate, tutte queste cose che hanno messo tutto a tacere. Di Giuseppe si diceva che era drogato, spacciatore, si diceva di tutto e di più: ho fatto fare gli esami tossicologici e mio fratello non era né drogato né spacciatore. Sono arrivati gli esiti della dottoressa Kelly in ritardo, perché il mio avvocato non li ha fatti pervenire in tempo in Tribunale. Ho preso un altro medico legale di Bologna, dove ho fatto controllare l’autopsia di tutte le foto di mio fratello, perché anche i miei medici legali ritengono opportuno che venga rifatta l’autopsia sulle ossa, in quanto mio fratello aveva le ossicine del suo corpo rotte! E quello che mi dispiace è che un dottore abbia fatto la sua autopsia dicendo che aveva delle semplici escoriazioni, delle semplici bottarelle. Quest’avvocato mi ha preso in giro per un anno e mezzo: era d’accordo con delle persone che doveva tacere tutto, perché non è mai stato fatto un interrogatorio né al ragazzo che era insieme a mio fratello, né io sono stata mai chiamata e non abbiamo mai avuto risposte. Si è chiuso il primo caso dove si dava la colpa ai dottori, ok. Adesso abbiamo aperto un nuovo procedimento penale, dove la dott.ssa ancora non ci ha dato il permesso di entrare a poter leggere il fascicolo dove ci sono degli altri indagati ignoti, secondo loro. Di chi lo ferma per strada, lo porta in Caserma ci sono i nomi, ci sono le testimonianze, c’è tutto e nessuno sa che cosa è successo a Giuseppe! “Giuseppe sbraitava, saltava, era indemoniato, si picchiava da solo”, ma per picchiarsi da solo non penso che con un bastone si sarebbe martoriato una mano, si sarebbe martoriato il suo naso e tutto il suo corpo: non credo, perché conoscendo mio fratello non era un autolesionista! Voglio sapere dal magistrato, che ha avuto il caso dal primo momento, che cosa è successo quella notte: voglio sapere la verità e lei, signor Pubblico Ministero, me la deve dire! E così compresi quei padri di famiglia che portano la divisa, che da loro dovremmo essere difesi e non massacrati, perché sono sicura che quella notte Giuseppe è stato massacrato! E chiedo che venga fatta giustizia, giustizia!! Pino e tutti devono essere.. devono avere riposo, perché hanno bisogno di riposare, ma non morire così! Abbiamo dei figli e, signori con la divisa, dei figli li avete anche voi: pensate un po’ a se dovesse succedere a voi quello che è successo a noi, che una sera dei vostri colleghi fermino dei vostri figli che non riconoscono! Continuerò a lottare per sapere che cosa è successo a Giuseppe e a tutti quei ragazzi, tutti, a incominciare da Stefano, Federico, Marcello, tutta questa gente che muore per un arresto cardiaco: chissà perché! Mi chiedo il perché! Alle favole non ci credo più, ormai ho 50 anni e ho smesso di credere alle favole quando avevo 6 anni: voglio sapere perché Giuseppe è morto!"

 

 

 

Giuseppe Saladino

 

di Giusi MarcanteIl Manifesto

 

Perché è morto Giuseppe Saladino, perché un uomo che entra in carcere vivo muore appena dodici ore dopo? Una morte oscura come molte di quelle che accadono nelle carceri. La signora Rosa Martorana, madre di Giuseppe, ha sollevato il caso del figlio colpita anche dalle notizie su Stefano Cucchi. Su questa vicenda però la procura ha già aperto un inchiesta per omicidio colposo, per ora senza indagati.

