Tolleranza schiava

 

di Dino GrecoLiberazione

 

Noi diciamo che le parole del ministro Maroni, l’accusa rivolta ai migranti – perché di questo si tratta – di essere, letteralmente, causa del proprio male, sono abominevoli. Lo sono moralmente e politicamente. Il ministro degli Interni sa che il lavoro di raccolta di agrumi e ortaggi nelle campagne siciliane, calabresi, pugliesi, campane viene svolto dai lavoratori stranieri, per lo più extracomunitari; conosce le condizioni di sfruttamento, di inaudito servaggio in cui quel lavoro si svolge; sa della miserabile paga che "remunera" quella durissima fatica; ha certo adeguata nozione delle baraccopoli, delle bidonville , che ricordano le favelas più degradate del pianeta, dove si svolgono gli scampoli di vita che quelle persone riescono a sottrarre al massacrante lavoro quotidiano. Il ministro sa anche altre cose. Per esempio che lo Stato ha nei fatti appaltato alla ‘ndrangheta la gestione del mercato del lavoro locale, acconsentendo o subendo che su quell’attività l’organizzazione criminale lucri il pizzo e amministri, come in una zona franca, la più arbitraria e sordida violenza. E che ribellarsi a questo stato di cose non è dato, se non mettendo a repentaglio la propria incolumità o la propria vita. Il ministro dovrebbe poi sapere – ma invece ignora o, piuttosto, finge di ignorare – che la legge razzista varata per disciplinare il fenomeno migratorio impedisce, in realtà, la regolarizzazione di un migrante intenzionato a svolgere onestamente il proprio lavoro e che è stata respinta ogni strategia di emersione fondata sul riconoscimento del permesso di soggiorno a chi trovi il coraggio di denunciare il proprio sfruttatore. Al ministro Maroni, ligio all’ imprinting xenofobo della sua parte politica, non interessa che lo Stato si allei con i migranti per promuovere un percorso di integrazione e di cittadinanza condivisa. Meglio chiudere gli occhi e agire con la forza della repressione quando la sofferenza di quella povera gente supera ogni soglia di sopportabilità ed esplode, come a Rosarno, con la furia disperata di chi si sente abbandonato e comprende di non avere più nulla da perdere. Allora, ecco comparire lo Stato. E cosa fa lo Stato? Spazza via i migranti, come rifiuti umani, li deporta, lontano dall’epicentro degli scontri. Dove invece la caccia all’uomo di pelle nera continua. Domani cosa sarà di loro? Dica la verità, signor Ministro, a lei non importa niente. Per questo si permette di pronunciare irresponsabili parole, che forniscono alibi, alibi istituzionali, a continuare la mattanza. Complimenti.

 

 

 

di Gad LernerLa Repubblica

 

Viviamo a Rosarno una pagina oscura della storia italiana. Le ronde criminali scatenate nell´assalto agli africani, le sprangate in testa e le fucilate alle gambe degli immigrati, rappresentano una vergogna di fronte a cui possiamo solo sperare in un moto collettivo di ripulsa morale.

Di quale tolleranza, "troppa tolleranza", parla il ministro Maroni? Ignora forse che da trent´anni l´agricoltura del Mezzogiorno d´Italia si regge economicamente sull´impiego di manodopera maschile immigrata, sospinta al nomadismo stagionale fra Puglia, Campania, Sicilia e Calabria, con paghe di sussistenza alla giornata, ricoveri di fortuna in edifici fatiscenti, criteri d´assunzione malavitosi, senza la minima tutela sanitaria e sindacale? Ora non li vogliono più, s´illudono di espellerli come un corpo estraneo dopo che li avevano convocati alla raccolta degli agrumi. Ma è dal 1980 che le colture specializzate meridionali non possono fare a meno delle migliaia di ragazzi africani trattati né più né meno come bestiame. E al tramonto, se la mandria non fa ritorno disciplinato nei recinti abusivi delle aree industriali dismesse, non trova certo istituzioni disponibili a riconoscerne l´umanità. Gli italiani con cui entrano in contatto questi lavoratori senza diritti sono solo di due tipi: i caporali spesso affiliati alla criminalità organizzata; e i volontari di Libera, della Caritas e di Medici senza frontiere. Le forze dell´ordine si sono limitate finora a un blando presidio territoriale per evitare frizioni pericolose con la popolazione locale. Ma l´importante era che il ciclo produttivo non si interrompesse: la mattina dopo il reclutamento ai bordi della strada non subiva intralci.

