Una marea viola

 

Mi sento veramente ubriaco nel sentirmi in questa Italia in cui il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza e della contiguità ci sommerge mentre qui in questa piazza mi trovo con questo profumo di libertà.

(Salvatore Borsellino)

 

 

 

Fonte: http://www.youtube.com/user/redazioneMicroMega

 

 

 

di Federico MelloIl Fatto Quotidiano

 

Di questa giornata passata a sciamare per le strade di Roma e poi a piazza San Giovanni per il No Berlusconi Day provate a portarvi a casa una galleria di immagini, di volti e di colori. Prima di tutto prendete il discorso di Salvatore Borsellino e infilatelo in un cassetto della memoria, vicino ai gemelli d’oro e alle gioie che si conservano, negli angoli dove non si possono perdere. Poi incastonate in qualche bella cornice d’oro zecchino il fotogramma in cui Salvatore, ha preso la parola nel pomeriggio, con la voce spezzata dell’emozione, con il filo dei pensieri che si annodava, ma non si scioglieva mai: “Portino loro le corone di fiori sulla tomba di Mangano! I nostri eroi sono altri, sono gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina che morirono facendo la scorta a Paolo. I nostri eroi – grida Salvatore con la voce che sale di tono – sono i 100 agenti che, dopo l’assassinio di Falcone, bussarono alla porta di mio fratello per offrirsi per la sua scorta, per morire con lui". Applausi, sorrisi e lacrime. Ovazione. Di questo No B. Day, mettete in un ripostiglio della memoria le facce di centinaia di migliaia di ragazzi. Quel coro di voci: “Fuori la mafia dallo Stato”, “Berlusconi dimettiti”, “Adesso basta”. Ma anche i 150 ragazzi, tutti volontari, che si sono conosciuti solo ieri sera e che tenendosi per mano hanno accompagnato il corteo, ancora increduli di quello che stava succedendo. I loro sorrisi, ieri, non erano prestampati, come quelli dei burocrati di partito che contano le greggi elettorali.

 

A casa, tutti si porteranno il viola. Che era dappertutto: sciarpe, cappelli, fazzoletti, drappi, bandiere, calzini, persino le pettoraline dei cani e gli ombrellini delle carrozzine. Quanto ci piacciono a noi i genitori che corrompono i minorenni con l’antiberlusconismo militante. Tenete a mente questa istantanea: una marea che avanza tra due ali di folla. Chi non sventola qualcosa di viola, ha al collo un fazzoletto tricolore.

 

Chissà come, da questo vortice viola sono riemerse, fresche come se pronunciate ieri, le parole di Sandro Pertini. Chissà chi è stato a stamparle dappertutto, da quale sito sono rimbalzate fino a noi: “La politica va fatta con le mani pulite”.

 

E c’è da portarsi le tante Polaroid dei leader politici, per un giorno in mezzo alla gente, sotto il palco e non sopra, sopraffatti dalla folla, a rilasciare interviste mentre gli applausi dal palco se li prendevano le ragazze che hanno scelto di andare a lavorare a Corleone nei terreni confiscati alla mafia; mi resta in mente una signora che viene da L’Aquila per raccontare la terribile realtà del dopo-terremoto nascosta dagli annunci del governo.

 

A casa, chi era in piazza, chi si farà raccontare il No Berlusconi Day da amici e conoscenti, si porterà una convinzione. Che si può fare. Senza troppe fanfare, e senza divismi, in questo paese, può ancora accadere che la società civile si organizzi da sola, pacificamente, riesca a reinventare la politica dal basso coinvolgendo i cittadini per ribadire l’importanza di concetti come moralità e onestà. Il tutto partendo da Internet, da Facebook. Uno strumento, solo uno strumento, che diventa formidabile nelle mani di chi vuole spendersi per cambiare le cose. Perchè l’ultima cosa da mettere nella cassetta degli attrezzi è questa: ieri abbiamo capito tutti che Silvio è rimasto all’età catodica.

 

 

 

di Domenico GalloArticolo21

 

La Costituzione è la nostra Patria!

 

La parola Patria ci rimanda a due significati: quello di “Patrimonio” e quello di “Padri”. Ebbene, che cos’è la Costituzione se non un patrimonio di beni pubblici repubblicani, che i Padri costituenti ci hanno consegnato perché noi ne potessimo godere senza dilapidarli e consegnarli, a nostra volta, alla generazioni future? Se noi guardiamo al nostro paese non come ad un luogo geografico, ma come ad un luogo politico, come ad una comunità di cittadini organizzata in Stato, allora dobbiamo guardare alla Costituzione come alla nostra Patria.

