Una strada per Bettino? Via con le Mazzette

 

di Peter GomezIl Fatto Quotidiano

 

La grande campagna mediatica per riabilitare Bettino Craxi prosegue. Dopo Gianni Minoli su Raidue l’altra sera è stato il turno di Augusto Minzolini, il direttore del Tg1 che ha approfittato della sua poltrona per spacciare una falsa ricostruzione sulla carriera e la fine del leader socialista. Nessuno mette in discussione il diritto di Minzolini di dire quel che vuole (anche se un giornalista dovrebbe sempre basare le proprie considerazioni su dei fatti: in questo caso i conti esteri personali di Bettino). Ma l’ennesima sortita di Minzolini dimostra come in questo paese, su Craxi e su una ormai lunghissima serie di vicende, tutti i tg (con la fin troppo timida eccezione del Tg3) suonano il medesimo spartito. Il perché è evidente. Sia Rai che Mediaset hanno come editori dei politici. Mediaset risponde a Berlusconi, la Rai al parlamento dove Berlusconi ha una salda maggioranza e dove anche nel centrosinistra Craxi ha tantissimi estimatori. Per garantire la pluralità d’informazione e far si che le notizie non vengano nascoste o manipolate c’è, però, un un unico metodo. Avere più reti di proprietà di più editori, in reale concorrenza tra loro. Editori che abbiano un unico interesse: quello economico. Solo così, fermo restando le varie linee, i Tg alla lunga possono tornare a dire la verità, o almeno una parte della verità. Perché quello che sarà nascosto da un canale, troverà spazio su un altro. E alla fine saranno i telespettatori a decidere chi seguire. È esemplare in questo senso la vicenda di Annozero criticato da quasi tutta la Casta politica, ma sempre al vertice delle rilevazioni Auditel. Purtroppo in Italia il monopolio-duopolio sulle tv è quasi assoluto. Per questo i Minzolini hanno campo libero. Anche per questo la figura storica di Craxi è molto è più che discutibile. Se un unico imprenditore ha messo le mani sulle tv senza che nessuno facesse niente per fermarlo, almeno fino al 1992 è stata soprattutto colpa sua.

 

 

La replica puntuale all’ennesimo editoriale pronista e contorsionista di Minzolingua la dà immediatamente Antonio Di Pietro.

 

 

di Gianni BarbacettoIl Fatto Quotidiano

 

I lingotti erano in una cassetta postale all’aeroporto di Ginevra.

Quindici chili d’oro custoditi da una misteriosa signora che, allarmata dalle inchieste di Mani Pulite, nell’ottobre 1994 decide in gran fretta di spostarli.

 

Troppo tardi: i gendarmi inviati dal giudice elvetico Jean Crochet li intercettano e li sequestrano. Non arriveranno mai in Italia. Cinque anni dopo, quando la Svizzera si decide a consegnare il tesoro ai giudici italiani di Mani pulite, gli ufficiali della Guardia di finanza che vanno a ritirarli, nel luglio 1999, si vedono presentare non i lingotti, ma il corrispondente valore in franchi svizzeri: il giudice ginevrino De Marteen aveva deciso di consegnarli convertiti in valuta.

 

Il sistema Tradati. I lingotti facevano parte del tesoro svizzero che Bettino Craxi aveva affidato all’amico d’infanzia Giorgio Tradati.

Tutto inizia nei primi anni Ottanta. Il segretario del Psi si convince che per fare politica nell’Italia dei due grandi (e ricchi) partiti, Dc e Pci, ci vogliono soldi, tanti soldi. E si attrezza. Attivando un sistema scientifico di riscossione dalle aziende, pubbliche e private, e aprendo i primi conti all’estero dove far affluire le tangenti.

Il primo conto che Tradati apre su richiesta di Craxi è presso la Sbs di Chiasso, intestato a una anstalt lussemburghese, la Arano Stieftung.

 

Poi il sistema si raffina. «Bettino mi pregò di aprirgli un conto in Svizzera», racconta Tradati ai magistrati di Mani pulite. «Io lo feci, alla Sbs di Chiasso, intestandolo a una società panamense». Il nuovo conto si chiama Constellation Financière. «Funzionava così: la prova della proprietà consisteva in una azione al portatore, che consegnai a Bettino. Io restavo il procuratore del conto».