Giuseppe aveva 32 anni ed è morto nella notte tra il 6 e il 7 ottobre. Era entrato nel carcere di via Burla solo poche ore prima ma forse è meglio spiegare che quello stesso giorno era stato scarcerato perché il giudice aveva disposto per lui gli arresti domiciliari. Solo che aveva tardato a rientrare a casa, si era incontrato con la ragazza e quando è arrivato dalla madre ha trovato gli agenti delle volanti della Questura che erano lì per controllare. L’arresto in questi casi è facoltativo ma per Giuseppe è stato deciso che andasse eseguito. Così è tornato in carcere, dove è morto. «Voglio chiarezza» urla la madre e mette in fila tutto ciò che non le torna a partire da quella frase forse scritta in modo troppo superficiale dai poliziotti che dopo il decesso sono andati a perquisire la sua camera a casa: «Morto per assunzione di stupefacenti». «Come facevano a saperlo? – si chiede la signora Rosa- l’autopsia non era stata fatta».

Sempre la mamma ha detto di aver notato due ematomi sul volto del figlio quando è andata a riconoscere il corpo, uno sulla fronte e uno sulla tempia della grandezza di una moneta. Ma l’avvocato della famiglia Letizia Tonoletti scarta l’idea che possa essere avvenuto un pestaggio. Il pm Roberta Licci nel quesito al medico legale per l’autopsia ha chiesto di sapere se la causa della morte sia da attribuire ad un abuso di sostanze psicotrope o stupefacenti. Per questo, spiega la legale, «la causa più probabile è un abuso di farmaci forse assunti nelle dosi sbagliate».

La storia carceraria di Giuseppe merita di essere raccontata perché i farmaci hanno un ruolo importante in questi mesi. Sempre la madre ieri ha riferito che il figlio negli ultimi tempi le diceva «se faccio una brutta fine vai fino in fondo». Era stato arrestato lo scorso maggio per aver tentato di scassinare dei parchimetri e per questo si era preso una condanna ad un anno e due mesi durante il processo per direttissima. Giuseppe era un tossicodipendente conosciuto al Sert dove andava a prendere il metadone. Mentre è in carcere il direttore sanitario ritiene necessario per lui un periodo di osservazione psichiatrica in un Ospedale psichiatrico giudiziario. La diagnosi: stato di agitazione con scompenso psichico in disturbo psicotico.

L’avvocato Tonoletti si oppone, chiede che la stessa osservazione psichiatrica venga fatta in una struttura civile. Giuseppe non ha mai avuto problemi psichici, il Sert lo conferma. Il giudice rifiuta la richiesta della legale e per un mese, dal 21 luglio, l’uomo è portato all’Opg di Reggio Emilia. Quando esce per tornare di nuovo in carcere è trattato con psicofarmaci, un’iniezione da fare ogni due settimane per sedarlo. «Era imbambolato dopo queste cure» ricorda l’avvocato, ma il 6 ottobre arriva la concessione degli arresti domiciliari. Sull’ipotesi che possa aver usato dell’eroina in quelle ore di libertà o se la possa essere procurata per poi usarla in carcere la legale è dubbiosa: «Se veramente avesse avuto un overdose sarebbe morto in pochi minuti».

Il compagno di cella ha detto di averlo visto muovere nella branda, il corpo senza vita è stato trovato tra le sei e le sette del mattino. Ora per avere l’esito degli esami tossicologici, che a questo punto sembrano fondamentali, assieme al risultato dell’autopsia bisognerà aspettare il 9 dicembre.

Del caso di Giuseppe Saladino ieri si è occupata la deputata dei Radicali Rita Bernardini che ha presentato un’interrogazione al ministro Angelino Alfano per avere la ricostruzione ufficiale dei fatti. E il senatore Stefano Pedica dell’Idv ha annunciato che un collega emiliano si occuperà di questa vicenda come il parlamentare sta facendo per Cucchi.

 

 

 

Manuel Eliantonio

 

Fonte: http://solleviamoci.wordpress.com/2009/08/02/muore-in-cella-a-22-anni-perche/

 

Alla mamma aveva scritto una lettera drammatica: «Qui in carcere mi ammazzano di botte». «Mi riempiono di psicofarmaci». «Mi ricattano», «Sto male». Ieri lo hanno trovato senza vita riverso per terra, con una bomboletta di gas in mano, in un bagno del carcere di Marassi, a Genova. E adesso, la madre si rigira tra le mani quella lettera tremenda, mentre grida le sue accuse e il suo dolore.