In essa, infatti, è delineata la sostanza del nostro vivere civile, fondata sui capisaldi della eguaglianza e della dignità inviolabile di ogni persona, e sono delineati i confini dei nostri diritti e delle nostre libertà che le istituzioni democratiche devono promuovere, sviluppare, proteggere e garantire.

 

Ebbene, se la Costituzione è la nostra Patria, allora non possiamo non vedere che in questo tempo drammatico la Patria è in pericolo, perché un esercito di occupazione, anzi una compagnia di ventura (composta da un mix di affaristi, approfittatori di regime e nuovi crociati)  è penetrata nel territorio delle istituzioni e si sta adoperando per smantellare tutti (proprio tutti) i beni pubblici repubblicani che i Padri costituenti hanno consegnato al popolo italiano.

A cominciare dal bene supremo della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana. Questo bene è stato contestato nel suo fondamento di universalità, escludendo i lavoratori immigrati irregolari (cioè una popolazione di centinaia di migliaia di persone) dal godimento di quei diritti che rientrano nell’ambito inviolabile della dignità di ogni essere umano, come il diritto a contrarre matrimonio con la persona amata o il diritto alla salute, che anche se non viene rinnegato formalmente, ne viene scoraggiata la praticabilità.

 

Il bene supremo dell’eguaglianza viene calpestato e contestato ogni giorno di più, attraverso leggi e provvedimenti amministrativi, ordinanze dei sindaci che costruiscono la discriminazione e l’esclusione sociale nei confronti degli stranieri, dei Rom, degli emarginati e dei ceti sociali più deboli ed al tempo stesso creano privilegi castali a favore di un ceto di privilegiati a cui tutto è concesso e per i quali non c’è legge che tenga. Costoro non dovranno rispondere nemmeno dei crimini che hanno commesso o che commetteranno in futuro, come ci annunzia la legge sul “processo breve”.

 

Se questa compagnia di ventura sta  devastando i beni pubblici instaurati dalla prima parte della Costituzione, non per questo è meno grave l’attacco portato ai beni pubblici fondati sulla seconda parte della Costituzione, cioè all’ordinamento democratico.

 

Però su questo terreno  la compagnia di ventura incontra le maggiori resistenze. L’ordinamento democratico non è stato ancora annichilito: ha la pelle dura da vendere.

Gli organi di garanzia resistono ancora.

 

Mentre il Parlamento, che è l’organo centrale della democrazia costituzionale, è stato sostanzialmente neutralizzato, comprimendo la rappresentanza sino al punto che gli eletti, non sono più scelti dal popolo, ma nominati dai capi di partito,  resiste ancora il Presidente della Repubblica, resiste la Corte Costituzionale, resiste il sistema dell’indipendenza della magistratura, che, malgrado le minacce e le intimidazioni quotidianamente subite, non è venuta meno al compito, affidatogli dalla Costituzione, di esercitare il controllo di legalità anche nei confronti dei potenti, anche nei confronti del più potente di tutti, Silvio Berlusconi, in nome di quel principio supremo che dice: la legge è uguale per tutti!

 

Ma questa resistenza non può durare in eterno e sarà destinata a capitolare se non sarà coniugata con la resistenza del mondo politico e della società civile, dei cittadini tutti.

Invece noi vediamo che nel mondo politico (non soltanto nella maggioranza)  ogni resistenza è già cessata. Nella costituzione materiale – cioè nella pratica politica ed istituzionale determinata dai comportamenti delle principali forze politiche – l’ordinamento democratico è stato già demolito e sostituito da un altro tipo di ordinamento.

E’ stato restaurato un principio peculiare dello Statuto albertino, che all’art. 4 statuiva: “la persona del Re è sacra ed inviolabile”.

 

Nell’ordinamento di fatto,  instaurato dalla Compagnia di ventura, è stata  riesumata di nuovo la figura del Sovrano, in persona dell’attuale Presidente del Consiglio, al quale vengono  riconosciute dai mass media e dalle principali forze politiche le prerogative di inviolabilità che lo Statuto albertino attribuiva al Re d’Italia.

Se la persona del capo del Governo è sacra ed inviolabile, allora la magistratura che pretende di sottoporlo al controllo di legalità, come tutti gli altri cittadini, commette un sacrilegio, commette una azione politica eversiva perché tende a rovesciare il Sovrano, come gridano ogni giorno i banditori della Compagnia di ventura.

