Ho quarant’anni ed un passato non proprio edificante… Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze E anarchici distratti cadere giù dalle finestre

 

Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo, è tutto quello che sanno….

(Oscar Wilde)

 

 

 

di Dino GrecoLiberazione

 

La manifestazione di oggi, a Milano, nel quarantennale della strage di piazza Fontana, è tutto meno che una ricorrenza rituale. Perché se quello fu l’evento tragico che inaugurò la strategia della tensione, vale a dire il più organico tentativo di rovesciare il processo di rinnovamento democratico che attraversava potentemente la società italiana, oggi, a distanza di quasi mezzo secolo siamo davanti allo stesso, drammatico crinale, sia pure in forme e contesti del tutto diversi e inediti. Quella fu una "guerra a bassa intensità", anche se mai dichiarata, concepita nella connivenza fra borghesia industriale reazionaria, fascismo, servizi deviati, profondamente innervata di pulsioni golpiste, in un mondo dominato dalla guerra fredda, cui le forze del movimento operaio organizzato e di una sinistra saldamente radicata nel Paese seppero tuttavia opporre una risposta tenace e vincente. Quella di oggi è il risultato di una degenerazione politica, culturale, morale già consumatasi, che ha visto il potere incarnarsi, con il consenso elettorale, nella protodittatura di un uomo solo, sostenuto da una cricca affaristica con inquietanti prossimità ai poteri criminali, tronfia nel perseguire la propria impunità, che sta metodicamente sfasciando ciò che resta del reggimento democratico perché ad esso irriducibilmente refrattaria. E questo avviene in un humus sociale sfibrato e molto meno reattivo, anche se non del tutto piegato, e dentro un quadro politico sul quale la divisione e la sconfitta della sinistra hanno lasciato un segno pesante. Berlusconi – abbandonato ormai ogni tatticismo, rotto ogni argine, deciso l’arrembaggio finale all’intera impalcatura costituzionale – punta decisamente ad elezioni che si trasformino in un plebiscito, nella richiesta che il Paese, tutto il Paese, gli sia consegnato e si compia sino in fondo la torsione totalitaria compulsivamente inseguita sin dall’inizio della sua "discesa in campo". E’ sommamente necessario che l’entità del pericolo sia colta sino in fondo, che si uniscano tutte le forze, le soggettività, i movimenti, le espressioni culturali – anche le più diverse fra loro – che hanno tuttavia percepito quanto scosceso sia il piano inclinato sul quale, tutti insieme, rischiamo di precipitare. Chi non ha – o ha smarrito – la memoria delle vicende della storia Patria, potrebbe pensare che vi è un eccesso in questo allarme e che si esagera nel paventare sciagure imminenti. Ebbene, anche da questa coazione a ripetere antiche amnesie e sottovalutazioni bisogna difendersi. Ora. Per non doversene pentire dopo. Da Milano e dalle tante città che oggi ospiteranno manifestazioni, così come avvenuto sabato scorso da Roma, è necessario salga un segnale forte, uno stimolo a rimettere in circolo tutte le risorse democratiche su cui l’Italia può ancora contare. Sia il popolo e non soltanto la magistratura, a difendere la sua Costituzione e la legalità repubblicana. Nessuno si sottragga.

 

 

 

di Tommaso De BerlangaIl Manifesto

 

40 anni fa la strage di Piazza Fontana. Tante, ormai, le nuove testimonianze che possono aiutare a «completare la verità» e ridurre i confini di quello che è strumentalmente chiamato «mistero». Pasquale Valitutti, l’anarchico che era insieme a Pinelli nella questura di Milano, racconta al manifesto: «C’era Calabresi in quella stanza»

È sempre stupefacente come – in Italia, almeno – i «cercatori ufficiali di verità» si guardino bene dal fare domande ai testimoni diretti. Un caso esemplare di questa malattia è quello di Pasquale Valitutti. Appena ventenne all’epoca della strage di piazza Fontana, come tanti altri in quei giorni fece l’esperienza della questura. Non di una qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato l’ultimo compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre; poi lo ha sentito cadere dalla finestra. In questi 40 anni non ha mai cambiato la sua versione.

