L’amore vince. E noi perdiamo

 

 

 

di Concita De Gregorio http://concita.blog.unita.it//Il_piano_eversivo_828.shtml

 

Ecco che cosa è irresponsabile. Mentire. Dire spudoratamente come fa Il Giornale a caratteri cubitali che «era tutto organizzato». Utilizzare il gesto di una persona che non sta bene (dov’era la sicurezza, dove stava guardando?) per criminalizzare ogni forma di critica e di dissenso, in definitiva mettere le premesse per uno stato di polizia dove diventi difficile, meglio se impossibile, manifestare, esprimere il proprio pensiero anche in modo aspro come avviene in ogni paese democratico.

Non c’è nessuno bisogno di leggi speciali, basta applicare quelle che ci sono. Non serve lo scudo fiscale, basta inasprire i controlli e far pagare le tasse. Non serve oscurare internet, basta usare gli strumenti che esistono per bloccare chi ingiuria. Chiudere internet equivale a spaccare il termometro per curare la febbre. Il problema, al solito, non è chi commenta ciò che accade: il problema è ciò che accade, e non basterà blindare le piazze e oscurare i siti perché i fatti cessino di esistere. Sarà solo molto peggio. Servirà ad esacerbare gli animi a provocare – così sì, così davvero – tumulti. Non occorre abolire i processi o ridurli al lumicino, basta sottoporsi ai giudizi. Se viaggio costantemente contromano e mi multano 2500 volte non sono perseguitata dai vigili urbani. Ho due possibilità: dimostrare che non ero alla guida oppure pagare la multa. La regola esiste, cambiare le leggi in corsa significa mandare agli italiani il messaggio che chi può – solo chi può, certo – fa come gli pare. Fessi gli altri. Si attrezzino a diventare molto ricchi e potenti o si illudano che basti attaccarsi al carro di chi lo è. Irresponsabile è scardinare le regole perché è più comodo, si va più veloce, che noia questo Parlamento, che zavorra questi processi, che tormento questa stampa. Eliminiamoli.

Non serve cambiare la Costituzione, basta rispettarla. Rispettare la Carta, i poteri, la magistratura, il capo dello Stato, l’opposizione. Non dire un giorno sì è l’altro pure che il tricolore va nel cesso, l’opposizione è cogliona, i giudici eversivi, il capo dello Stato fazioso. Non far finta che si sia agli anni di piombo, evocare come ha fatto ieri Cicchitto il terrorismo e i mandanti morali e intanto, con l’altra mano, mettere la fiducia su una Finanziaria che restituisce alla mafia i beni sequestrati. Questo sì è irresponsabile, pericolosissimo, criminale. Evocare il terrore per far carne di porco delle norme minime di convivenza, della discussione tra chi ha idee diverse e non per questo deve essere additato come assassino facendo di ogni erba un fascio: confondendo la violenza con l’obiezione legittima, Tartaglia con Rosi Bindi e guai a chi si azzarda a dire sillaba. Non siamo agli anni di piombo, Cicchitto. Siamo caso mai sempre alla P2. Siamo davanti a un disegno chiarissimo. Titolava ieri Libero: la Procura di Palermo non s’arrende. Ecco il punto: barattare il duomo in faccia con il colpo di spugna. Un folle lo ha ferito, emergenza nazionale, si azzerino i processi. C’entra? Non c’entra. Ai processi si va, si dibatte. In Parlamento si va, ci si sottopone al voto. Anche in piazza si va. A criticare, a far comizi. Nel caso dei comizi, possibilmente, con un buon servizio d’ordine. Di questo, in un paese normale, si parlerebbe oggi. Di come garantire la sicurezza e la civiltà nel confronto, non di come eliminarlo.