Chi ha tollerato che cosa, ministro Maroni?

Rosarno era teatro da anni di una conflittualità quotidiana, pestaggi isolati, sfide tra giovanissimi divisi dal colore della pelle ma accomunati da una miseria culturale che li induce a viversi come nemici. Dopo i colpi di fucile che hanno ferito due immigrati, giovedì la furia degli immigrati ha colpito indiscriminatamente la popolazione calabrese. Ieri, per rappresaglia, è scattata la "caccia al nero": disordini razziali che evocano scenari di un´America d´altri tempi. Di nuovo sparatorie a casaccio per terrorizzare i miserabili che hanno osato ribellarsi, insanguinando la Piana di Gioia Tauro dove governano ben altre autorità che non lo Stato democratico.

La riconversione legale dell´agricoltura del Sud implicherebbe, accanto agli investimenti economici, un´opera di civilizzazione che mal si concilia con l´offensiva propagandistica imperniata sulla criminalizzazione del clandestino. Non solo i mass media ma anche i portavoce della destra governativa hanno eccitato, legittimato sentimenti d´ostilità da cui oggi scaturiscono comportamenti barbari, indegni di un paese civile.

Se a Castelvolturno, nel settembre 2008, fu la camorra a sterminare sei braccianti africani, a Rosarno assistiamo a un degrado ulteriore: settori di cittadinanza coinvolti in un´azione di repulisti inconsulta. La chiamata alle armi contro i dannati della terra che certo non potevano garantire – con la sola forza disciplinata delle loro braccia – il benessere di un´area rimasta povera.

Vi sono probabilmente motivazioni sotterranee, indicibili, alla base di questo conflitto. Non tutti i 25 euro di paga giornaliera finiscono nelle tasche dei braccianti illegali. Pare che debbano versare due euro e mezzo agli autisti dei pulmini che li trasportano nelle piantagioni. Si vocifera addirittura di una odiosa "tassa di soggiorno" di 5 euro pretesa dalla ´ndrangheta. Di certo non sono associazioni legali quelle che pattuiscono le prestazioni di lavoro. Ma soprattutto è chiaro che una relazione trasparente con la manodopera immigrata viene ostacolata, resa pressoché impossibile dalla legislazione vigente.

Altro che pericolo islamico: qui la religione non c´entra un bel nulla. L´Italia dell´economia illegale, non solo al Sud, lucra sulla farraginosità normativa che sottomette il lavoratore immigrato a procedure arbitrarie sia in materia contrattuale, sia nel rilascio del permesso di soggiorno. Quando Angelo Panebianco, sul "Corriere della Sera", asserisce che affrontare il tema della cittadinanza significherebbe "partire dalla coda anziché dalla testa", ignora che restiamo l´unico paese europeo in cui le procedure di regolarizzazione e di naturalizzazione non contemplano alcuna certezza di tempi e requisiti. Assecondando, di fatto, un´informalità di relazioni per cui ai doveri non corrispondono mai i diritti.

Sulla scia di un´analoga iniziativa francese, circola fra gli stranieri residenti in Italia l´idea di dare vita a marzo a una iniziativa forse velleitaria ma dal forte significato simbolico: "24h senza di noi". Che cosa succederebbe se per un giorno tutti gli immigrati si astenessero dal lavoro? Quanto reggerebbe il nostro sistema di vita senza il loro apporto? Farebbero bene, i sindacati, a prendere in seria considerazione questa iniziativa, contribuendo con la loro forza organizzativa al moto spontaneo. Ma prima ancora è l´intero arco delle forze politiche, culturali e religiose che rifiutano la contrapposizione incivile fra italiani e stranieri a doversi mobilitare: l´inciviltà dei pogrom è contagiosa.

