Le verità anagrammate

 

La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili

(William Seward Burroughs)

 

 

 

Fonte. http://www.youtube.com/user/rai

 

 

 

Francesco Mastrogiovanni

 

di Silvia D’OnghiaIl Fatto Quotidiano del 17 novembre 2009

 

Francesco Mastrogiovanni, per tutti Franco, era un maestro elementare di 58 anni di Castelnuovo Cilento, provincia di Salerno. Un omone: era altro 197 centimetri. Amava i libri, tanto da tappezzarne la casa di sua madre. Ed era anarchico.

Franco Mastrogiovanni è morto il 4 agosto, dopo 80 ore di contenzione in un letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania. 80 ore durante le quali i suoi polsi e le sue caviglie sono rimasti costantemente legati, l’alimentazione resa possibile solo attraverso le flebo. Tutto registrato dai nastri delle telecamente interne all’ospedale: un video definito choccannte da chi l’ha visto. Il maestro è morto per edema polmonare: i suoi polmoni non avrebbero retto a quella posizione obbligata per quattro giorni, in un corpo debilitato dalla mancanza di cibo solido e acqua. Una storia agghiacciante, sulla quale il pm Rotondo della Procura di Vallo sta adesso cercando di fare luce.

Tutto ha inizio il 31 luglio di quest’anno: Franco viene inseguito da una task force composta da vigili urbani, carabinieri, guardia costiera e personale medico, mentre si trova nella frazione di Acciaroli. Inseguimento terminato sulla spiaggia di un campeggio di San Mauro. Il giorno prima ha avuto un diverbio con suo fratello, non vuole rientrare a casa, secondo i famigliari è molto agitato. La sua è la storia di un uomo provato dalle vicende giudiziarie: nel 1972 fu imputato e poi assolto per l’omicidio di Carlo Falvella, il vicepresidente del Fronte universitario d’unione nazionale di Salerno. Nel 1999 fu fermato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Tre anni di condanna, un’assoluzione in appello e il risarcimento danni per essere stato detenuto ingiustamente. Da allora, una serie di trattamenti sanitari obbligatori: nel 2002, nel 2004 e nel 2005. "Mastrogiovanni intollerante ai carabinieri", racconta un gruppo aperto su Facebook dalla famiglia, nel quale si raccontano i rapporti conflittuali del maestro con i militari.

Il 31 luglio viene dunque braccato e accompagnato in ospedale. Il sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, che ha disposto il TSO, afferma che il provvedimento si è reso necessario per gli evidenti segnali di squilibrio: Franco avrebbe guidato l’auto contromano ad alta velocità tamponando altre vetture. Circostanza, questa, smentita dalla famiglia, che ha pubblicato le foto della Punto bianca del maestro, che non presenta segni d’incidente. L’uomo finisce nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca. Sono le 13:30 del 31 luglio. Ne uscirà quattro giorni più tardi, il 4 agosto, in una bara. Alla famiglia, accorsa lì alle 8:30 del mattino dopo la telefonata dei medici, viene detto che forse Franco è morto per un infarto. Nessuno sembra saperne di più. Eppure, quando i famigliari sollevano il lenzuolo che copre il cadavere, la prima cosa che vedono sono gli ematomi intorno ai polsi e intorno alle caviglie. Eppure sulla cartella clinica nessuno ha disposto la contenzione, nessuno l’ha annotata. Quello che è accaduto nel frattempo è stato documentato dalle telecamere interne al reparto, che il pm Francesco Rotondo ha immediatamente fatto sequestrare. L’autopsia sul corpo del maestro viene eseguita una settimana dopo, il 13 agosto. I medici legali dichiarano che l’uomo è morto per edema polmonare. "Secondo i consulenti si si sarebbe trattato di una conseguenza della contenzione a letto – spiega l’avvocato Caterina Mastrogiovanni, cugina di Franco – i muscoli del torace si sarebbero bloccati, non consentendo la respirazione e il riciclo dell’aria nei polmoni. Una conseguenza, dunque, non una causa. Da quando è entrato in ospedale, non è mai stato slegato, neanche per andare in bagno. E’ stato alimentato artificialmente e mai sottoposto ad alcun accertamento clinico. Il personale si sarebbe accorto della sua morte solo sei ore dopo il reale decesso".

