Domenica, pasticcini

 

Cannoli. In appello Cuffaro condannato a sette anni. L’ex presidente della Regione ha annunciato che abbandonerà tutti gli incarichi di partito per dedicarsi alla famiglia. Non ha parlato invece della possibilità di dimettersi dal parlamento.

 

Fonte: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=14002

 

L’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro è stato condannato a sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato la mafia e rivelazione di segreto istruttorio. E’ questo l’esito del processo in appello sulle Talpe alla dda di Palermo. Il senatore centrista lascia "ogni incarico di partito"

"So di non avere mai voluto favorire la mafia e di essere culturalmente avverso a questa piaga, come la sentenza di primo grado aveva riconosciuto. Prendo atto, però, della sentenza della corte d’appello. In conseguenza di ciò lascio ogni incarico di partito. Mi dedicherò, con la serenità che la Madonna mi aiuterà ad avere, alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di giustizia". Con queste parole il discusso ex presidente della Regione Sicilia mette fine alla sua carriera politica, dopo la condanna in appello a 7 anni per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio.

 

Non è più il tempo della spavalderia e dei cannoli, quelli che Cuffaro, allora governatore della Sicilia, ricevette in dono per festeggiare la condanna in primo grado a 5 anni per favoreggiamento nel processo per le ‘talpe’ alla Dda, una condanna che, se aveva escluso l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra, aveva comunque sancito i rapporti tra Cuffaro e singoli mafiosi.

 

Era il 18 gennaio del 2008. Salvatore Cuffaro, salutò quel primo verdetto con una buona dose di spavalderia e irresponsabilità politica. Attaccato dai partiti della sinistra e dal Pd, sostenuto ad oltranza dall’Udc di Casini.

 

Oggi il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, esprime "affetto e vicinanza a lui e alla sua famiglia", sentimenti che scorrono sul piano personale perché, sul piano politico "le dimissioni di Cuffaro da ogni incarico di partito sono più eloquenti di ogni nostra parola".

 

Il processo è stato celebrato davanti ai giudici della III sezione della corte d’appello di Palermo. A Michele Aiello, ex ‘re mida’ della sanità privata, accusato di aver costituito una rete di informatori per carpire notizie riservate su indagini antimafia, sono stati inflitti 15 anni e sette mesi. All’ex maresciallo del Ros, Giorgio Riolo sono stati dati 8 anni per concorso esterno e non più per favoreggiamento aggravato.

 

Il processo per le ‘talpe’ alla Dda, scandito da un susseguirsi di polemiche politiche, poi culminate nelle dimissioni di Salvatore Cuffaro da presidente della Regione dopo la condanna di primo grado a 5 anni per favoreggiamento, aveva diviso la Procura di Palermo, tra i cosiddetti "caselliani" e "grassiani". All’inizio, Cuffaro era stato indagato e interrogato, il primo luglio 2003, per l’ipotesi di reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo i pm, avrebbe voluto favorire dall’esterno, in maniera sistematica, l’organizzazione mafiosa, ad esempio facendo vincere un concorso a due medici raccomandati dal medico-boss Giuseppe Guttadauro e accettando i condizionamenti di quest’ultimo nelle nomine dei primari negli ospedali, agevolando una variante al piano regolatore di Palermo per consentire la realizzazione, su un terreno della moglie del capomafia, Gisella Greco, di un ipermercato: Cuffaro avrebbe per questo motivo boicottato le autorizzazioni alla costruzione di un altro centro commerciale, a Villabate, non lontana da Brancaccio.

Inoltre Guttadauro avrebbe ottenuto, grazie a Cuffaro, la candidatura di Mimmo Miceli, che del chirurgo mafioso sarebbe stato diretta espressione. Uno dei principali favori, poi, sarebbe stato l’aver consentito di scoprire la microspia che il boss aveva nel salotto.

L’accusa di mafia era però naufragata di fronte agli sviluppi dell’inchiesta sulle talpe in Procura: si era scoperto un secondo episodio di rivelazioni di segreti, attribuito a Cuffaro, e il pool coordinato da Grasso e dall’aggiunto Giuseppe Pignatone – tra il 2003 e il 2004 subentrato a Guido Lo Forte nel coordinamento delle indagini su Palermo – aveva preferito puntare su episodi concreti e ritenuti provati. L’episodio Guttadauro era diventato così non uno dei tanti episodi, ma uno dei due elementi centrali della nuova contestazione di favoreggiamento e rivelazione di segreto aggravati dall’agevolazione di Cosa Nostra.