 

 

 

di Enrico FierroIl Fatto Quotidiano

 

Il terrore lo leggi negli occhi di quelle due "prede" che cercano disperatamente di nascondersi. Spuntano sulle facce di due "negri" accovacciati dietro una volante della polizia che li ha "salvati" mentre vagavano per le campagne.

 

L’auto è ferma. Davanti, a pochi metri, ci sono le barricate dei bianchi. I "bravi ragazzi" di Rosarno, i vecchi, le donne che davanti alle tv recitano l’esasperazione. Urlano e le loro parole si sentono anche dentro l’auto. "Unn’è, unnu cazzu è sta mafia? I negri se ne devono andare, basta… E basta pure con questi giornali di merda che ci chiamano razzisti". Applausi, grida. E la paura dei poliziotti. "Qui ci linciano" sussurra uno di loro. Scende dalla macchina col manganello in mano per farsi spazio, il suo collega inverte la marcia. I ragazzi neri seduti dietro sono ormai sprofondati sotto i sedili.

 

La volante sfreccia e va via. Hanno paura i disperati di Rosarno, gli schiavi delle arance che hanno trasformato la loro ribellione in una violenza cieca che ora i bianchi esibiscono per giustificare tutto: barricate, gambizzazioni, caccia al nero topaia per topaia, casolare per casolare.

 

"Non è più come una volta, ve ne dovete andare che qui vi ammazzano". Davanti alla fabbrica dell’ex Opera Sila, monumento ai mille fallimenti della storia industriale della Calabria don Pino De Masi, prete e animatore di Libera, cerca di convincere i "negri" a salvarsi. Ci sono i pullman della prefettura che aspettano. Li porteranno a Bari, a Crotone, in Sicilia. Dovunque ma lontano dalla città nemica.

 

"Prete io non posso andare via, il mio padrone mi deve dare ancora i soldi". La paga dello sfruttamento, quei 20 euro al giorno che gli schiavi delle arance percepivano per raccogliere gli agrumi della Piana. Il prete è come un naufrago in mezzo al mare in tempesta, si fa dire il nome del "padrone", si attacca al cellulare e chiama. Rispondono in pochi. I negri vanno via, e se si può risparmiare anche quei quattro centesimi di salario va bene così.

 

Qualcuno non se la sente di venire davanti al ghetto, troppa polizia, troppe telecamere. E allora don Pino si incarica di raccogliere lui il salario della vergogna. Va avanti e indietro, poi torna e distribuisce quella miseria. Hassan, giovane rifugiato politico del Darfur: "Il mio padrone si chiama Rocco, deve darmi 600 euro, ho il numero, lo chiamo". Il cellulare squilla a vuoto. Hassan ha gli occhi gonfi di lacrime e le tasche vuote. Raccoglie i suoi stracci in un sacchetto nero della monnezza e sale sul pullman. La rabbia gli devasta il cuore, ma meglio l’umiliazione della miseria che finire sprangati. O impallinati dalle ronde. A uno dei ragazzi feriti all’alba del giovedì della vergogna hanno devastato l’inguine con cinquanta pallini da caccia.

 

A San Ferdinando hanno tentato di dar fuoco a un casolare isolato abitato dagli schiavi. "Sono arrivati con due macchine. Alcuni bianchi sono scesi con le taniche di benzina, altri avevano le spranghe in mano". Sul posto ci sono i vigili del fuoco e Laura Boldrini, dell’Unhcr. "Ormai è caccia all’uomo, come si fa a controllare tutti i casolari sparsi?". Chi può va via anche in macchina. Carrette sgangherate con targhe russe o ucraine. "Sono i caporali", dice a mezza voce uno dei migranti.

