L’ospite inatteso

 

Un film di Thomas McCarthy. Con Richard Jenkins, Haaz Sleiman, Danai Jekesai Gurira, Hiam Abbass, Marian Seldes, Maggie Moore, Michael Cumpsty, Bill McHenry, Richard Kind, Tzahi Moskovitz, Amir Arison, Neal Lerner, Ramon Fernandez, Frank Pando, Waleed Zuaiter, Danai Gurira Titolo originale The Visitor. Genere Commedia, USA 2007.

Mio Voto: /10

 

 

 

Recensione di Boris SollazzoLiberazione, 5 dicembre 2008

 

Questa casa non è un albergo. Essere estranei a casa propria. In una società individualista come la nostra, malata di possesso e proprietà persino nei modi di dire si usa il bene materiale per definire il proprio spazio vitale. E se le nostre quattro mura fossero una pensione? Se altri ne fossero i padroni? Forse sarebbe meglio, forse impareremmo qualcosa. Eccolo lo spunto semplice e geniale grazie al quale L’ospite inatteso , opera seconda di Tom McCarthy (dopo aver vinto con The station agent , all’esordio, il Sundance) risulta essere un capolavoro delicato nei sentimenti e durissimo nella denuncia naturale di una politica miope e ingiusta. Walter Vale è un professore universitario vedovo e inaridito: sempre le stesse parole, scritte e pronunciate, spesso copiate da se stesso o da altri, costituiscono la sua vita. Professionale e umana. Dall’università alienante alla ricerca di uno strumento da suonare nel tempo libero, tutto è stonato in lui. Richard Jenkins, caratterista sopraffino che ci ha conquistato per l’ennesima volta in Burn after reading , è quest’uomo senza qualità che si vede costretto a una trasferta in Connecticut, per un convegno di cui sa poco e meno ancora gli interessa. Lì ha una casa, chiusa da cinque anni, ovvero dalla morte della moglie, e approfitta per riaprirla. Entra e verrà trattato come un ladro dalla senegalese Zainab e dal siriano Tarek (Danai Gurira e Haaz Sleiman) che, in buona fede, la stanno occupando. Vittime di un doppio inganno, se ne vanno, ma Walter non se la sente di lasciarli senza un tetto. E’ l’inizio di una convivenza buffa e goffa, di una splendida amicizia che parte dalla musica, da quel djembe di cui Tarek è maestro. Il professore si libera, torna il sorriso, battere su quella pelle è il suo ritmo, lui, quel ragazzo che suona in mutande, e persino la sua compagna diffidente, diventano una famiglia. Fino a un maledetto giro in metropolitana in cui il giovane viene arrestato. E’ un irregolare e viene sbattuto in un centro anonimo dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement), una Guantanamo alla periferia della Grande Mela. E Walter è l’unico a poterlo aiutare, visitare, sostenere: Zainab è una clandestina e così la madre del prigioniero, Mouna (la sontuosa Hiam Abbass, di una bravura unica quanto la sua bellezza). E quest’uomo rinasce proprio quando muoiono le speranze dei nuovi amici, della donna che probabilmente inizia ad amare. Riscopre il senso della vita proprio quando capisce che la sua America, il suo paese, ha perso il (buon) senso di tutto. Una storia di sentimenti potenti come le percussioni di Fela Kuti e dei musicisti di strada di Nyc e un urlo contro quello che un grande paese come l’America fa a chi la raggiunge perché rappresenta un sogno, un esempio di libertà e democrazia, la speranza di un mondo migliore. Questo film semplice ci dice più di qualsiasi documentario, protesta o pamphlet sull’ultimo decennio neo-con e guerrafondaio a stelle e strisce, e l’urlo di Walter, alla fine è il nostro. Come le lacrime quando Mouna, spezzata, lo chiama habibi (in arabo "anima mia, cuore mio"). Troppo triste e troppo tardi. Prima dell’elezione di Obama questa pellicola ha ottenuto un successo al botteghino straordinario, pur distribuito in poche copie. Forse qualcosa è cambiato davvero.

 

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