 

Manuel Eliantonio, 22 anni, originario di Piossaco, è morto l’altra mattina nella struttura penitenziaria dov’era rinchiuso da quasi cinque mesi. Ucciso, dicono al Marassi, dal gas butano respirato da una bomboletta di gas da campeggio. Suicidio? «Forse un incidente», lasciano intendere dalla casa circondariale. Spiegando che il butano è spesso adoperato come droga dai detenuti.

 

Ma la madre di Manuel, Maria, urla: «Mio figlio lo hanno ammazzato. Lo hanno pestato a sangue e lo hanno stordito con psicofarmaci. Lo hanno ucciso, e stanno cercando di coprire tutto». Mostra l’ultima – nonché l’unica – lettera che il figlio le ha inviato dal carcere dov’era rinchiuso per una condanna a 5 mesi e dieci giorni. «Una storia da niente, resistenza a pubblico ufficiale», dice lei.

 

L’ultimo scritto di Manuel sono due paginette strappate da un quaderno a quadretti su cui c’è lo spaccato di una vita d’inferno. «Cara mamma, qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Adesso ho soltanto un occhio nero, ma di solito…». E ancora: «Mi riempiono di psicofarmaci. Quelli che riesco non li ingoio e appena posso li sputo. Ma se non li prendo mi ricattano con le lettere che devo fare». E ancora: «Sai, mi tengono in isolamento quattro giorni alla settimana, mangio poco e niente, sto male».

 

La notizia della morte di suo figlio, Maria l’ha avuta ieri mattina. (25/07/08, nde) Una telefonata dal carcere e l’annuncio: «Manuel è spirato stanotte». Disperata, è partita subito per Genova. In tarda serata è di nuovo a casa, dalla figlia più piccola. Ha gli occhi gonfi per tutte le lacrime che ha pianto, è stanca, disperata e distrutta. «Voglio andare fino in fondo a questa storia. Mio figlio era malato. Non avrebbe dovuto assumere psicofarmaci. Doveva essere curato, non sedato. Avrebbero dovuto portarlo in ospedale se stava male, non abbandonarlo in una cella, solo».

 

In quell’unica lettera ricevuta dal figlio, mamma Maria legge la disperazione di un ragazzo troppo a lungo maltrattato. «Doveva essere scarcerato il 5 agosto», racconta. «Quando la lettera è arrivata gli ho subito risposto con un telegramma: “Resisti, figlio mio. Resisti, è quasi finita”. Speravo di rivederlo tra qualche giorno, invece è arrivata soltanto quella maledetta telefonata da Marassi».

 

Il verbale della polizia penitenziaria racconta che Manuel si sarebbe stordito con il butano di una bomboletta adoperata per un fornelletto da campo che aveva in cella. Prassi assai abituale per detenuti con problemi di tossicodipendenza. Ma qualcosa è andato storto, l’intossicazione gli è stata fatale. Per chiarire i contorni di questa morte la Procura della repubblica ha già aperto un’inchiesta. Ci sarà un’autopsia, che dovrebbe chiarire tutti i dubbi. Anche quelli sollevati da mamma Maria.

 

Fonte: la Stampa

 

Perché? E’ la domanda a cui dal 25 luglio dello scorso anno Maria, mamma di Manuel Eliantonio, morto a 22 anni nel carcere Marassi di Genova, chiede una risposta. Nonostante sia passato quasi un anno, a Maria non è dato ancora conoscere le cause che hanno portato al decesso di suo figlio. “A 10 mesi dalla sua morte – scrive sul suo blog – non mi è dato di sapere chi ha reso il corpo di mio figlio irriconoscibile, su quali basi gli sono stati somministrati forzatamente farmaci letali, quando mi sarà concesso di avere l’autopsia completa ufficiale sulle cause della morte“.

