Le nuove inquisizioni

 

La stampa è talmente potente nel creare immagini da far apparire vittima un criminale e criminale la vittima. E’ la stampa, una stampa irresponsabile. Sei non stai attento, i giornali ti faranno odiare gli oppressi e amare coloro che opprimono

(Malcolm X)

 

 

 

di Checchino AntoniniLiberazione

 

Una sentenza dura, la più grave: Luigi Tosti è stato rimosso dall’ordine giudiziario. Quando Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, ha letto il dispositivo della sezione disciplinare, il giudice ha risposto solo «Grazie», ha preso la valigetta e ha lasciato l’aula dove regnava un silenzio assoluto tra la quindicina di cittadini ammessi. Altrettante persone hanno atteso la fine del dibattimento e la sentenza in sala stampa. Fuori, un piccolo gruppo di uomini-sandwich radicali manifestava in sostegno del magistrato licenziato per essersi rifiutato di tenere udienze in aule in cui fosse esposto il simbolo di una sola religione come se fosse un credo di Stato.

Una storia iniziata nel maggio del 2005 al Tribunale di Camerino e che a gennaio dell’anno successivo aveva registrato una prima sospensione di Luigi Tosti dalle funzioni e dallo stipendio. Poche settimane prima il tribunale di L’Aquila lo aveva condannato a sette mesi per omissione di atti d’ufficio e all’interdizione dai pubblici uffici. Prima del processo era stato lo stesso Tosti a scrivere a Castelli, guardasigilli di Berlusconi, perché non gli venisse più corrisposto lo stipendio.

A febbraio dello scorso anno, la Cassazione ha annullato senza rinvio – perché il fatto non sussiste – la condanna aquilana ma era rimasta in piedi la vicenda disciplinare che lui ha affrontato con la solita fermezza: «O me o i crocifissi» per il rispetto del principio di laicità che «in Italia è violato solo dalla religione cattolica mentre tutte le altre lo rispettano».

Ieri, Tosti ha rinunciato a farsi rappresentare da un avvocato o da un collega magistrato difendendosi da solo nel corso di un dibattimento durato quasi tre ore e seguito da una camera di consiglio rapidissima. In mezz’ora Tosti è stato fatto fuori dopo aver difeso un principio di equità: nelle aule dovrebbero essere esposti i simboli di tutte le religioni, presenti e passate. Perché le divinità non hanno la data di scadenza, non sono vasetti di yogurt, e il tridente di Nettuno e il fulmine di Zeus dovrebbero riscuotere la stessa dignità. Il magistrato rimosso dirà alla fine di aver notato una notevole animosità nei suoi confronti ma a suo dire l’esito non era scontato alla luce dei principi affermati recentemente dalla Corte europea nel caso sollevato da Soile Lautsi Albertin, una cittadina di origine finlandese che nel 2002 chiese a una scuola di Abano Terme di rimuovere il crocefisso dalle aule in nome della laicità dello Stato. Strasburgo le ha dato ragione.

Piuttosto dure le parole di commento consegnate all’uscita a Radio radicale: «Viviamo in un regime in cui le istituzioni sono concepite in una visione clericofascista, in cui i diritti inviolabili vengono tranquillamente violati da funzionari obbligati a violare i principi supremi della Costituzione». Tosti si è riferito anche alla sequenza di leggi incostituzionali concludendo che la democrazia è «molto più apparente che reale. I politici credono di essere autorizzati a calpestare i principi perché si sentono legittimati dalla maggioranza che li ha eletti». Tutti temi che saranno ripresi dal ricorso a Strasburgo che seguirà il prossimo pronunciamento della Cassazione.

«L’alternativa era o la rimozione o l’assoluzione – dice ancora – un inciucio di mezzo non era possibile. Ora il Csm dovrà motivare perché ha considerato irrilevante il mio rifiuto giustificato dalla volontà di non violare il principio supremo di laicità e di non subire la violazione dei diritti inviolabili di libertà religiosa mia e dei cittadini costretti a frequentare le aule di giustizia. Il procuratore generale ha sostenuto la tesi che quello che conta è che io mi sia rifiutato di svolgere le mie funzioni». Sulla testata del suo blog si può leggere: "I cattolici rivendicano le loro libertà in base ai principi nostri e negano le nostre libertà in base ai principi loro".