Nel registro degli indagati adesso la Procura ha iscritto 19 persone, 7 medici e 12 infermieri. Un intero reparto. L’accusa è di omicidio colposo. Imminenti gli avvisi di chiusura indagine, che potrebbero preludere a richieste di rinvio a giudizio. Il 10 ottobre scorso, il direttore del dipartimento di psichiatria della ex Asl Salerno 3, Michele Di Genio, è stato sospeso dall’incarico.

Ora la famiglia Mastrogiovanni chiede giustizia, anche attraverso un sito, http://www.giustiziaperfranco.it, che raccoglie testimonianze, interrogativi e rassegna stampa. Del caso si sono occupati i Radicali, in due interrogazioni parlamentari, nelle quali Rita Bernardini, tra gli altri, chiede se il trattamento riservato a Mastrogiovanni non sia stato "lesivo dei suoi diritti e della sua dignità di essere umano".

Sconcertanti le parole riferite dalla titolare del campeggio dove fu portato a termine del "braccaggio", il 31 luglio, del maestro anarchico. La signora Licia lo avrebbe sentito dire, non appena salito in ambulanza: Aiutatemi! Se mi portano a Vallo della Lucania, non ne esco vivo".

 

 

 

di Daniele NalboneLiberazione

 

Quella di Francesco Mastrogiovanni, per le forze dell’ordine "noto anarchico", per i suoi alunni "il maestro più alto del mondo", è una storia di ordinaria persecuzione e di quotidiana repressione.

Una vita fatta di mille difficoltà, di tragedie messe alle spalle ma che lasciano un segno indelebile nella testa. Un’esistenza precaria fino all’ultimo giorno di libertà. Una storia di quelle che non vorresti mai raccontare ma che, come ci spiega il suo caro amico e compagno, il professore-editore anarchico Giuseppe Galzerano, «devi farlo, per rendere giustizia a Franco e far si che quanto gli è accaduto non si ripeta a nessun altro».

Liberazione è stato il primo giornale nazionale a denunciare la morte di Franco, deceduto nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7,20 di martedì 4 agosto. Pochi giorni dopo una mail inviata dal professor Galzerano ci ha fatto capire che qualcosa, in quella morte, non era chiara. Franco è stato ricoverato il 31 luglio per un trattamento sanitario obbligatorio. In quattro giorni è passato dalla calda spiaggia di San Mauro Cilento, dove stava trascorrendo le vacanze, al freddo marmo dell’obitorio dell’ospedale di Vallo della Lucania. Arresto cardiaco causato da un edema polmonare, hanno detto i medici. Ma c’è qualcosa di più che colpisce la nostra attenzione: Francesco Mastrogiovanni era salito agli onori della cronaca nei primi anni settanta per la morte di Carlo Falvella, giovane neofascista, vicepresidente del Fuan salernitano, ferito a morte durante l’aggressione dell’anarchico Giovanni Marini. Per capire in quale scenario sia morto il "maestro più alto del mondo", non possiamo fare altro che partire alla volta del Cilento per conoscere i parenti e i compagni. Il 9 settembre, nello splendido scenario di Castellabate è in programma la rassegna "Finisterre Plus", video, musica e performance dedicata a William Burroughs. "La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili". Un titolo, una frase, che spiega perché a Burroughs è stato accostato il racconto degli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni.