 

Manuel si trovava in carcere per scontare una condanna per resistenza a pubblico ufficiale. La notte del 23 dicembre del 2007 era in macchina con quattro amici quando la loro auto viene fermata dalla polizia stradale in un autogrill della Torino – Savona. Dalle analisi a cui i ragazzi vengono sottoposti, risulta che hanno assunto cannabis, cocaina e anfetamina. Manuel è l’unico che reagisce al fermo tentando di scappare e  l’unico ad essere portato in carcere, dopo essere passato per la caserma di Savona. Viene scarcerato il 16 gennaio, quando gli vengono concessi gli arresti domiciliari in attesa del giudizio. Il 25 marzo torna in carcere a Savona per non aver rispettato gli obblighi di dimora e da quel momento, viene trasferito quattro volte: Chiavari, Torino, di nuovo Savona e infine Genova, dove resterà fino al 25 luglio 2008, giorno della sua morte.

Il referto del medico del carcere parla di decesso causato da «dinamica non definita e patologia non identificata». Il giorno dopo i giornali scrivono di un tossicodipendente morto in carcere dopo un’intossicazione da gas butano, sostanza che spesso i detenuti usano per sostituire altre droghe. Una versione dei fatti rilasciata dal carcere, ma che non sembra assolutamente stare in piedi. E’ vero infatti che Manuel aveva problemi di droga – da cui stava tentando di uscire: da qualche mese era infatti in cura presso il Sert – ma quando Maria all’obitorio, dopo le resistenze iniziali del personale del carcere, riesce a vedere il corpo di suo figlio, nota che è completamente coperto di lividi, con chiare tracce di sangue che dal naso salgono verso fronte e capelli. Segni che non può essere di certo stato il gas a lasciare, tanto più che Manuel ne era terrorizzato da quando era bambino, a causa di un incendio al forno di casa. “Da allora – spiega Maria – non si avvicinava più alla cucina, non ricaricava neanche un accendino”. Lo stesso Manuel, appena cinque giorni prima di morire, in una telefonata alla nonna aveva denunciato percosse e violenze subite in carcere. La telefonata viene però bruscamente interrotta dal centralino.  Dopo quattro giorni Maria riceve una lettera, dove il ragazzo scrive “mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li risputo ma se non li prendo mi ricattano”. Il giorno dopo la terribile notizia della morte.

 

Una vicenda in cui nessuno sembra vederci chiaro, tant’è che lo stesso Consiglio Regionale della Liguria lo scorso ottobre ha votato all’unanimità un ordine del giorno che impegnava il Presidente e la Giunta ad intervenire presso le autorità di governo affinché venisse immediatamente avviata una commissione parlamentare d’inchiesta per fare chiarezza sulle cause della morte di Manuel. Ma fino ad oggi poco si è mosso. Maria aspetta ancora una verità che, anche se non le restituirà più Manuel, almeno  servirà a fare giustizia. Aspetta ancora il momento in cui “la legge sarà uguale per tutti”.

 

Letizia Cavallaro

 

 

 

Aldo Bianzino

 

Fonte: http://www.beppegrillo.it/2009/11/gentilissimo_be.html

 

La lettera del padre di Aldo Bianzino morto in carcere è una riflessione sullo Stato. Cos’è lo Stato? Cosa significa "Stato" per ognuno di noi, nella nostra vita quotidiana? Io me lo sento addosso ormai come un vecchio cappotto, un impermeabile liso con le tasche bucate. Un concetto astratto, libresco, lontano. Un marchingegno di cui si sono perse le istruzioni d’uso. La parola "Stato" è una coperta sempre più corta che lascia scoperti i peggiori istinti del Paese.

 

"Gentilissimo Beppe Grillo,

Il caso recente di Stefano Cucchi e, quello ancor più recente, di Giuseppe Saladino a Parma (Il Manifesto dell’11 novembre), hanno richiamato l’attenzione sui casi di Marcello Lanzi e di mio figlio Aldo Bianzino, anch’essi morti in carcere in circostanze tutte da chiarire (chissà quando e soprattutto se). Ora, volendo esaminare il caso di Aldo, bisogna precisare alcune cose.