 

Di fronte alla richiesta di archiviazione dell’indagine per concorso esterno si era dissociato il pm Gaetano Paci che, nell’estate 2004, aveva lasciato il pool, di cui facevano parte Nino Matteo, Maurizio De Lucia e Michele Prestipino. Alla fine del 2006 aveva lasciato anche Di Matteo, che avrebbe voluto che al governatore si contestasse il concorso esterno in aula.

 

 

 

“Cassatine”. 36 leghisti rinviati a giudizio per organizzazione armata

 

Fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/01/23/news/le_camicie_verdi_un_associazione_militare_36_rinvii_a_giudizio_c_anche_il_sindaco_di_treviso-2051475/

 

 

Tra gli imputati il parlamentare Matteo Bragantini e il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo

Trentasei militanti della Lega Nord, tra i quali il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo e il parlamentare Matteo Bragantini, sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Verona. Il processo si aprirà il primo ottobre prossimo. Il giudice ha accolto la tesi della procura, che accusa le ‘camicie verdi’ di essere un’associazione a carattere militare: il reato contestato è quello di costituzione di banda armata.

 

Il procedimento aveva subito due lunghi momenti di pausa in attesa che Strasburgo prima e la Corte Costituzionale poi si pronunciassero sulla posizione degli indagati che all’epoca ricoprivano la carica di eurodeputati o di parlamentari.

 

L’indagine aveva coinvolto anche i vertici del Carroccio, tra i quali il leader Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, usciti definitivamente dall’inchiesta nel dicembre scorso – e fa riferimento al periodo tra il 1996 e il 1997. L’inchiesta era stata avviata dall’allora procuratore Guido Papalia.

 

Secondo l’accusa, che nel corso delle udienze ha prodotto una lunga serie di intercettazioni telefoniche, la Guardia Nazionale Padana sarebbe stata allestita con l’obiettivo anche di organizzare la resistenza e pianificare l’eventuale secessione attraverso una struttura armata. I 36 imputati, in gran parte lombardi e veneti, ma anche piemontesi, friulani, liguri ed emiliani, dovranno comparire in aula davanti al collegio presieduto da Marzio Bruno Guidorizzi.

 

Estremamente critico nei confronti dei magistrati il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia, candidato alla carica di governatore del Veneto: "La giustizia dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduti in epoche ormai lontanissime. In realtà, al di là del paradosso di una complessa macchina giudiziaria impegnata per decenni in materie nebulose, va registrata ancora una volta la distanza tra quanto accade e quanto si attendono i cittadini".

 

 

 

Maritozzi. Mediatrade, indagati Berlusconi e il figlio

 

Fonte: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=14001

 

Il premier è indagato assieme al figlio Pier Silvio, a Fedele Confalonieri, al produttore americano Frank Agrama e ad altre otto persone per presunte irregolarità sulla compravendita dei diritti tv per creare fondi neri. Il presidente del Consiglio agli ospiti ricevuti a palazzo Grazioli ha confidato di voler fare "un intervento forte". Tutto quello che volevo dire e non ho detto – avrebbe spiegato si suoi interlocutori – ora sono pronto a spiegarlo, questa è la prova della persecuzione contro di me

Prima di Natale, prima dell’aggressione a piazza Duomo, prima della ‘tregua’ con la giustizia, Silvio Berlusconi aveva rivelato di voler fare un discorso agli italiani. Si ipotizzò una sua ‘incursione’ al Senato o in tv.

Poi la violenza subita da Tartaglia, gli attestati di solidarietà da parte di tutto il mondo politico e quell’idea fu riposta nel cassetto. Oggi, però, il presidente del Consiglio agli ospiti ricevuti a palazzo Grazioli ha confidato di voler fare "un intervento forte". Tutto quello che volevo dire e non ho detto – avrebbe spiegato si suoi interlocutori – ora sono pronto a spiegarlo, questa è la prova della persecuzione contro di me.

 

La presunta "persecuzione" arriva dalle indagini sul processo Mediatrade-Rti e la possibile richiesta di rinvio a giudizio, con rischio di un nuovo processo, per Silvio Berlusconi. Il premier è indagato assieme al figlio Pier Silvio, a Fedele Confalonieri, al produttore americano Frank Agrama e ad altre otto persone per presunte irregolarità sulla compravendita dei diritti tv per creare fondi neri.