 

"A loro davo cinque euro al giorno per farmi portare in campagna". Sono vestiti meglio degli altri, hanno in tasca un paio di cellulari. Non si fanno inquadrare dalle telecamere. Sono l’élite della disperazione. Pasquale, invece, è uno dei "padroni". Si fa coraggio e viene a consegnare i soldi che deve. "Ma quale sfruttamento? Li pagavamo a cassetta. Più raccoglievano e più guadagnavano. I mandarini li pagano 20 centesimi al chilo. Come faccio a dare 40 euro al giorno a un bracciante regolare?".

 

Ci sono le telecamere e il signor Pasquale abbraccia una coppia di neri. Padrone e schiavi. Come fratelli. Vanno via i neri di Rosarno, i clandestini e quelli che in tasca hanno un permesso di soggiorno o lo status di rifugiato. "Molti di loro", spiega un volontario, "vengono dal nord, prima della crisi lavoravano in fabbrica, poi sono stati respinti all’inferno". E sono diventati braccianti agricoli, pronti a sostituire i bianchi. Non perché a Rosarno e nella Piana non esistano braccianti bianchi, ci sono, molti lavorano la terra, altri (1.500 almeno) sono "fittizi": hanno tutte le carte in regola per prendere i sussidi dell’Inps, disoccupazione compresa, ma la campagna non la vedono mai. I più giovani aspettano. E ora sono a fare i blocchi.

 

Vanno via i negri che non sanno di sud e della sua particolare economia fatta di ricchezza e miseria, di eccellenza e arte di arrangiarsi, di lavoro vero e di assistenza, di sfruttamento e anche di solidarietà. E che consente di guadagnare sulle arance anche quando si lasciano a marcire sulle piante.

 

È storia di due anni fa, quando scoppiò lo scandalo dei contributi dell’Unione europea per il ritiro della produzione degli agrumi in esubero. Un business da 45 milioni di euro. La centrale operativa del grande imbroglio era Rosarno, qui c’erano aziende che più che staccare arance dalle piante producevano fatture. False. Gli "onesti" agricoltori della Piana lucravano sulla sovrapproduzione e sulla trasformazione degli agrumi in eccesso in succhi da esportare. In Francia e Spagna.

 

"Ma ci siamo resi conto – ricorda Elizabeth Sperber, funzionaria dell’Olaf, l’ufficio antifrodi della Ue – che le aziende straniere nominate per ottenere i fondi o non esistevano o non avevano mai visto una arancia trasformata". Un meccanismo oliato. Imprenditori, funzionari pubblici, politici della Margherita e di Forza Italia: questo il teatrino dell’imbroglio. Vanno via i disperati dell’ex Opera Sila. Rosarno addio. Addio alla sua brava gente che non lascia i blocchi e le barricate. "Perché noi non siamo razzisti, ma i negri se ne devono andare".

 

 

 

di Marco Sferinihttp://www.lanternerosse.it/?p=1068#more-1068

 

Eccola, dunque, la caccia all’immigrato. La caccia di massa, quella dove un centinaio di italiani, armati di spranghe, stecche da biliardo e bastoni di tutti i tipi, si è ritrovato per mettere in fuga i miserabili moderni, quei migranti che sono letteralmente ridotti in schiavitù dai caporali dei campi, sotto il sole dell’estate e nel gelo più rigido dell’inverno.

A Rosarno è guerriglia urbana: c’è persino chi, sempre italiano, prende il fucile in mano e spara in aria o, magari, spara alle gambe dei migranti, li ferisce e viene santificato dalla folla, dalle urla: “Andate via di qui!”. E’ la frase più gentile, perché il resto sono epiteti e insulti che fanno vergognare veramente di essere connazionali di queste persone che non hanno nessuna pietà.

Non hanno pietà della miseria, delle condizioni di sfruttamento in cui vivono. E non hanno nemmeno pietà per la storia che oggi rappresentano, figlia del passato migrante di un popolo italiano che viveva sotto le cannonate dell’esercito regio invece che del pane distribuito o delle rapine borghesi di un tempo. Non esiste più alcuna forma di osservazione delle condizioni dell’altro da noi. Se c’è un povero che ci sta accanto, il gesto tremendamente naturale che oggi nasce in molte persone è quello di allontanarlo, di scacciarlo, di relegarlo ancor di più nella sua condizione di isolamento, di emarginazione.