«Il crocifisso in tribunale è un lascito inaccettabile di una circolare del ’26 del padre del codice Rocco», ricorda Franco Coppoli, l’insegnante di Terni finito sotto processo per le stesse ragioni di Tosti e solidale, assieme ai Cobas, all’Uaar, alla Federazione della sinistra e altri con la battaglia del magistrato.

«Una sentenza contro l’autodeterminazione. In questa fase anche il Csm tra Costituzione e Vaticano sceglie il secondo, alleato ideale per ogni regime, come nel ’29», dice Graziella Bertozzo di Facciamo Breccia, la coalizione che indice il corteo No Vat. «Serve una battaglia a tutto campo altrimenti il giudice sarà solo il primo di una lunga serie», conclude Bertozzo dando appuntamento per oggi all’ Acrobax di Roma (ore 14) per preparare il No Vat del 13 febbraio.

 

 

 

di Norma RangeriIl Manifesto

 

Esorcisti di tutto il mondo uniamoci contro Emma Bonino, l’abortista assassina.  Il grido d’allarme non è l’ultima follia di monsignor Milingo, ma il vellutato inizio della campagna politico-editoriale contro «L’abortista fai da te che vuole prendersi il Lazio» (Libero). Nella città del papa si è aperta una guerriglia di religione contro la profondità del male incarnato da una donna abitata dallo spirito maligno «Scatta l’ora del diavolo», (Il Foglio). Che i vescovi si preparino al combattimento, o, in alternativa, si armino i nuovi comitati civici in memoria di quelli di Gedda.

Le vecchie foto degli anni ’70, con la militante radicale del Cisa (centro italiano sterilizzazione e aborto) mentre sta facendo abortire una donna con il metodo sicuro dell’aspirazione (anziché il medioevale raschiamento), vogliono suggerire agli spindoctor dell’avversaria, Renata Polverini, l’uso del termine assassina, «perché le donne si rivolgevano a lei per uccidere il figlio che portavano in grembo». E Polverini si è messa già in riga: «Se la foto è vera, mi dispiace».

Si accomodi anche il Bossi più truce, quando il leader leghista tuonava contro la donna radicale che voleva «una società senza famiglia, di vecchi dove al ricambio generazionale subentra l’immigrazione». I linguaggi sanguinolenti, gli insulti e le diavolerie hanno diffuso il panico nelle stesse file del centrodestra, allarmate dalla possibilità che per fermare la bomba laica Bonino si scateni davvero un referendum, pro o contro il Vaticano e la Chiesa. Con il rischio di perderlo.

Uscire sconfitti dalle elezioni del Lazio è un rischio che non si può correre perché in gioco, più che il sacro c’è il profano, più che il diavolo c’è l’immensa torta della sanità, un fiume di denaro pubblico che gonfia i patrimoni delle cliniche di imprenditori buoni amici della destra e della sinistra editoriale.  Stupiscono alcuni improvvisi ripensamenti di commentatori, prima entusiasti della combattente Bonino, poi severamente dubbiosi su «un’abortista», una «ultra-laicista», scomoda presenza in questa competizione politica.

Schierate le truppe di carta (quelle televisive scaldano i motori), le gerarchie cattoliche seguiranno, come già fecero quando, nelle elezioni del 2000, il cardinale Ruini si voltò verso Storace mollando il pio Badaloni.

L’attacco alla donna, alle sue battaglie sull’aborto, sulla pillola, sulle coppie di fatto, sul testamento biologico, in sostanza sulla libertà delle persone, porta il segno del maschio celodurista avvolto dai sacri paramenti con cui si veste il disprezzo maschile contro una donna che non ne ha timore.

Mentre sembra di esser tornati ai tempi dei feti esibiti quarant’anni fa dal Movimento per la vita, sorprende l’afasia del partito democratico. Di fronte alla violenza dell’attacco, a parte qualche voce isolata, le donne del centrosinistra tacciono e l’affanno del Pd (di cui la candidatura di Bonino è lo specchio) finora ha prodotto solo un imbarazzante silenzio.

 

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