In realtà, l’eversione sta tutta dall’altra parte, perché la Costituzione non consente a chi esercita funzioni pubbliche di essere esentato dall’osservanza della legge penale, anzi impone ai cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche di adempierle con disciplina ed onore (art. 54).

 

Adesso che hanno cambiato la Costituzione materiale vogliono cambiare anche la Costituzione formale, per adeguarla alla nuova realtà. Così ci dicono che dobbiamo cambiare la forma di governo, perché il capo del Governo deve essere eletto direttamente dal popolo e solo al popolo deve rispondere dei suoi comportamenti.

Ebbene, quella del Capo politico che impersona lo spirito della nazione è un film che abbiamo già visto. E’ un film che è stato girato, in molte versioni, nel secolo scorso. Nella versione tedesca questo film si esprimeva con tre espressioni:

– ein Volk! un popolo;

– ein Reich! un regime;

– ein Führer un Capo.

Ma noi non abbiamo bisogno di un nuovo Führer, né di un nuovo Duce, né di un nuovo Re.

La Costituzione ha deposto dal trono i sovrani del passato ed ha creato le condizioni per impedire che potessero ritornare nel nostro futuro nuovi Sovrani, sotto qualsiasi altra forma.

 

Fatte le dovute proporzioni, noi ci troviamo in una situazione che ricorda – ovviamente in modo molto meno drammatico – la condizione dell’Italia dopo l’8 settembre 1943.

 

Quando tutto era perduto, l’esercito regio si era squagliato, il nostro paese era funestato dalla guerra che entrava in ogni casa, invaso dalle truppe di occupazione tedesche e le classi dirigenti erano crollate sotto il peso delle loro infamie, allora si verificò il miracolo della resistenza.

Si verificò quella chiamata misteriosa – di cui ci parla Piero Calamandrei – che raggiunse persone che non si conoscevano fra di loro, che professavano diverse fedi, che appartenevano a diversi ceti sociali ed avevano diversi orientamenti politici, ma ad un certo punto si adunarono insieme, convocati dalla stessa voce che parlava a ciascuno di essi.

“Nessuno aveva ordinato l’adunata, questi uomini accorsero da tutte le parti e si cercarono e adunarono da sé. (.)  Questa chiamata fu anonima, non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respira, che si svegliava da sé in ogni cuore, che comandava dentro. (.) Le fedi erano diverse, erano diversi i partiti: ma c’era una voce comune che parlava per tutti nello stesso modo: e la sentirono anche gli uomini che fino a quel momento non avevano appartenuto ad alcun partito, ad alcuna chiesa. (.) Qualcuno ha parlato di “anima collettiva”, qualcuno ha parlato di “provvidenza”, forse bisognerebbe parlare di Dio, di questo Dio ignoto che è dentro ciascuno di noi e parla contemporaneamente in tutte le lingue.”

 

Per questo, ci siamo riuniti in questa piazza, ci siamo cercati ed adunati, giovani ed anziani, uomini e donne, lavoratori e disoccupati, studenti e pensionati. Nessun partito ci ha convocato ma tutti siamo accorsi perché abbiamo sentito la stessa voce che parlava alla coscienza di ciascuno di noi e ci chiamava all’azione, ad un impegno supremo per arrestare il declino e ristabilire le condizioni di dignità, onore, cultura e libertà nel nostro Paese.

Quell’ "anima collettiva" che in passato generò il miracolo della resistenza, oggi può generare il miracolo di un profondo rinnovamento della politica, che ci conduca a ripristinare e dare nuova linfa vitale a quei beni pubblici repubblicani: dignità della persona umana, universalità dei diritti dell’uomo, uguaglianza, pluralismo, dignità del lavoro, partecipazione popolare che sono la nostra ricchezza, il patrimonio che abbiamo ricevuto in eredità dai padri costituenti.

 

Per questo facciamo appello, anzi rinnoviamo l’appello che tanti cittadini hanno rivolto a tutte le forze democratiche, ai partiti presenti in Parlamento ed a quelli che sono stati esclusi per i marchingegni della legge elettorale, indipendentemente dal loro denominarsi come democratici, liberali, riformisti, socialisti, antagonisti, comunisti: U-ni-te-vi!

Mettete da parte le vostre divergenze, senza rinunziare alle vostre identità ed alle vostre culture, ma unitevi.

Unitevi alle forze vive della società civile: i Comitati per la Costituzione, le associazioni che si battono contro la mafia, quelle che testimoniano nell’impegno quotidiano il valore della dignità umana a favore degli esclusi e dei più deboli, e tutte quelle realtà di base che esprimono il volto di un’Italia pulita, che non ha chiuso il cuore alla speranza.

