Maria StellaCadente taglia. Marchionne stermina

 

La violenza legale, ufficiale, disciplinata all’arbitrio di un’autorità, l’assassinio collettivo irragionevole che compiono le file di soldatini automaticamente all’echeggiare di un breve comando, questa violenza che i lupi e le iene non hanno, ci fa schifo e ribrezzo

(Amadeo Bordiga)

 

 

 

di Caterina PerniconiIl Fatto Quotidiano

 

Eliminate ore di lezioni e materie. Berlusconi: la riforma l’abbiamo fatta per le imprese

"La scuola superiore necessitava di una riforma perché, secondo quanto ci dichiarano tutte le imprese e le associazioni, quella attuale non sforna ragazzi con cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro". Le parole di Silvio Berlusconi rimbalzavano ieri nella sala stampa di Palazzo Chigi subito dopo il Consiglio dei Ministri che ha dato il via libera alla riforma degli istituti superiori, lasciando tutti stupiti: com’è possibile che una scuola ridotta all’osso, dove si tagliano ore di lezione, materie studiate e laboratori, prepari i ragazzi al lavoro meglio di prima?

 

Con l’idea di didattica promossa dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, infatti, i nuovi licei e gli istituti tecnici e professionali avranno meno ore e meno indirizzi. I licei diventeranno sei: classico, scientifico, artistico, linguistico, musicale-coreutico e delle scienze umane, cancellando anni di sperimentazione nelle varie tipologie.

 

Gli istituti tecnici, suddivisi oggi in 10 settori e 39 indirizzi, saranno ridotti a 2 settori e 11 indirizzi con meno ore da passare tra i banchi: si scende infatti da 36 ore settimanali a 32. Nei professionali attualmente sono 5 i settori di istruzione, con 27 indirizzi. Dopo la riforma, invece, si arriverà a 2 (servizi e industria-artigianato) con 6 indirizzi.

 

La riforma è stata corretta in corsa in base alle richieste avanzate dalle Commissioni parlamentari, dal Consiglio di Stato e dal Consiglio nazionale della pubblica istruzione. Le bocciature e le richieste di rivedere una riorganizzazione fatta con troppa fretta (i sindacati della scuola chiedevano il rinvio di un anno) ha costretto gli istituti a rinviare le iscrizioni, e la riforma comincerà solo dalle classi prime.

 

Anche se il comunicato ufficiale del Consiglio dei Ministri cita, nel caso dei licei, pure le seconde, contraddicendo le parole del ministro stesso. Ma il dicastero di viale Trastevere doveva comunque effettuare i tagli imposti dalla legge 133 del 2008 (quella che sottrae 8 miliardi anche all’Università) perciò negli istituti tecnici e nei professionali già da settembre, le classi seconde, terze e quarte avranno il taglio di 4 ore settimanali.

 

Una decisione “classista”, secondo la Cgil-scuola “perché non tocca i licei” che non resteranno però a digiuno di sforbiciate. È prevista infatti la riduzione dei professori a cominciare dalla geografia, materia che verrà accorpata a storia, nonostante le proteste.

 

“La riforma non è stata fatta per fare cassa”, si difende la Gelmini “ma è il frutto di un lavoro approfondito, necessario e urgente. Sono più di cinquant’anni che attendiamo una riforma organica della scuola superiore. È epocale”.

 

Secondo i sindacati degli insegnanti se ne potevano aspettare 51, e riorganizzare l’istruzione in modo più razionale. “L’unica cosa epocale – per il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani – è il taglio di risorse alla scuola pubblica italiana che ci allontana dall’Europa e nega pari opportunità di vita, di educazione e di lavoro ai ragazzi e alle ragazze del nostro Paese”.

 

Indignato anche Giovanni Bachelet, responsabile scuola del Pd: “La sperimentazione alle superiori è iniziata quando andavo a scuola io, e oggi ho 54 anni. È possibile che si azzerino 40 anni di studio in nome dei tagli alla scuola?”.

 

Riforma bocciata da tutta l’opposizione, da Pierferdinando Casini ad Antonio Di Pietro: "La riforma della scuola è indispensabile – ha detto il leader dell’Unione di centro – ma una cosa deve essere chiara: non si possono fare le nozze coi fichi secchi, una riforma seria ha bisogno di risorse".

 

Anche per Di Pietro "la riforma è la naturale conseguenza di un abuso fatto nei mesi precedenti, togliendo soldi". E per chi volesse saperne di più sul liceo musicale (scuola mai sperimentata voluta dal ministro) può rivolgersi a Berlusconi in persona: “Voglio fare una precisazione – ha detto il premier alla fine della conferenza stampa – al liceo musicale sarà materia di studio obbligatorio tutta la produzione di canzoni che il primo ministro ha fatto con Apicella”.