 

 

 

di Nicola Brunohttp://tg24.sky.it/tg24/politica/2009/12/15/facebook_maroni_casini_.html

 

Dopo gli annunci arrivati ieri da vari esponenti della maggioranza, oggi il Ministro degli Interni Roberto Maroni ha comunicato alla Camera che nel Consiglio dei Ministri di giovedi saranno presentati provvedimenti per oscurare i siti che incitano alla violenza.  Nelle ultime ore Facebook ha chiuso alcuni dei principali gruppi pro-Tartaglia. Non è invece affatto chiaro quali misure saranno proposte dal Governo. Guido Scorza, avvocato ed esperto di tecnologie digitali, docente presso l’Università di Bologna e la Scuola Ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, ipotizza che possa trattarsi di iniziative simili, nella sostanza, all’emendamento D’Alia presentato l’anno scorso.

 

Il provvedimento D’Alia introduceva il principio di responsabilità per i gestori dei siti su cui venivano pubblicati contenuti con "apologia o istigazione a delinquere". Dopo aver ricevuto una diffida, il gestore del sito era tenuto a rimuovere i contenuti segnalati. In caso contrario, le autorità potevano disporre l’oscuramento integrale dell’intero sito. Il provvedimento aveva sollevato polemiche e critiche da parte di diversi blogger.

 

"L’emendamento non faceva distinzioni tra piccoli siti e grandi servizi online – spiega Scorza – Da Facebook a Youtube, fino al più piccolo e sconosciuto blog, tutti potevano essere considerati responsabili per i contenuti pubblicati. E quindi essere completamente oscurati con una semplice diffida della Polizia". Così come avviene in Cina e altri paesi che censurano i servizi online. Dopo l’approvazione in Senato, l’emendamento D’Alia era stato poi ritirato attraverso un contro-emendamento del deputato del PdL Roberto Cassinelli. Ma ora potrebbe essere proprio quello il punto di partenza per le nuove misure di Maroni.

 

Se così sarà, potrebbero presentarsi diversi problemi di natura costituzionale: "L’emendamento D’Alia dava pieni poteri di azione al Ministro degli Interni – sottolinea Scorza – Ma trattandosi di reati di opinione, non si può agire senza un contraddittorio davanti ad un giudice. Vedremo se il Governo avrà fatto passi in avanti su questo punto controverso".

 

Intanto c’è anche chi – come l’esperto di telecomunicazioni Stefano Quintarelli – fa notare come in Italia ci siano già leggi che permettono di sanzionare l’apologia e l’istigazione a delinquere. "Non sono un penalista, ma ricordo che nel Codice Penale esistono già norme specifiche". Quintarelli fa riferimento all’articolo 414 sull’istigazione a delinquere, sottolineando: "Mi disturba questo ribadire l’idea che Internet sia un luogo ‘diverso’, dove non ci sono leggi. Internet non è luogo diverso e le leggi ci sono. In particolare, l’anonimato nei social network in questione, non esiste, per cui se verrà accertato che qualcuno ha commesso qualcosa di illegale, se ne dovrà assumere la responsabilità. Penso che il sistema già offra abbastanza garanzie per assicurare che non verranno introdotti provvedimenti dettati dall’emotività del momento".

 

Un po’ lo stesso discorso fatto oggi da diversi deputati del Pd, dell’Idv e da Pierferdinando Casini, che alla Camera ha detto: "Le leggi esistenti già consentono di punire le violazioni. Negli Usa Obama riceve intimidazioni continue su Internet, ma a nessuno viene in mente di censurare la Rete".

 

Non sono solo le opposizioni però a mettere la mani avanti. Sul sito del magazine online Farefuturoweb, vicino al Presidente della Camera Gianfraco Fini, si legge:  "Attenti a cedere alla ‘sindrome cinese’, alla tentazione della censura preventiva. Il gesto di un pazzo (e l’idiozia di chi lo esalta) non possono mettere in discussione, neanche alla lontana, la libertà di espressione. Le leggi ci sono, usiamole fino in fondo. E se mai ne servissero di nuove, se ne dovrà discutere a lungo, e in tanti. Il clima è già abbastanza pesante, e a questo punto girare la vite può essere, addirittura, controproducente".