Ombra e violenza. Un resoconto dettagliato, quello fatto dal professor Galzerano e dall’ex sindaco di Montecorice, Giuseppe Tarallo, amico e compagno di Franco, che sembra costruito appositamente sullo sfondo persecutorio di una delle opere dello scrittore americano. Purtroppo, però, questa volta siamo al cospetto di una "storia vera" iniziata nel lontano 7 luglio 1972. Insieme a Giovanni Marini e Gennaro Scariati, Franco stava passeggiando sul lungomare di Salerno. Quel giorno era pieno di fascisti che da giorni cercavano di provocare Marini per avere la "scusa" di un’aggressione. Le sue indagini, all’epoca si diceva "controinformazione", sullo strano incidente stradale che il 27 settembre 1970 aveva provocato la morte sulla Roma-Napoli di cinque giovani anarchici calabresi, nei pressi di Ferentino, davano fastidio. Annalisa Borth, Giovanni Aricò, Angelo Casile, Francesco Scordo e Luigi Lo Celso si stavano recando a Roma per consegnare ai compagni della capitale i risultati di una loro inchiesta sulle stragi fasciste che avevano iniziato a insanguinare il paese, in particolare sul deragliamento del "Treno del Sole" Palermo-Milano del 22 luglio del 1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Giovanni Marini aveva scoperto che alla guida dell’autotreno, che procedeva a fari spenti, c’era un camionista con simpatie fasciste e che lo scontro avvenne precisamente all’altezza di una villa di Valerio Borghese. Erano iniziati a insinuarsi i primi dubbi sulla casualità dell’episodio. «Da allora su di lui incombeva una sentenza di morte alla quale sarebbe sopravvissuto per quasi trent’anni», spiega oggi il professor Galzerano. Giovanni, Franco e Gennaro si stavano recando a teatro. Ridiscendendo via Velia si trovano davanti a due giovani missini: Carlo Falvella e Giovanni Alflinito armati di lame. Franco accelera il passo per andare a parlare con loro. Dai racconti e dalle testimonianze del processo emerge come tentò di far da paciere ma, per tutta risposta, ricevette una coltellata ad una coscia da Alflinito e stramazzò a terra. I due compagni intervennero immediatamente e, nella rissa che ne seguì, Giovanni riuscì a disarmare Falvella ferendolo a morte con la sua stessa arma. Si costituì il giorno stesso mentre Franco venne trasportato in ospedale. Gennaro, invece, sarà immediatamente scarcerato perché minorenne. Da quel giorno il caso Marini finì su tutti i giornali: Giovanni era, per tutti, un mostro. «Per punizione», racconta il professor Galzerano, «peregrinava incessantemente da un carcere all’altro e a Caltanissetta venne rinchiuso in una cella senza luce da dove non smise mai di denunciare le aberranti condizioni di vita riservate ai carcerati». Per motivi di ordine pubblico il processo venne spostato da Salerno proprio a Vallo della Lucania. Marini viene condannato in primo grado a dodici anni (pena poi ridotta a nove in appello), Mastrogiovanni viene assolto ma allora per lui inizierà l’inferno. Un inferno in camicia nera fatto di minacce, telefonate minatorie, continue ritorsioni che lo porteranno ad emigrare al nord. A metà degli anni ottanta si trasferisce a Sarnico, sul lago di Iseo, in provincia di Bergamo, dove, per quindici anni, insegna nelle scuole elementari della zona. Ma la sua fama di "pericoloso anarchico" lo accompagnerà anche lassù. Il merito, questa volta, è delle forze dell’ordine che, con una nota, comunicano ai colleghi bergamaschi di non perderlo d’occhio. Inizia, così, una seconda fase di persecuzioni: questa volta condotta della forze dell’ordine.Alla fine degli anni novanta decide di fare ritorno a Castelnuovo Cilento.