 

 

 

di Domenico MoroAprile Online

 

La crisi economica, soprattutto nel settore auto, è un dato di fatto, eppure per le grandi imprese è una occasione d’oro per ristrutturarsi, ridurre i salari, ed eliminare personale, utilizzando per di più gli aiuti dello Stato. A questo proposito, la Fiat rappresenta un caso emblematico. Dopo aver beneficiato nel 2009 di consistenti aiuti statali, che hanno pesato per il 40,7% sulle nuove immatricolazioni auto in Italia (675mila veicoli su un totale di 1,67 milioni), la Fiat riceverà nel 2010 un ulteriore incentivo di 300-350 milioni, come prevede il decreto che dovrebbe essere approvato a breve dal governo Berlusconi. E tutto questo senza contare i consistenti aiuti statali sotto forma di cassa integrazione, che la Fiat ha esteso a tutti gli stabilimenti in questo inizio di 2010

Fino ad oggi, la Fiat è ricorsa al ricatto: niente aiuto statale, niente mantenimento dei livelli occupazionali. Una equazione che non ha sempre funzionato, e che non ha impedito alla Fiat di ridurre costantemente la forza lavoro impiegata in Italia, aumentandola globalmente negli ultimi tre anni, caso pressoché unico tra le multinazionali dell’auto europee e Usa.

Più recentemente, nonostante i soldi pubblici ricevuti, la Fiat ha decretato la morte dello stabilimento siciliano di Termini Imerese. In effetti, come ha spiegato la Repubblica, esisteva un piano Fiat per espandere Termini e renderlo più profittevole, portandolo dal semplice assemblaggio di pezzi a sito di produzione di un maggior numero di componenti. Questo progetto, però, è stato messo da parte, ufficialmente per ragioni burocratiche legate all’impossibilità dell’uso industriale dei terreni richiesti per gli impianti.

 

La ragione vera è, però, un’altra. Siamo ad un passaggio di fase importante nel modello di accumulazione, che si caratterizza nel contempo per una maggiore concentrazione, attraverso fusioni e alleanze, e per un maggiore impulso alla internazionalizzazione.

Gli investimenti che dovevano andare in Sicilia sono stati dirottati in Serbia. Qui, nello stesso giorno in cui Marchionne annunciava la morte di Termini, arrivava un investimento di 100 milioni di euro, la prima tranche di un totale di 700 milioni. La nuova Fiat serba rileverà la vecchia Zastava, che produceva nel passato modelli Fiat su licenza, e sarà al 67% della Fiat e al 33% dello Stato serbo. Quindi, anche in questo caso la Fiat beneficerà di un consistente aiuto statale.

 

In effetti, l’abilità maggiore della multinazionale italiana si sta rivelando quella di andare in giro per il mondo a raccattare soldi pubblici, come ha fatto negli Usa, dove, attraverso l’acquisizione della Chrysler, il gruppo torinese comparteciperà agli aiuti massicci concessi da Obama al settore auto.

Mentre in Italia la Fiat licenzia, in Brasile (che è il suo primo mercato mondiale e dove pure ha ricevuto un forte sostegno pubblico) ha assunto negli ultimi tre anni 8mila addetti e in Serbia ne assumerà almeno altri mille. Un altro aspetto "strano" della situazione è che la Fiat in realtà non sta andando così male, soprattutto in confronto alle altre case automobilistiche. La Fiat, tra le prime dodici case della Ue a 27 con una quota dell’8,7%, è una delle sole quattro ad aver registrato nel 2009 un incremento delle vendite (+6,3%), portandosi al sesto posto a poche decine di migliaia di pezzi dalla GM. Solo le ultime due in classifica, la Hyundai e la Kia, hanno fatto meglio, ma con volumi assoluti non paragonabili a quelli della Fiat.

 

Anche in Italia la crescita delle vendite Fiat nel mese di gennaio è stata consistente, con un + 30,2%.