Tradati gestisce anche un secondo conto, presso la Bankers Trust di Ginevra (poi trasferito presso l’American Express Bank di Ginevra), intestato alla società panamense International Gold Coast. Per schermare meglio i suoi reali beneficiari, è alimentato da un conto di transito presso la Claridien Bank di Ginevra: il Northern Holding, gestito da un funzionario dell’American Express, Hugo Cimenti, che vi faceva affluire anche soldi di altri. «Per i nostri», spiega Tradati, «si usava il riferimento Grain. Che vuol dire grano».

 

Sul sistema Tradati arrivano almeno 35 miliardi da aziende pubbliche (dall’Ansaldo all’Italimpianti) e private (da Calcestruzzi a Techint). Vi approda anche la più grande tangente pagata a un singolo uomo politico: 21 miliardi incassati dopo l’approvazione della legge Mammì sulle tv private e provenienti dal conto All Iberian di Silvio Berlusconi.

Quando le indagini di Mani Pulite e le rogatorie all’estero mettono in pericolo il malloppo, Craxi cerca di mettere al sicuro i soldi. «Il 10 febbraio ’93 Bettino mi chiese di far sparire il denaro da quei conti, per evitare che fossero scoperti dai giudici di Mani Pulite. Ma io rifiutai e fu incaricato qualcun altro».

 

È Maurizio Raggio, un barista di Portofino che si trasforma per l’occasione in finanziere. Estingue i due conti di Tradati, che al momento della chiusura avevano 22 milioni di franchi svizzeri (Constellation Financière) e 15 miliardi di lire (International Gold Coast). Questi ultimi sono trasferiti (prestanome Miguel Vallado) presso altri due conti, il Julfer presso la Sbs di Ginevra e il Farbin Corp. presso la Bancomer di New York.

I soldi di Constellation Financière sono invece divisi (prestanome Arturo Martinez) tra la Abn Amro di Amsterdam, conto Kirwall, la Sbs di Ginevra, conto Cancun, e finiscono poi presso la banca Pictet&Cie di Ginevra e infine presso la Pictet&Cie di Nassau (Bahamas), sul conto intestato Highland Retreat Investment. Raggio, tornato in Italia, fa ritrovare solo una fetta del tesoro: 4 o 5 miliardi di lire.

 

Il sistema Gelli. Tra il 1979 e il 1980, Craxi incontra un paio di volte Licio Gelli. La prima al Raphael, la seconda nell’abitazione romana di Claudio Martelli, che si era lamentato con il Venerabile per l’enorme debito (21 milioni di dollari) che il Psi aveva nei confronti del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Subito dopo, il problema si risolve: sul conto 633369 "Protezione" presso l’Ubs di Lugano, fornito a Bettino dall’amico Silvano Larini, affluiscono dall’Ambrosiano 7 milioni di dollari in due tranche.

Soldi, come quelli del sistema Tradati, tutti nella disponibilità di Craxi. «La gestione di tali conti», conferma la sentenza All Iberian, «non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari…Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti».

 

Il sistema Balzamo. Le tangenti ordinarie, quelle impiegate per la gestione del partito, erano gestite invece dal segretario amministrativo Vincenzo Balzamo, con la collaborazione del faccendiere Pierfrancesco Pacini Battaglia. Da questa contabilità partono anche i soldi usati per finanziare Solidarnosc e Olp. Solo i pochi soldi rimasti di questo sistema vengono passati, dopo Mani pulite, ai successori di Craxi, Giorgio Benvenuto e Ottaviano Del Turco.

 

Il sistema Troielli. È quello rimasto più misterioso. Gianfranco Troielli, vecchio amico di Bettino Craxi, assistito da Agostino Ruju, apre tre conti, due in Svizzera e uno a Hong Kong, da cui il denaro rimbalza in altri conti in giro per il mondo, tra cui il conto Idaho aperto a Nassau, Bahamas.

Sono rimasti sconosciuti sia l’entità dei conti, sia il destinatario finale, perché le Bahamas e Hong Kong non hanno mai risposto alle rogatorie dei magistrati milanesi. C’è dunque ancora un mistero Craxi: dove sono finiti i miliardi scomparsi nel nulla?

 

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