Agli agenti del paese non sembra vero: ora avranno di che divertirsi. Per Franco la divisa diventa un incubo quotidiano che si trasforma in realtà il 5 ottobre 1999. Quel giorno per lui scattano le manette. Tutto inizia dall’ennesima, immotivata provocazione. Una multa per divieto di sosta a Vallo Scalo. Franco compie l’errore di mandare a quel paese un agente. Immediato l’arresto. Immancabili le botte nel commissariato. L’accusa è pesante: resistenza aggravata e continua nonché lesioni personali. Ovviamente Franco risponde con una controdenuncia per arresto illegale, lesioni personali, abuso di autorità e calunnia. Per lui scattano gli arresti domiciliari presso l’abitazione familiare, a Castelnuovo Cilento. Una beffa: il compito di controllarne l’osservanza viene affidato agli stessi carabinieri denunciati. Inizia il tormento al punto che diverse volte chiederà di tornare in carcere. Ma quando tutto sembra volgere per il meglio con il proscioglimento da ogni accusa, per Franco inizia la terza fase di persecuzione: quella dello Stato. Alla fine venti anni di angherie, soprusi, minacce, botte, lasciano il segno. Psicologicamente fragile, Franco si sente perseguitato. Ogni volta che incrocia una divisa, entra nel panico. Per due volte il sindaco di Castelnuovo firma la richiesta per un trattamento sanitario obbligatorio. Esperienza traumatica che Franco riesce a superare continuando ad insegnare. Adora i bambini e i bambini adorano questo maestro altissimo. Le uniche proteste dei genitori sono perché è poco severo. Di certo non una minaccia. Ma così non la pensa il sindaco di Pollica Acciaroli, Giuseppe Vassallo che ha formati contro di lui il Tso fatale. Il 30 luglio Franco si trovava nella località turistica cilentana quando, per l’ennesima volta, viene inseguito dai carabinieri. In preda al panico scappa. La pattuglia desiste. Il maestro trova rifugio nel bungalow del campeggio Club Costa Cilento. Un luogo tranquillo, per lui. Circondato da amici e persone che lo stimano come la signora Licia, la proprietaria del camping, che, di tanto in tanto, gli lascia i nipotini. Ma la mattina seguente l’incubo delle forze dell’ordine ritorna, prepotente. Arrivano sul posto una quindicina di carabinieri, una pattuglia dei vigili urbani, un medico dell’ospedale di Vallo della Lucania. Voglio portare Franco in ospedale. Il maestro scappa dalla finestra, si getta in mare, a nuoto raggiunge una secca. Per oltre due ore resta in acqua. Sopraggiunge anche una motovedetta della guardia costiera per avvertire i bagnanti che "è in corso una caccia all’uomo". Stremato, si arrende. Raggiunge la spiaggia, chiede una sigaretta, si fa una doccia. E’ tranquillo. Consapevole di ciò che lo aspetta. Eppure, gli vengono fatte tre iniezioni. Sale sull’ambulanza e il suo ultimo messaggio è per la signora Licia. «Se mi portano a Vallo, non ne esco vivo». E così sarà. Dopo quattro giorni di Tso muore per un infarto causato da edema polmonare. Una morte naturale, "normale", dicono dall’ospedale. Ma dall’autopsia emergono particolari inquietanti. Franco aveva diversi lividi sul corpo e segni di lacci su polsi e caviglie. Era stato legato per tutti e quattro i giorni di Tso, anche se sulla cartella clinica non c’è traccia della contenzione. Ci rechiamo all’ospedale di Vallo per parlare con i medici. Nessuno apre bocca. Nessuno ha visto niente, anche se quattordici, fra medici e infermieri, sono tutt’ora sotto inchiesta. Tutti tacciono anche quando facciamo notare che le sbarre alle finestre e le porte del reparto chiuse a chiave non sono "normali". Chiediamo di parlare con i vertici dell’ospedale per avere dei chiarimenti che, puntualmente, non arrivano. «Quello che succede di sopra, non lo so» ci spiega, come se niente fosse, il vicedirettore. Ogni nostra domanda è un secco «no comment». Neanche quando domandiamo se avesse avuto notizia di una rissa al piano di sopra, cosa che spiegherebbe la contenzione (anche se non protratta per quattro giorni) e i lividi. «Quello che succede di sopra…». Certo, i dirigenti dell’ospedale non lo sanno. Rassicurante. Sta di fatto che un maestro elementare, che ha vissuto tutta la sua vita di precario insegnante, perseguitato da fascisti, forze dell’ordine, amministratori locali in quanto "noto e pericoloso anarchico", in poche ore è passato dalla calda spiaggia di Acciaroli al freddo marmo dell’obitorio dell’ospedale di Vallo della Lucania. Tutto per un trattamento sanitario obbligatorio deciso da un sindaco che non voleva avere problemi in una località che ha appena ottenuto la bandiera blu d’Europa e millanta di essere il paese di Ernest Hemingway. Come chiosa il professor Galzerano, «un falso storico senza precedenti».