E ancora, su Libertiamo.it (l’omonima asoscizione è presieduta da Benedetto Della Vedova, parlamentare Pdl), un articolo dal titolo Per spegnere l’odio non serve oscurare i social network si legge: "Chi usa Facebook nel proprio quotidiano, sa che i gruppi pro-Tartaglia sono come delle cartacce in terra ai bordi della strada: ci sono, ma non sono tutta la strada, che è invece piena di gente che comunica liberamente, che compra e che vende, che s’abbraccia o che litiga. L’aggressione a Berlusconi è l’apice casuale di una situazione politica preoccupante, ma Facebook non ha fatto altro che evidenziare dei sentimenti deprecabili che purtroppo animano un pezzo di opinione pubblica italiana. La “normalizzazione” non passa dal social network."

 

 

 

di Luca FazioIl Manifesto

 

Dimenticheremo presto Massimo Tartaglia, ma non l’utile souvenir milanese che è stato sapientemente colto al volo dagli elementi più esagitati della destra (non hanno perso il pelo, figuriamoci il vizio) per imporre una sorta di «clima iraniano», dove una civile protesa contro il governo o istituzione viene ormai equiparata a un gesto di sovversione delinquenziale. Il vicesindaco di Milano, De Corato, per esempio, di fatto è arrivato a chiedere la testa del questore Indolfi per come avrebbe mal gestito la piazza, anzi le piazze. Perché, ignobilmente, la destra sta cercando di equipare ciò che è accaduto sabato in piazza Fontana al gesto disperato di quell’uomo fuori di sé che ha rovinato il comizio del «miracolato» Berlusconi. Davanti alla Banca dell’Agricoltura, sabato, i fischi dei cittadini sarebbero il frutto avvelenato dalla «barbarie» dei soliti provocatori della sinistra e dei centri sociali (che in quel momento nemmeno erano in piazza), e nello spiazzo sul retro del Duomo, domenica, dove Berlusconi aveva allestito il set per lo spot, il lancio della statuetta sarebbe stato istigato dalla «indegna gazzarra» dei soliti noti.

Sono due menzogne, ma tant’è… e il Comune di Milano avrebbe già individuato quei 150 nomi che la questura farebbe finta di non conoscere. «Ci sarà pure qualcuno a Milano che riesce a procedere nei loro confronti?», ha malignato il vicesindaco. E ieri, in difesa del questore Indolfi – che come minimo sarà costretto ad incattivire la presenza delle forze dell’ordine in occasioni delle manifestazioni – è dovuto intervenire il ministro Maroni: «Non ho nessun rilievo da rivolgere a chi ha gestito l’ordine pubblico». E chi sarebbero poi questi soliti noti? Persone libere, e non organizzate, che non hanno alcuna intenzione di farsi zittire, nonostante il rumore di fondo che evoca il morto (gli anni ’70 di Pansa), che inventa due giorni di «scontri» a Milano, che equipara i fischi alla strategia della tensione – un vizietto da cui non è immune anche un giornale avversario di Berlusconi, come la Repubblica, che ha finto di non accorgersi che in piazza Fontana ululavano le persone «normali», e non quei «cattivoni» della sinistra radicale.

E chi protestava in Duomo, il giorno dopo, davanti al set di Berlusconi? Passanti, cittadini che lì si erano dati appuntamento, perché da una settimana era annunciata la comparsata del Capo, e anche quel Piero Ricca che nel 2003 in Tribunale diede del buffone a Berlusconi e che oggi viene additato da il Giornale di famiglia, per cui niente di strano, tutto legale, e tutto all’insegna della libera espressione. O democrazia. Qualcuno gridava in galera! (non è elegante), altri chi non salta Berlusconi è, altri vergogna, insomma il questore non li poteva sbattere in galera. Almeno fino a quando le leggi non cambiano, come sta ragionando Maroni per garantire la «libertà di comizio», sulle piazze virtuali e magari anche in Duomo.