La più volte annunciata chiusura di questo filone di inchiesta, nato da uno stralcio di quella con al centro Mediaset e già a dibattimento, è arrivata. La gdf ha notificato l’avviso di conclusione indagini firmato dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro a 12 persone, tra cui, questa la novità, il figlio del premier in qualità di presidente di Rti e vice presidente di Mediaset: nei suoi confronti, come a Confalonieri, è contestata solo la frode fiscale. Accuse che i due respingono con una nota diffusa in serata da Mediaset in cui si sostiene che ‘la documentazione dimostrerà la totale estraneità’.

 

Al centro dell’indagine ci sono gli oltre 34 milioni di dollari contestati dalla Procura come appropriazione indebita aggravata, e riferiti a fatti non coperti da prescrizione, a Silvio Berlusconi, Farouk Agrama e i manager Daniele Lorenzano, Roberto Pace e Gabriella Ballabio. Come si legge nelle nove pagine dell’atto, i cinque operavano ‘all’interno di un sistema di frode utilizzato dalla fine degli anni ’80, in forza del quale i diritti di trasmissione forniti dalla Paramount, in misura minore da altri produttori internazionali, invece che direttamente dai fornitori venivano acquistati da Mediaset a prezzi gonfiati per il tramite di società di comodo riconducibili a Farouk Agrama’. E, quindi, ‘si appropriavano di una parte rilevante (nel periodo 2000-2005 complessivamente 100 milioni di dollari Usa) delle somme trasferite a Mediatrade e dal 2003 da Rti alle società Olympus Trading (riconducibile ad Agrama ndr) a titolo di pagamento di diritti televisivi’.

Denaro, prosegue il capo di imputazione, che ‘veniva successivamente depositato sui conti correnti presso l’Ubs di Lugano nella disponibilità di fiduciari di Agrama, su conti aperti a nome di Roberto Pace, su conti aperti a nome di Gabriella Ballabio e su altri conti, in Svizzera e altrove. In particolare – è scritto ancora – con riferimento ai fatti allo stato non coperti da prescrizione, si appropriavano di un ammontare corrispondente al 45% circa delle somme accreditate ad Olympus Trading’. Ad Olympus, secondo i calcoli fatti dal pm, dal luglio del 2002 al novembre del 2005, prima da Mediatrade, poi da Rti, sono confluiti circa 76 milioni di dollari, che al netto del 45 per cento, sarebbero poco più di 34 milioni di dollari.

 

Un altro episodio di appropriazione indebita, però solo di circa 4 milioni di euro, e che va dal marzo 2004 al dicembre 2005, è contestato a Lorenzano, Gabriella Ballabio e Giorgio dal Negro definito ‘socio occultò dello stesso Lorenzano, mentre il banchiere Paolo Del Bue, Giovanni Stabilini, ex dirigente del gruppo e due cittadini di Hong Kong (che avrebbero operato per conto di Agrama) è contestato il riciclaggio di ingenti somme frutto dell’appropriazioni indebita ai danni di Mediaset.

 

Quanto alla frode fiscale ipotizzata, non solo nei confronti del premier, ma anche del figlio, di Confalonieri, Agrama, Lorenzano, Pace, Ballabio e Dal Negro, ammonta a circa 8 mlioni di euro evasi dal 2005 al settembre 2009. Gli indagati, non avrebbero pagato ‘le imposte sui redditi, utilizzando – recita sempre l l’atto di chiusura indagini – i mezzi fraudolenti consistiti nell’acquisire i diritti di trasmissione attraverso la fittizia intermediazione di società di comodo che successivamente li ritrasferivano, a prezzi gonfiati, alle società del gruppo Mediaset’, In tal modo avrebbero emesso fatture nei confronti di Mediatrade e Rti ‘recanti l’indicazione dei corrispettivi in misura superiore a quella reale. Sulla base di tale falsa rappresentazione – è la ricostruzione dei pm – nelle scritture contabili obbligatorie di Mediatrade e Rti indicavano, nelle dichiarazioni fiscali consolidate di Mediaset, elementi attivi inferiori al reale con riferimento ai redditi di pertinenza della società Rti’.

 

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