 

 

 

Giuseppe Casu

 

Coloro la cui vita rappresenta l’inferno della Società Opulenta sono tenuti a bada con una brutalità che fa rivivere pratiche in atto nel medioevo e all’inizio dell’età moderna. Per gli altri, meno sottoprivilegiati, la società prende cura del bisogno di liberazione soddisfacendo i bisogni che rendono la servitù ben accetta e fors’anche inosservata …

(Herbert Marcuse)

 

 

 

di Francesco PinnaIl Manifesto del 23 gennaio 2009

 

"Non escludo che casi simili siano accaduti prima che venissero chiusi gli ospedali psichiatrici, ma in tutta la mia carriera non mai visto una contenzione fisica così prolungata nel tempo, abbinata poi ad un’assunzione di farmaci così massiccia". Scandisce bene le parole per farsi capire Enrico Smeraldi, professore ordinario e primario della Divisione di Psichiatria del San Raffaele di Milano, quando il pubblico ministero Gian Giacomo Pilia gli chiede un’ultima sintesi della sua relazione. In precedenza, il farmacologo e tossicologo Alfio Bertolini (docente dell’Università di Modena e secondo consulente della Procura) aveva illustrato al giudice Simone Nespoli quelli che, secondo lui, sarebbero stati gli effetti dei vari medicinali somministrati a Giuseppe Casu, l’ambulante cagliaritano di 60 anni stroncato da una trombo-embolia nel giugno del 2006, dopo essere rimasto per una settimana legato mani e piedi al letto del Servizio psichiatrico diagnosi e cura dell’ospedale Santissima Trinità. Per la sua morte, accusati per omicidio colposo, sono alla sbarra l’ex primario del reparto Gian Paolo Turri e la psichiatra Maria Rosaria Cantone, ieri in aula assistiti dagli avvocati Gianfranco Macciotta, Giudo Manca Bitti e Massimiliano Ledda. Un udienza fiume con il dibattimento iniziato al mattino e proseguito anche nel pomeriggio: all’esame c’era la lunga lista dei testimoni dell’accusa, parenti compresi, con in chiusura l’intervento di due consulenti chiamati a valutare la correttezza delle diagnosi e delle terapie assegnate all’ambulante nella settimana della degenza prima del decesso.

Il 15 giugno Giuseppe Casu era stato ricoverato con un trattamento sanitario obbligatorio: non voleva lasciare la sua bancarella vicino al Municipio di Quartu Sant’Elena, in piazza IV Novembre, e quando i vigili urbani si sono presentati per farlo allontanare, il pensionato sarebbe andato in escandescenza. All’arrivo dei medici del centro di salute mentale-è stato poi ricostruito ieri in aula-la situazione era ormai tesa. L’epilogo al passaggio di una pattuglia di carabinieri: l’ambulante avrebbe tirato delle uova contro il parabrezza ed i militari sarebbero scesi, ammanettato e caricato in ambulanza, il pensionato è stato trasportato all’ospedale Santissima Trinità per il ricovero coatto. "Era fortemente alterato – ha raccontato al giudice Tommaso Brundu, il medico che l’ha accompagnato – ma in ambulanza non è stata necessaria la contenzione fisica: parlava e lo stavamo tranquillizzando. E’ sceso con le sue gambe e lo abbiamo accompagnato in reparto". Quanto accaduto nei sette giorni successivi può essere ricostruito solo con la cartella clinica, il registro di passaggio di consegne degli infermieri e le "cartelle di contenzione". E proprio in queste ultime, come ha poi fatto notare l’ex direttore sanitario della Asl di Cagliari, Giorgio Sorrentino, rispondendo ad una domanda del giudice Nespoli, il riquadro che avrebbe dovuto indicare i "tentativi di scontenzione" erano sempre in bianco. " Si desume – tagliato corto Sorrentino – che il paziente, salvo qualche parziale scontenzione, sia rimasto in quella condizione per sette giorni". Impossibile anche per i due consulenti della Procura stabilire con certezza una relazione tra il prolungato periodo di immobilità, associato all’uso di ben sei farmaci in contemporanea ( il pensionato soffriva anche di epilessia), e l’embolia che poi ha ucciso.