Il fatto è che la Fiat ha spostato la sua produzione fuori dall’Italia, dove si produce appena un terzo delle auto assorbite dal mercato interno, una quota inferiore non solo a quella di Paesi di nuova industrializzazione ma anche a quella di Paesi capitalisticamente maturi come Francia e Germania. I modelli a marchio Fiat che stanno realizzando i volumi maggiori, la 500 e la Panda, sono prodotti in Polonia ed importati in Italia. La strategia Fiat è evidente: concentrarsi sulla produzione di massa di auto economiche a livello globale e pertanto spostare quote crescenti di produzione nei Paesi in via di sviluppo. Nel 2002, secondo uno studio di Société Générale, i ricavi Fiat venivano dai mercati emergenti per il 14%, nel 2009 per il 28%, e si prevede che la percentuale salirà nei prossimi 3-5 anni al 44%. Le produzioni di auto premium a maggiore valore aggiunto, che normalmente vengono conservate nei Paesi più avanzati come accade in Germania con BMW e Mercedes, sono state abbandonate.

Due marchi prestigiosi, prima Lancia e poi Alfa Romeo, sono stati praticamente distrutti dalla rinuncia ad adeguati investimenti da parte della Fiat. Come sempre, la competizione viene affrontata dalla Fiat non con l’innovazione, ma con la riduzione dei costi.

 

Ma torniamo al rapporto Fiat-Stato. Secondo l’ineffabile Marchionne, fino a poco tempo fa osannato come salvatore della Patria e novello conquistador in terra americana, "Siamo il maggiore investitore in Italia, ma non abbiamo la responsabilità di governare il Paese.", intendendo con ciò che si lavava le mani di Termini. Se Marchionne, il quale come amministratore delegato percepisce annualmente la quisquilia di 3,4 milioni di euro, ha ragione a ricordare che la Fiat è una impresa privata il cui fine è la massimizzazione del profitto, non si capisce perché, anziché affidarsi al mercato, la Fiat accetti e solleciti i soldi pubblici. Per coerenza dovrebbe rifiutarli, cosa che si guarda bene dal fare.

A questo punto, è bene fare un passo indietro.

 

Tralasciamo il fatto che la Fiat nasce come grande agglomerato industriale grazie alle commesse statali, prima con la guerra di Libia e la Prima guerra mondiale e poi con le guerre del fascismo, e veniamo ad epoche più recenti. Negli anni 90 gli aumenti di capitale della Fiat sono stati congegnati in modo da ridurre al minimo l’impegno diretto degli Agnelli, cioè del capitale privato. Indovinate su chi si sono scaricati allora gli oneri degli investimenti? Sulle finanze pubbliche, ovvero sui lavoratori dipendenti (tra i quali sono gli operai Fiat), gli unici che pagano interamente le tasse.

Infatti, Massimo Mucchetti in "Licenziare i padroni?" ha scritto: "Nel decennio 90 lo stato italiano ha dato al gruppo Fiat un po’ più di 10 miliardi di lire e ne ha ricavato più o meno 6500 di imposte. Nello stesso periodo, gli azionisti della Fiat hanno versato un po’ meno di 4200 miliardi nelle casse sociali sotto forma di aumento di capitale e ne hanno ritirati quasi 5700 sotto forma di dividendi.

 

Nel rapporto tra Stato e azionisti è chiaro chi ha dato e chi ha preso. (…) Nondimeno è curioso che i due terzi dei mezzi freschi immessi dalla Fiat negli ultimi dieci anni provenga dallo stato." No, per la verità non è affatto curioso, si tratta di un andazzo storico, che si ripete ancora oggi allorché la Fiat, da una parte, licenzia e prende soldi dallo Stato e, dall’altra parte, distribuisce un dividendo di 237 milioni ai suoi azionisti. All’estero le cose non vanno esattamente nello stesso modo. In Francia, ad esempio, la Renault è stata costretta dal governo Sarkozy a ritornare sulla sua decisione di spostare all’estero la produzione della nuova Clio, garantendo i livelli occupazionali. La stessa garanzia ha dovuto dare la Opel a fronte degli aiuti del governo tedesco, mentre, sempre in Germania, la Daimler si è accordata con i sindacati per assicurare il mantenimento dei 37mila addetti attuali fino al 2020, rinunciando a spostare la produzione della classe C negli Usa. La presunta efficienza privata sembra non poter resistere senza la comoda rete di salvataggio pubblica. Il capitalismo reale è dappertutto questo: profitti privati con soldi pubblici.

 

Ma in Italia il governo e lo Stato, assumendo una posizione del tutto subalterna di fronte alla Fiat, non ottengono neanche una contropartita minima in termini occupazionali in cambio dei soldi pubblici erogati, che finiscono per finanziare soltanto l’espansionismo estero della Fiat. A maggior ragione il governo di un premier, Berlusconi, che ha tutto l’interesse a non scontentare la Fiat in vista dei giochi di riassetto del potere economico in cui è impegnato in Italia.

 

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