Cessate ogni collaborazione con la Compagnia di ventura e costruite una coalizione di cultura e di governo, una costellazione democratica, con l’urgenza di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale.

 

Conosciamo già le obiezioni. Molti diranno che ci sono già state in passato delle alleanze e che sono fallite, che l’Unione si è sciolta nemmeno due anni fa ed alcuni leaders politici hanno detto che non faranno mai più delle alleanze antiberlusconi, che non si possono unire forze diverse, che bisogna scegliersi i compagni di viaggio più omogenei per poter governare.

 

Tutte queste obiezioni non tengono conto della triste condizione di degrado in cui è giunto il nostro paese. No! noi non vi chiediamo di fare alleanze contro qualcuno, ma una cosa molto più impegnativa. Vi chiediamo di attivarvi e di agire da subito per la salvezza della Repubblica, di questo patrimonio di beni pubblici repubblicani che sono schiacciati ogni giorno dalla brutalità di  questa Compagnia di ventura che li disconosce e li disprezza al massimo grado.

 

 Le Alleanze che si sono fatte in passato sono fallite perché non avevano radici profonde nella Costituzione, non fondavano il fulcro della loro azione sul riconoscimento del significato, della bellezza e della profondità dei valori costituzionali. Queste alleanze erano fragili, proprio perché mettevano la Costituzione fra parentesi, anche nella competizione elettorale.

 

I valori che sono a fondamento della Costituzione sono valori comuni a differenti forze e culture politiche. In essi si sono riconosciuti i liberali ed i comunisti, i democristiani ed i socialisti, i laici ed i cattolici.

In nome di questi valori, le diversità politiche possono essere ricomposte in un progetto comune, che è anche un progetto di governo.

 

Nella Costituzione c’è anche un programma di governo. Basta riconoscerlo.

La Costituzione ci indica un percorso verso un modello di democrazia inclusivo ed emancipatorio, nel quale la logica del mercato è equilibrata dalle funzioni sociali, garantite e promosse dall’intervento pubblico, nel quale i diritti individuali sono sviluppati e coesistono con l’azione collettiva per la salvaguardia dei beni comuni.

 

Ascoltate la Costituzione, riconoscetela e fondate sulla Costituzione il criterio di una nuova Alleanza. Una coalizione fondata sulla Costituzione sarà solidissima e riuscirà a liberarci dalle sventure portate da questa Compagnia di ventura.  Perché la Costituzione non è stata scritta sulla sabbia. I suoi principi fondamentali sono incisi, per dirla con parole di Calamandrei, sulla “roccia di un patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità, non per odio, decisi a riscattare la vergogna ed il terrore del mondo”.

Viva l’Italia, Viva la Costituzione!

 

 

 

di Alberto PiccininiIl Manifesto

 

"Siamo veri, siamo tanti"

Alle cinque della sera venivano ancora su da via Merulana. Entravano in piazza San Giovanni dietro lo striscione viola «Buffone fatti processare» nel più limpido dei tramonti romani, e la loro non era nemmeno la coda del corteo, ché un altro fiume di gente si perdeva intanto nella prospettiva lontana del grande viale alberato. Tanto caro a Carlo Emilio Gadda, come si sa, e a un signore del quarto piano che a via Merulana ci abita: ha aperto la sua finestra sopra il corteo, come si usava una volta, acceso a tutto volume lo stereo: «El pueblo unido jamas serà vencido». Nientedimeno.

Avevano avuto il loro bel daffare gli steward in casacca gialla e walkie talkie che dalle due del pomeriggio scortavano il primo striscione in viola diretto a San Giovanni, insomma la testa, a tenere dritta la barra del corteo. Diceva lo striscione: «La politica va fatta/ con le mani pulite», e il concetto si ripeteva ritmato in uno slogan. Forse un po’ tirato per i capelli, ma pure quello era il senso della giornata. Missione degli steward ben presto fallita, comunque. Nel lungo pomeriggio del nobday ragazze e ragazze, signori e signore, bimbi, compagni, amici e sconosciuti, hanno avvolto i boulevard ottocenteschi attorno a San Giovanni con un onda pacifica, disordinata, più silenziosa che caciarona, più be-in che corteo. E come diceva quella canzone dei Sex Pistols? «Non so cosa voglio, ma so come ottenerlo». Tutti a piazza San Giovanni.