 

 

 

di Iaia VantaggiatoIl Manifesto

 

Che il lancio del «Duomo» contro il volto di Silvio Berlusconi sia stato il gesto isolato di un folle, a Ignazio La Russa appare un fatto assodato.

Nessun mandante nascosto, nessuna occulta regia. Almeno non nel senso tradizionale del termine: «Nessuno mi leva dalla testa – ha spiegato il ministro della difesa – che la persona che ha aggredito il premier sia stata agitata da quel centinaio di persone che per tutto il comizio hanno minacciato e fischiato il presidente del consiglio. Un’ora di contestazioni ha influito sulla psiche di chi ha agito in quel modo».

Scatta così la tolleranza zero nei confronti di chi – nel corso delle pubbliche manifestazioni – disturba, minaccia, usa violenza o agisce «travisato». E da qui nasce la proposta di portare in parlamento una norma che metta al bando da quelle manifestazioni – oltreché dalle regole del gioco della politica italiana – qualsiasi forma di contestazione e di provocazione. Una norma in realtà già esistente ma che si «limitata» a punire chi disturba i comizi politici solo negli ultimi trenta giorni di campagna elettorale con pene da 1 a 3 anni. Troppo poco per La Russa che chiede di rendere sempre valida quella norma e di inasprire le condanne alzando le pene dai 2 ai 4 anni nel caso in cui «il disturbo sia aggravato da violenze, minacce o persone travisate».

Misure che tuttavia, La Russa ne è consapevole, non risolvono una questione che è insieme politica e di ordine pubblico. Lapidario nel commentare la richiesta di dimisiioni da molti avanzata nei confronti questore di Milano Vincenzo Indolfi – «la questione esula dalle nostre competenze» – il ministro della Difesa esprime invece piena e totale la solidarietà «agli agenti che hanno agito in condizioni non certamente facili. Il mio apprezzamento è privo di ogni riflesso negativo».

Problemi di ordine pubblico ma anche più strettamente politici. Ignazio La Russa non se la prende infatti solo con i «contestatori milanesi» – l’anniversario di piazza Fontana prima, il comizio di Berlusconi poi – quando afferma che «bisogna fermarsi sull’orlo del baratro e fermare questa spirale di odio che può portare solo alla violenza». Nel mirino è soprattutto il «No B-day», una vera e propria caccia all’uomo che nulla avrebbe a che fare con la polemica politica: «Non c’è mai stata negli anni passati, una manifestazione contro un uomo solo e il No B-day è la vergogna delle vergogne». L’episodio che domenica scorsa ha visto protagonista Berlusconi altro non sarebbe che il frutto di un clima di tensione creatosi negli ultimi mesi intorno al presidente del consiglio, un clima assai diverso da quello che la maggioranza avrebbe tutto l’interesse a mantenere.

E a chi, a questo punto, si aspetterebbe il solito attacco indiscriminato ai giornali di sinistra, il ministro riserva una sorpresa affermando di condividere pienamente il fondo con cui il direttore di Repubblica – suo acerrimo e storico nemico – ha condannato senza distinguo l’aggressione al premier: «Mi auguro che quelle parole cambino i rapporti tra maggioranza e opposizione e tra i giornali e Berlusconi».

Un auspicio però inquinato, dalle parole di Antonio Di Pietro e Rosy Bindi «i cui distinguo sono deprimenti e poco mi fanno sperare in un riavvicinamento delle parti». Bravi, invece, Bersani e Fini che sono andati a trovare Berlusconi in ospedale e poco ci manca che La Russa non dica «bravo» anche al papa che a Berlusconi ha mandato un telegramma.

 

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