Com’è stato il tuo 15 dicembre 1969?

Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all’anarchico. La polizia ha praticamente fermato tutti gli anarchici noti. Io non ero a Milano quel giorno; sono andati a casa mia, han preso mia sorella (che non faveva politica!) e han detto a mia madre che l’avrebbero lasciata andare solo se mi fossi consegnato. Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c’era un sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad andar via e alla fine siam rimasti solo in due: io e Pino, in uno stanzone. Pino aveva una ventina di anni più di me che, da ragazzi, son tanti. Si scherzava un po’, cercava di consolarmi dicendo «Dai Lello, sta cosa qui ora finisce, tra un po’ ce ne andiamo a casa». Intanto faceva dei bei disegni per le sue bambine, che poi ho dato a Licia. Poi son venuti a prendere Pino e lo hanno portato nella stanza vicina per interrogarlo. L’ufficio della «squadra politica» era come un appartamento: una porta d’ingresso, un corridoio lungo con tante stanze.

Tu, da lì dentro, cosa sentivi?

Se parlavano normalmente, non sentivo niente. Venti minuti prima della mezzanotte è successo qualcosa. Ho sentito rumori, mobili che si spostavano, gente che parlava in modo concitato, senza riuscire a distinguere bene le parole. Non ho sentito urla, ma è successo qualcosa che non era accaduto durante gli altri interrogatori. Sentendo questi rumori, chiaramente vado in tensione. La porta della stanza dove mi trovavo era una porta a vetri che dava sul corridoio, da cui potevano controllare chi stava dentro. Da lì ho potuto vedere e ti posso assicurare che, dal momento in cui avevano portato Pino nella stanza dell’interrogatorio, non è più passato nessuno. In particolare in quell’ultimo quarto d’ora, assolutamente nessuno.

Quanti poliziotti c’erano nella stanza?

Dovevano essere sei: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e un altro. Nessuno si è spostato. E Calabresi c’era sicuramente. Lo conoscevo bene, era il commissario, quello che comandava tutti; il più alto in grado presente. Quello che rompe il silenzio è un tonfo molto sordo, molto cupo. Il corpo di Pino che cade. La cosa veramente assurda è che nessuno ha reagito. Non ho più sentito nessun rumore. Nessuno ha urlato; come ho sentito il trambusto avrei sentito anche le urla. Ti puoi immaginare: sei in una stanza molto piccola, qualcuno si butta dalla finestra e nessuno urla?

Dopo il «tonfo» che accade?

Sono usciti dalla stanza e sono venuti da me, mi hanno bloccato ed è apparso Calabresi: «non capisco come possa essere successo, Valitutti; stavamo parlando tranquillamente con Pinelli di Valpreda, non capisco, all’improvviso si è buttato». L’ho detto subito al giudice nel primo interrogatorio, il 1 gennaio del ’70, quando mi hanno chiamato a parlare con Caizzi.

C’è stato un processo, poi. Avranno cercato di smontare la tua versione…

Era il processo Calabresi-Lotta continua. Sono andato lì e gli avvocati mi han fatto tutte le domande e io ho raccontato tutto, come adesso. Importante: Calabresi era lì, con il suo avvocato e non mi hanno fatto neanche il controinterrogatorio. Non gli conveniva. Dal punto di vista giudiziario vuol dire che non potevano contestarmi niente e volevano farmi «scivolare via». Poi il presidente del tribunale ha disposto un sopralluogo in questura per capire cosa potevo aver visto veramente. Quando siamo andati lì, davanti alla porta a vetri era stato messo una grosso distributore di caffè e bibite. E il presidente mi ha detto: «con questa macchina davanti, lei poteva anche non vedere». Io gli ho risposto che la macchina non c’era; anzi, ho indicato sul linoleum del pavimento, sulla parete opposta, il segno che la macchina aveva lasciato. Mi ricordo la sua faccia. É rimasto costernato di fronte all’evidenza di un tentativo così maldestro di alterare la «scena del delitto».

Mai accusato di falsa testimonianza?

