L’octopus vulgaris

 

La mia sensazione è che abbiamo il problema di una classe dirigente che pare allergica al principio di responsabilità: sia al principio di responsabilità politica, sia al principio di responsabilità penale. L’Italia è uno dei pochi paesi di tutta la cultura occidentale dove il principio di responsabilità politica non ha funzionato mai, o quasi, e dove da parte della politica sono spesso venute richieste di impunità sul piano penale. Non credo che sia una caratteristica di questa classe dirigente, ma del ceto politico italiano.

(Antonio Ingroia)

 

 

 

di Marco TravaglioIl Fatto Quotidiano del 29 novembre 2009

 

Ora i pompieri sparsi su tutti i colli alti, medi e bassi diranno che è stata l’ennesima gaffe, l’ennesima battuta. E nessuno oserà porsi una domanda molto semplice: che cosa spinge il presidente del Consiglio a parlare così mentre si riaprono le indagini a suo tempo archiviate per strage, mafia e riciclaggio?

 

Nel momento in cui i fantasmi del suo passato inconfessabile tornano a presentargli il conto, avrebbe tutto l’interesse a scrollarseli di dosso con una forte dichiarazione antimafia, o con una mossa concreta, tipo quella suggerita (e subito rimangiata) dal ministro Alfano sulla riapertura delle carceri di Pianosa e Asinara per i boss al 41 bis. Invece, proprio ora, torna a parlare come un mafioso, minacciando di “strozzare chi ha fatto la Piovra e chi scrive libri sulla mafia”. In attesa che li minacci di scioglierli nell’acido (almeno quelli rimasti in vita: ai De Mauro, ai Fava e ai Rostagno ha già provveduto Cosa Nostra), qualcuno dovrà pur domandarsi il perché.

 

E’ la prova, casomai ve ne fosse bisogno, del fatto che la trattativa continua. Ancora una volta chi smise di piazzare bombe nel 1994, in cambio di promesse ben precise, fa sapere di essere stanco di aspettare. Così, mentre tutti si affannano a smentire e a ridicolizzare le rivelazioni di Spatuzza, arriva il migliore riscontro logico al suo racconto sul recente sfogo dei fratelli Graviano: “O cambia qualcosa, oppure dovremo andare a parlare con i giudici…”. Il tempo stringe, la Seconda Repubblica si sta squagliando come la prima e il tam tam di radio-carcere è sempre lo stesso: “Iddu pensa solo a Iddu”. Séguita a usare la sua maggioranza bulgara per farsi le leggi per sé, ma agli amici degli amici chi ci pensa? Lo scudo fiscale, l’asta dei beni sequestrati, i progetti sul concorso esterno sono utilissimi ai mafiosi che stanno fuori. Ma a chi sta dentro da tre lustri chi ci pensa? Ci vuol altro che le visitine in carcere dell’on. Betulla. E’ un dialogo in codice, quello fra Iddu e gli amici degli amici, che dura da 15 anni. Era cominciato, almeno in pubblico, il 25 maggio 1994, agli albori del primo governo Berlusconi. Riina sparò dalla gabbia: “C’è uno strumento politico ed è il Partito comunista. Ci sono i Caselli, i Violante, questo Arlacchi che scrive i libri… Il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi dei comunisti”.

 

