Una morte irregolare

 

di Cinzia GubbiniIl Manifesto

 

Muore di freddo a piazza Vittorio uno storico leader antirazzista

Un mazzo di fiori e alcuni ceri. E soprattutto i compagni di lotta di Sher Khan, increduli, in questo angolo di piazza Vittorio – tra via Bixio e via Principe Eugenio – dove ieri notte è stato trovato morto «un clochard», come hanno battuto le agenzie di stampa. Ma in poche ore nella Roma antirazzista si è diffusa la notizia: una volta tanto quel «barbone», quel «senza fissa dimora», lo conoscono tutti. Si chiamava Mohammad Muzaffar Alì, detto Sher Khan, e ieri sera il gruppo di persone corse in piazza Vittorio – dove era stata convocata una riunione per decidere cosa fare per rendergli omaggio – non smettevano di ricordare quanto fosse «un infaticabile rompicoglioni».

Alto, grosso, come tanti immigrati dall’Asia non aveva mai imparato a parlare bene l’italiano. Rimbomba nelle orecchie la sua voce possente: «Noi vo-glia-mo permesso di soggiorno». Era lo slogan scandito fino al parossismo nelle grandi manifestazioni antirazziste degli anni ’90. In quei primi movimenti di massa che vedevano le comunità immigrate organizzarsi per chiedere un documento. Sher Khan c’era sempre. Aveva iniziato alla Pantanella, insieme a don Luigi Di Liegro e Dino Frisullo. Aveva fondato al prima associazione degli immigrati asiatici, la «Union asian workers association». «Un gran rompiscatole, che ti telefonava alle ore più impensate dicendo "corri, c’è tanti ragazzi qui che dormono al freddo, bisogna fare qualcosa", ed era capace di non mollare la presa finché non ti mettevi in moto», lo ricorda Alessia Montuori di Senzaconfine.

A Roma era arrivato nel 1988 dal Pakistan, dalla città di Dera Ghaji Khan dove ora si cercherà di rimandare il suo corpo facendo una raccolta fondi. Ad aspettarlo sono rimasti solo alcuni fratelli. Giovedì prossimo, invece, ci sarà una commemorazione e forse anche un corteo. A lui sarebbe piaciuto. Per Sher Khan fare politica, organizzarsi, fare gruppo e contestare era un modo di vita. «Uno splendido caratteraccio, che ti costringeva a mollare ogni impegno per fare le cose, con ogni mezzo necessario», per dirla con il responsabile immigrazione di Rifondazione, Stefano Galieni. L’esatto contrario del «modello immigrato» a cui aspirano le leggi italiane: Sher Khan era il tipico soggetto che in tanti avrebbero volentieri cacciato a calci fuori dall’Italia. Un improduttivo, uno con cui non era facile ragionare, uno che non ha mai fatto niente per piacere. E, in parte, ce l’hanno fatta. È stato un lavoro facile: a Sher Khan è stata data la caccia. Non a lui in particolare, ovviamente. Ma ogni nuova barriera edificata a suon di legge per rendere impossibile una vita dignitosa a chi non si normalizza, gli ha tolto un pezzetto d’aria. Il suo lavoro era un’occupazione informale, ma preziosa: accompagnava gli immigrati in questura, si occupava di seguire le loro pastoie burocratiche, e in cambio chiedeva dei soldi. Mai abbastanza – a differenza di altri – per diventare ricco. Infatti non ha mai avuto una casa. Sher Khan ha sempre vissuto dove capitava. Fino alla fine di settembre abitava nell’occupazione della Cartiera, quella che è stata sgomberata dal sindaco Gianni Alemanno insieme all’occupazione dell’ospedale Regina Elena. Centinaia di persone per strada perché secondo il sindaco di Roma non si possono più tollerare illegalità. Sempre per lo stesso motivo – e cioè perché non si possono tollerare le illegalità – Sher Khan ha passato il mese di ottobre nel Centro di identificazione e di espulsione di Ponte Galeria: non aveva un permesso di soggiorno. Ora si scopre che a giorni ne avrebbe ottenuto uno per motivi umanitari: glielo avrebbe rilasciato la questura di Roma, dove alla fine era approdata la sua antica richiesta di asilo politico. Un permesso che non avrebbe risolto la sua situazione se non per poco tempo: quel tipo di documento dura un anno, ed è difficilissimo da rinnovare. Presto, sarebbe tornato ad essere un clandestino. Il primo permesso lo aveva ottenuto tanti anni fa con la sanatoria delle legge Martelli. Poi, siccome uno straniero per vivere in Italia deve avere un regolare contratto di lavoro e una casa con tutti i crismi, ha finito per perderlo. Cosa dovessero identificare a Ponte Galeria – visto che il soggetto era ben conosciuto dalla questura romana – non si capisce bene, ovviamente. Né dove avrebbero voluto espellerlo, visto che Sher Khan viveva da ventidue anni in Italia. Infatti, a rinviarlo in patria non ci ha pensato nessuno: ha semplicemente fatto un ennesimo soggiorno nelle patrie galere per stranieri per poi tornare sui marciapiedi di Piazza Vittorio. Forse, un po’ più depresso. Una persona che lo ha incontrato proprio martedì dice di aver raccolto le sue lamentele: «Non sto tanto bene», avrebbe detto. Certamente non abbastanza per vivere in strada.

La legge, invece, Sher Khan la conosceva bene. Non le è sfuggito. Aveva precedenti penali, e alcuni anni fa è stato condannato a un anno e otto mesi di galera con un’accusa infamante: tentativo di stupro. Ma quell’episodio che destò scandalo, va raccontato per quello che è stato almeno il giorno della sua morte: Sher Khan toccò il sedere a un’addetta alla sicurezza delle metropolitane con cui litigò perché – ubriaco e senza biglietto – voleva infilarsi sul treno. Chi lo ha conosciuto, e ha conosciuto il suo modo a volte arrogante e machista di relazionarsi, può tranquillamente immaginarlo mentre compie un atto del genere. La condanna – e altri precedenti legati alla sua vita di strada – hanno rappresentato un insormontabile ostacolo all’ottenimento di un permesso di soggiorno. Quello che ha chiesto a gran voce attraversando le strade di Roma per vent’anni. Se n’è andato senza riuscire a metterci le mani sopra. Che maledizione, Sher Khan.

 

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