Le parole del ministro Maroni sono un macigno sui princìpi costituzionali e, prima ancora, sul buon senso di un vivere civile che precipita e rovina in un razzismo dilagante, in una guerra tra miserie fatta in nome della autoconservazione e, pertanto, della cieca e folle distruzione di qualunque minaccia sia avvertita contro questo proposito avvertito come impellente e paradigma di un elenco di pregiudizi e falsificazioni che, solamente così, possono giustificare violenza che si aggiunge a violenza.

Rosarno oggi è teatro di una pagina terribile dell’attualità sociale e politica di questo Paese. Non era mai accaduto che un gruppo di cittadini si armasse, e di tutto punto, per muovere contro gli immigrati. Viene citata la parola “esasperazione”, e si attribuisce la nascita di questa al fenomeno migrante. La vergogna governativa non ha limite ed giunge a dire che la tolleranza verso la clandestinità è stata eccessiva e che questi sono i maturi frutti di tutto ciò.

Ci vuole veramente la spudoratezza di chi sa di essere in aperta malafede per affermare che la colpa delle violenze è dei migranti… Qualcuno ha dimenticato la Legge “Bossi – Fini”? E quei lager di Stato che un tempo si chiamavano CPT (Centri di permanenza temporanea) e oggi hanno assunto l’acronimo CIE (anche più violento del precendente: Centri di identificazione ed espulsione).

Non viene risparmiato niente ai dannati della terra. Non viene risparmiato nemmeno l’onore della miseria, l’orrore della falsa cortesia, la verità delle bastonate e delle fucilate a freddo che sono state distribuite per strada.

C’é un messaggio intimidatorio, quasi mafioso, che viene dai valorosi cittadini italiani che sono scesi a menar le mani contro gli stranieri…: se ne devono andare e non saranno più tollerati in città. Praticamente un’applicazione subitanea della drasticità della Bossi-Fini, nonché dei decreti governativi in materia di espulsioni dei migranti.

Non serve nessun appello a queste persone. Fiato sprecato per chi è stato nutrito di odio da un sistema corrotto, fatto di malaffare e dove regna la legge della prepotenza in molti settori della società. Per un gruppo di cittadini armati di spranghe ne esistono certamente altrettante centinaia e migliaia pacifici e desiderosi di risolvere le problematiche senza violenza e senza disprezzo della persona umana. Ma ciò che crea inquietudine, che allarma e provoca un giusto orrore – almeno in chi ancora conserva un briciolo di umanità – è la massificazione dell’emergenza migrazione, del presunto pericolo derivato dal diverso, dell’avvertito allarme per la sicurezza, del mai esistito problema del lavoro “rubato agli italiani”.

L’inadeguatezza politica, l’insufficienza istituzionale, la criminale prospettazione del “si salvi chi può” come etica imperante e come metodo salvifico del futuro sono alla base degli insuccessi di una gestione delle emergenze sociali fatta con lo spettro della paura da un lato e della cieca repressione dall’altro.

E’ stata abilmente creata una generazione di razzisti che sanno vivere di odio e che se ne nutrono, incapaci di conoscere, di approfondire le tematiche e i drammi di ogni giorno. Incapaci di vedere ricchezza nella differenza, ma solo disagio, instabilità, perdita di un equilibrio basato sull’ordine e la disciplina nazionale, cantando qualche volta l’Inno di Mameli alle partite di calcio e piangendo per i soldati italiani morti nelle spedizioni di guerra vergognosamente definite “missioni di pace”.

Tutto questo, sommato al trattamento inumano riservato ai migranti, ha creato Rosarno come sinonimo, da ora in poi, di vergogna e vigliaccheria, di razzismo e di follia omicida.

Per restituire a Rosarno il suo nome, sgombro da aggettivi che non merita, ci vorrà molto tempo. Una generazione d’odio basta. Lavoriamo tutte e tutti per far sì che le prossime siano così diverse da vergognarsi sempre di ciò che oggi è accaduto nella piccola cittadina calabra.

 

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