Berlusconi e i suoi tele-sgherri partirono subito all’assalto della procura di Caselli che osava processare Andreotti e Carnevale. Poi, il 15 ottobre ’94, il premier dichiarò: “Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come la Piovra, un disastro in giro per il mondo. C’è chi dice che c’è la mafia. Non so fino a che punto. Cos’è la mafia? Un centinaio di persone”. Sei giorni dopo Riina plaudì: “Ha ragione il presidente Berlusconi, queste cose sono invenzioni da tragediatori che screditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Ma quale mafia, quale Piovra, sono romanzi. Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. I pentiti accusano perché sono pagati”. Nel 2001 governo Berlusconi II. Di lì a poco Bagarella tuona contro i politici che “non mantengono le promesse”, poi lo striscione allo stadio di Palermo: “Berlusconi dimentica la Sicilia. Uniti contro il 41 bis”. Il 4 settembre 2003 il premier dichiara allo Spectator: “I giudici sono matti, mentalmente disturbati, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Lo diceva già Luciano Liggio a Biagi: “Quando il giudice mi ha interrogato, mi sono accorto che mi trovavo di fronte a un ammalato. Se dietro a varie scrivanie dello Stato ci sono degli psicotici la colpa non è mia. Perché non fanno delle visite adeguate a questa gente prima di affidarle un ufficio?”. Il 9 aprile 2008, vigilia del governo Berlusconi III, la celebre uscita su Mangano “eroe”. Ora ci risiamo. C’è un solo modo per levare ogni speranza ai mafiosi e dissipare i sospetti sulla trattativa ancora in corso: che qualche istituzione, magari la più alta, metta a tacere il premier con parole chiare, nette e definitive. Purtroppo, finora, ha parlato per zittire i magistrati.

 

 

 

di Giovanni Russo SpenaLiberazione

 

Beni dei boss, la "mafia Spa" ringrazia

Siamo con Libera, come sempre: è gravissimo il disegno di legge del governo di vendere i beni confiscati alle mafie perché significa restituirli alle mafie stesse, di fatto perché esse sono le uniche a possedere liquidità finanziaria per acquistarli. La terra, la villa, i beni sono fondamento simbolico del potere mafioso e leva della soggezione, anche psicologica, nei confronti del loro comando territoriale.

Il governo stravolge principi e leggi fondamentali: la confisca dei beni illecitamente accumulati e, insieme, l’utilizzo sociale di tali beni. Si tenta, da parte del governo, di abbattere l’antimafia sociale, che individua nel contrasto alle ricchezze, ai profitti, ai beni, la centralità. Le ragazze e i ragazzi delle cooperative agricole che coltivano, tra sabotaggi e boicottaggi, le terre confiscate ai mafiosi sono il simbolo di un riscatto sociale fondato su cooperazione, autogestione, percorsi di legalità. I mafiosi temono ciò più di ogni strumento repressivo, perché colpisce, insieme, ricchezze illecitamente accumulate, ma anche consenso. Solo i mafiosi, attraverso prestanome, possono riacquistare i beni "espropriati" essendo in condizione di allocare una enorme liquidità finanziaria.

Non dimentichiamo che le mafie stanno agendo da cassaforte sotterranea anche per banche invischiate nei titoli tossici; e rilevano la proprietà di aziende in difficoltà per assenza di liquidità. La crisi economica rende le mafie più forti: favorisce un colossale riciclaggio, l’intreccio fra economia legale e illegale. Occorre costruire, anche su questo punto, un programma alternativo unitario rispetto a quello del governo. Occorre socializzare il tema all’opinione pubblica, mettendo in moto anche gli enti locali, sviluppando l’analisi oggettiva dei beni confiscati provincia per provincia. Verificando rapidamente le possibilità di riutilizzo; stimolando un coinvolgimento completo delle istituzioni.

E’ importante, soprattutto, organizzare il tessuto associativo, evocando e incentivando la produttività sociale esistente sul territorio. La destinazione dei beni confiscati è favorita da un ambito territoriale che si rianima dentro una logica di sviluppo autocentrato, fondato su una filiera corta che va dalla produzione al consumo. Penso ai "gruppi di acquisto solidali"; penso, anche, come iniziativa pilota, alla "fattoria didattica" sul terreno appartenuto al boss Zazza a Castevolturno. Qui verrà confezionata mozzarella di bufala dop che sarà dedicata alla memoria di don Peppino Diana.