Mai. La cosa più singolare è che D’Ambrosio (Gerardo, ndr) non mi ha nemmeno interrogato, quando ha fatto l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Sono stato interrogato la prima volta dal pubblico ministero. Poi ho testimoniato al processo Calabresi-Lc. Quando poi Licia ha fatto denuncia per omicidio contro ignoti, D’Ambrosio ha fatto la sua inchiesta e non mi ha interrogato. Lui ha sentito soltanto i poliziotti, che non erano testimoni, ma sotto avviso di garanzia. E non ha sentito l’unico testimone che c’era. Quando glielo dicono pare che si arrabbi sempre. Ma è stato molto scorretto.

 

 

 

di Guido SalviniGiudice di Milano che ha riaperto l’inchiesta su Piazza Fontana

 

Quella verità da completare

L’incontro di questi giorni a Milano tra il Presidente Napolitano e i familiari delle vittime di Piazza Fontana è stato un momento simbolico, ma nel 40° anniversario della strage non possono bastare le commemorazioni. La strage di Piazza Fontana è imprescrittibile non solo sul piano giudiziario ma anche sul piano storico-culturale, perché è un evento che ha condizionato la storia del nostro Paese ed ora è possibile far avanzare i confini della verità ed arretrare quelli del «mistero» che in realtà già in buona parte non è tale. Dopo il processo di Catanzaro, giunto comunque alle soglie della verità, le indagini condotte a Milano negli anni ’90 dall’Ufficio Istruzione hanno fatto fare un salto di qualità.

Si conosce molto della strategia e del meccanismo operativo dell’operazione che si è conclusa il 12 dicembre e anche se non sono state affermate responsabilità di singoli imputati, nelle stesse sentenze di assoluzione è scritto che non è ormai più dubbio che la paternità dell’ideazione e dell’esecuzione degli attentati risalga ai neofascisti veneti di Ordine Nuovo aiutati da ufficiali dei Servizi Segreti di allora.

Ma oggi è possibile andare oltre, nuovi spunti di indagine emergono dal lavoro di ricerca di Paolo Cucchiarelli che nel libro Il segreto di Piazza Fontana ha riportato tra l’altro la confessione quasi completa ricevuta da un neofascista romano e altri elementi nascono spontaneamente quasi per forza propria da nuovi testimoni che accettano di raccontare. È stata trovata grazie alla Procura di Brescia l’agenda del 1969 di Giovanni Ventura con le annotazioni che sembrano confermare post-mortem il racconto del pentito Carlo Digilio, ci sono le prime confessioni sugli attentati che hanno preceduto la strage come le due bombe alla Stazione Centrale di Milano dell’8/8/1969, sembra ormai chiaro quale esplosivo sia stato utilizzato. E l’ex-capo del Sid, generale Maletti, da molti anni latitante in Sud-Africa, sembra disposto a riferire quanto sa pur di poter tornare, molto anziano com’è, in Italia. L’Ufficio Istruzione che, nell’isolamento e tra lo scetticismo aveva sviluppato le indagini negli anni ’90 è un ufficio investigativo che da molti anni non esiste più.

C’è chi potrebbe raccogliere e completare oggi questo lavoro: gli uffici inquirenti milanesi che hanno dato con successo svolte ad indagini come quelle sull’omicidio Calabresi, sulle nuove Brigate Rosse, su Abu Omar. L’impegno e l’entusiasmo dimostrati in questi e in altri casi anche per Piazza Fontana possono portare a nuovi elementi di conoscenza di quanto avvenuto. Sarebbe un risarcimento per le vittime e la città che si è sentita tradita dalle istituzioni.

Le carte arrivate sembrano ancora in attesa ma la richiesta di riprendere le indagini presentata in luglio con decisione ed argomenti dal difensore dei familiari delle vittime, deve essere ascoltata.

Non farlo sarebbe una pagina negativa. Il nostro Palazzo di Giustizia, così vicino a Piazza Fontana, scriverebbe forse l’unica pagina bianca della sua storia giudiziaria, una storia di cui la città è stata sinora giustamente orgogliosa.

 

Questa voce è stata pubblicata in Ricordi. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...