"Dall’analisi delle cartelle – ha poi detto il farmacologo Alfio Bertolini – si evince che sono stati utilizzati vari medicinali, anche in dosi estremamente elevate. Ciascuno se viene preso singolarmente non crea alcun problema, ma associato ad un trattamento con barbiturici si può avere una grave depressione dei centri della respirazione. Mi sembra di poter dire che il trattamento sia stato corretto al momento del ricovero, ma che in seguito la terapia ha registrato dosi veramente troppo elevate": A supportare la tesi del consulente della procura ci sarebbe anche un riscontro: un arresto respiratorio che ha colpito Giuseppe Casu durante il suo ricovero, salvato poi dai medici utilizzando una "sostanza-antidoto". Straziante il racconto della figlia Natascia (28 anni) che ha ricordato, con le lacrime agli occhi, i giorni di degenza e poi la notizia del decesso. "Era legato mani e piedi e la mano destra era gonfia e violacea – ha ripetuto più volte – poi l’hanno fasciata ed è rimasta così. L’ho sempre trovato legato alle volte quando parlava non si riusciva a capire. L’ultimo giorno che l’ho visto in vita aveva una sostanza collosa nella bocca. Ha chiesto di tornare a casa, diceva che lo tenevano ricoverato contro la sua volontà e di chiamare i carabinieri. Non lo abbiamo fatto e alle 6.25 del giorno dopo ci hanno telefonato dicendo che stava male. Era morto".

Iscritto nella lista dei testi della difesa c’era anche Antonio Maccioni, il primario di Anatomia patologica del Santissima Trinità di Cagliari che, assieme all’anatomopatologo Daniela Onnis, hanno effettuato l’autopsia sul corpo del commerciante. Il giudice Nespoli ha sciolto la riserva stabilendo che verrà sentito accompagnato dal suo avvocato (Luigi Concas e Antonio De Toni) perché indagato per reato connesso. E’ accusato di aver fatto sparire i reperti prelevati durante l’autopsia, sostituendoli con altri. Per la procura, che nel maggio ne ha chiesto la custodia cautelare, il dirigente di Anatomia patologica avrebbe scambiato quei campioni per favorire i due colleghi accusati della morte dell’ambulante. L’incredibile scoperta è avvenuta nel gennaio 2007: quando la polizia giudiziaria ha sequestrato il contenitore con i resti di Giuseppe Casu, ha scoperto che dentro c’erano quelli di un altro paziente morto sempre per trombo embolia, ma provocata da un tumore. Due inchieste per un unico giallo dai contorni ancora poco chiari.

Il processo contro l’ex primario Gian Paolo Turri e la psichiatra Maria Rosaria Cantone proseguirà giovedì prossimo con i testi e i consulenti di parte civile ( la famiglia si è costituita parte civile con l’avvocato Mario Canessa, supportata dal comitato "Verità e Giustizia"), mentre il 27 febbraio è fissata la prima udienza del filone-bis che vede imputato Antonio Maccioni accusato di soppressione di parti di cadavere, favoreggiamento, frode processuale, falso materiale e ideologico.

 

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