Ritiri, allora, il governo il suo tremendo emendamento. Promuova, invece, finalmente, l’agenzia nazionale dei beni confiscati; e vari il testo unico in materia di beni confiscati, coordinando leggi (narcotraffico, usura, riciclaggio, corruzione) che già in parte calpestano il principio fissato dalla legge del ’96, voluta innanzitutto da Pio La Torre, che pagò con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze illegalmente accumulate. Un milione di persone firmarono la petizione che chiedeva al parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Oggi quell’impegno viene tradito. La mafia, lo sappiamo, comprende bene i messaggi e i simboli. La borghesia mafiosa sta ricevendo altri segnali importanti e gravi dal governo: il non scioglimento del consiglio comunale di Fondi per infiltrazione mafiosa, lo scudo fiscale, la proposta di legge sulle intercettazioni, il provocatorio gesto del sindaco di Ponteranica della rimozione del nome stesso di Peppino Impastato. La misura è colma.

 

 

 

di Alessandro Robecchihttp://www.alessandrorobecchi.it/index.php/200911/voi-siete-nqui-la-lingua-del-picciotto/

 

Apicella scrive la musica. E Berlusconi scrive i testi. Come quello di ieri, assai divertente: “Se trovo chi ha girato nove serie della Piovra e scritto libri sulla mafia facendoci fare una bella figura nel mondo,  giuro che lo strozzo”. E’ una battuta. E’ una barzelletta. Faceva più ridere se diceva: “lo sciolgo nell’acido”. Oppure: “lo muro in un pilone dell’autostrada”. Non è una cosa seria. Un premier che se la prende con la Piovra e la fiction tivù con la motivazione che raccontare la mafia non mette in buona luce il paese, non può parlare seriamente. Ma non ha visto Il Padrino? Mai l’elegantissimo Don Vito Corleone avrebbe usato parole simili, si sarebbe limitato a un cenno del capo, un lievissimo ammiccamento. La parola “strozzare” si addice più a un picciotto qualunque che a un capo di governo. Restando alla mafia del cinema, Berlusconi sembra più il Joe Pesci di Quei bravi ragazzi, quello che gridava: “hai detto buffo a me?”. Dunque, andiamo, non è una cosa seria. Se fosse una cosa seria il premier dovrebbe citare anche le fiction sulla mafia trasmesse dalle tivù di sua proprietà, con ottimi ascolti. E sarebbe interessante sapere se tra gli “strangolabili” dal premier figura anche, per dire, Roberto Saviano, che non ha fatto certo un piacere alla proloco di Napoli raccontando Gomorra. Edito da Mondadori, sia detto en passant, giusto per sottolineare che con la costruzione della fama planetaria del paese mafio-camorristico-assassino, il signor Silvio Berlusconi ha incassato parecchi soldi. Non vorremmo che si strozzasse da solo. Senza contare che anche le sue proprie performance estive a base di escort e lettoni di Putin non sono state da meno, quanto a credibilità internazionale, dignità del paese e “belle figure”.

Dunque saremmo davvero tentati – come ci hanno subito consigliato i suoi famigli, camerieri, portavoce, reggicoda e corifei – di archiviare la faccenda sotto la voce “cose poco serie dette dal premier” di cui abbiamo del resto vastissima collezione. Purtroppo, invece, l’ultima sparata del capo del governo non è così peregrina. Parlare di mafia fa male al buon nome del paese non è che l’ultima variante di un discorso ben noto. Parlare di crisi fa male all’economia (in effetti a guardare solo il Tg5 sembra di essere in pieno boom economico). Parlare di delinquenza fa male se si governa, diventa invece molto utile quando governano gli altri. Quanto al buon nome del paese, insomma, se si volesse difenderlo sul serio col metodo Berlusconi, sarebbe un lavoro d’inferno. Da Piazza Fontana alle stragi di stato, per dire, via, via, un gran lavoro di bianchetto per questioni di immagine. E chissà, forse non è un caso che il suo sodale Dell’Utri, che per mafia è già stato condannato in primo grado (concorso esterno) se ne va in giro per l’Italia leggendo falsi diari di Mussolini che dicono quant’era gentile e buonanima e brava persona il Puzzone supremo. Eccone un altro che, come il commissario Cattani, ci ha fatto fare una figura di merda. Strozzare anche gli storici, non sarebbe male, no?

 

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