Il P.M. dott. Giuseppe Petrazzini, che aveva fatto arrestare Aldo e la sua compagna la sera del venerdì 12 ottobre 2007, è lo stesso magistrato che ha in carico le indagini sul suo successivo decesso avvenuto nella notte tra il 13 e il 14, Aldo era stato messo in cella di isolamento nel carcere "Capanne" di Perugia. Era stato visto da un medico, che l’aveva riscontrato sano e da un avvocato d’ufficio, col quale aveva parlato verso le 17 di sabato. Non sono disponibili registrazioni di telecamere su ciò che è avvenuto successivamente, né, dopo il decesso, la cella risulta sia stata isolata e sigillata, né che siano stati chiamati per un intervento i reparti speciali di indagine dei Carabinieri. A detta degli altri detenuti del reparto, durante la notte Aldo aveva suonato più volte il campanello d’allarme ed aveva invocato l’assistenza di un medico, sentendosi anche, pare, mandare al diavolo dall’assistente del corridoio, la guardia carceraria Gian Luca Cantore, attualmente indagato. Fatto sta che verso le 8 del mattino di domenica le due dottoresse di turno, arrivate a svolgere il loro turno di servizio, trovarono il corpo di Aldo, con indosso solo un indumento intimo (e siamo a metà ottobre, non ad agosto). I suoi vestiti si trovavano nella cella, accuratamente ripiegati (cosa che Aldo, in 44 anni, non aveva fatto mai). Le due dottoresse provarono di tutto per rianimarlo, ma alla fine dovettero desistere: Aldo era morto. L’autopsia, svoltasi il giorno dopo, diede risultati controversi: si parlò prima di due vertebre poi di due costole, rotte, poi tutto fu negato. Di certo ci fu un’emorragia celebrale e un’altra di 200 ml. al fegato. Segni esterni di percosse o violenze, nessuno (i professionisti sanno come si fa C.I.A. insegna). Ora, l’emorragia cerebrale è stata imputata ad un aneurisma, quella epatica ad un maldestro tentativo di respirazione artificiale, che le due dottoresse respingono nel modo più assoluto (e ci mancherebbe, si tratta di medici, mica di personale non qualificato), ma nessun altro ha affermato d’aver fatto tentativi in tal senso. Ora, può accadere quando si è nelle mani delle "forze dell’ordine", lo abbiamo purtroppo visto in molti casi, basterebbe pensare al G8 di Genova, e magari al colloquio recentemente intercettato nel carcere di Teramo (i detenuti non si massacrano in reparto, ma sotto!). L’emorragia cerebrale potrebbe benissimo essere stata la conseguenza di uno stress per colpi ricevuti in altre parti del corpo, immaginatevi l’angoscia e il terrore di una persona in quelle condizioni. In ogni caso credo proprio di poter dire in tutta coscienza che Aldo è stato assassinato in un ambiente violento e omertoso, del quale non si riesce neppure a sapere i nomi del personale presente quella notte nel carcere. Quanto al dott. Petrazzini, mi sembra che dignità gli imporrebbe di passare ad altri il suo incarico, date le omissioni, invece di insistere come sta facendo, per ottenere l’archiviazione del caso.

Ma i veri assassini sono coloro che hanno voluto ed ottenuto una legge sulle "droghe" come l’attuale, persone che nella loro profonda ignoranza, considerano in modo globale, senza distinzioni. Una legge fascista e clericale, da Stato etico e peggio, da Stato che manda in galera (con le conseguenze che si sono viste) il poveraccio che coltiva per uso personale qualche pianta di cannabis, mentre, se la droga (quella pesante, cocaina o altre sostanze) circola nei festini dei potenti, non succede nulla. Vorrei dire comunque che un Paese che considera delitto la detenzione e l’uso di droghe, magari solo marijuana, o l’essere "clandestino", pur non avendo colpe e quasi sempre per sfuggire a condizioni di vita impossibili, uno Stato che avendo preso in custodia delle persone, è responsabile a tutti gli effetti delle loro vite e della loro salute, uno Stato che non riconosce come reato gravissimo la tortura, uno Stato che difende i forti e i potenti e non i deboli, è uno Stato che non può ritenersi civile e non può chiedere ai suoi cittadini (o sudditi?) di amare la propria patria." In fede Giuseppe Bianzino, Vercelli, 16 novembre 2009

 

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