«Ma-fio-so, ma-fio-so». «Berlusconi dimissioni» «Chi non salta/ Berlusconi è». Stretti attorno alle macchie viola che punteggiavano l’enorme passeggiata, soprattutto ragazzi con lo zainetto e l’aspetto un po’ centrosociale. Quelli a quali si ascriverebbe l’anima Facebook della cosa. Dalla Rete al Reale: a Roma c’erano arrivati e probabilmente si vedevano in faccia per la prima volta come in un blind-date che sarà stato emozionante per qualcuno, spiazzante per altri. Impegnati fino in fondo i viola, non avevano dimenticato di appuntarsi una seppur minima partitura: «Berlusconi non ti incazzare/ l’importante è farsi processare». «Berlusconi la vede nera/ si avvicina la galera». «Berlusconi delinquente/ non sei il nostro presidente». Cose così. Altri ricorrevano, come si è detto, ai vecchi hit: «Abbiamo un sogno nel cuore/ Berlusconi a San Vittore». Strada facendo abbreviavano tranquillamente «in galera!», tipo 1992/93, e sarebbe stato bene in bocca al vecchio Giorgio Bracardi. Che invece non si è visto. Almeno credo. In definitiva pescavano nella memoria collettiva dei rebelot questo paese, nella memoria di Mani Pulite, dell’uno-due-tre casino! Il grado zero della politica? Berlusconi vaffanculo. Che altro?

Quanti indumenti, accessori, robe viola esistono in natura? Soprendentemente parecchi. Sciarpe, cappellini di lana, maglioncini, felpe, cravatte (poche) non sarà stato difficile trovarne. Visti un paio di stivaletti viola shocking, giustamente dimenticati da anni in un armadio. Vista una frugoletta viola dalla testa ai piedi (per i bimbi è tutto più semplice). Vista una signora con la frezza orgogliosamente passata di spray. Direttamente dal carnevale la maschera di B. con i buchi sugli occhi e il naso ritagliato. Viola. Quelli di Di Pietro si erano fatti le t-shirt viola con su scritto «Noi ci siamo al nobday». Visto il venditore di pashimine che ha fiutato l’affare e ha portato in piazza tutte quelle viola che ha trovato. Ombrelli viola: un ragazzetto, con lo spray bianco, ha scritto sopra il suo «basta», una lettera per spicchio.

All’angolo di piazza Santa Maria Maggiore raccogliamo il definitivo commento di tre ragazzi emiliani: «Cosa si celebra, il funerale di Berlusconi?» E perché no? Il viola è sempre andato poco di moda, tranne che ai funerali, e mister B. è pur sempre un tipo scaramantico. A proposito di hit, a via Merulana un sound system montato su un camion mandava in visibilio tutti sparando a palla Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano. Di seguito, la versione del fuorionda di Fini appena musicata da Elio e le storie tese, sulla musica di Just a gigolo. Sentita pure La luna bussò di Loredana Bertè. Il tutto in duplex con le bandiere di Rifondazione, e generalmente rosse, che dopo la prima ondata viola si incaricavano di rendere il corteo un tantino più familiare.

Ma, onta delle buone intenzioni degli organizzatori, sventolavano pure le bandiere bianche di Di Pietro, strette strette, piantate sopra famigliole multigenerazionali, spesso accompagnate da palloncini dello stesso colore. Poche le bandiere tricolori, pochissime le bandiere della pace, due o tre bandiere palestinesi. Una sola bandiera dei pirati: nera con il teschio e le ossa incrociate, tanto per scherzare con la simbologia funeraria. Carnevalesca, mai cupa e neppure dark, beninteso salvo per una t-shirt della band heavy metal Twisted Sister vista addosso a un tizio, casualmente alla svolta di un viale. Finché i fantasmi veri sono arrivati dalle parti di piazza Vittorio quando quattro bandiere del Pd che sono entrate educatamente nel corteo. C’erano anche loro. Benvenuti, ci mancherebbe altro.

Alla creatività individuale è dedicato il finale di questo taccuino. Allo striscione viola con scritto sopra «No Tinto Brass», con l’ombra di un perbenismo subito fugato da una lettura più attenta della scritta: «No Tinto Bass», stile Travaglio. E le signore che si facevano scudo col Fatto Quotidiano. E il signore che si faceva scudo col libretto della costituzione italiana. Lo striscione bianco che ondeggiava languido «Mi voglio scurdà de te». Quello che ricorreva a un più televisivo «Silvio sei stato nominato». Mancava l’X factor, meglio così. Sulla pagina Facebook del nobday, nel frattempo, ci si poteva appendere un bel cartello «torno subito». Trascrivo l’ultimo messaggio di Claudio: «Sono rimasto a piedi da Milano! Avete soluzioni da propormi?».

Chissà se poi c’è arrivato, a Roma.

 

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