Bastardi senza gloria

 

Questo potrebbe essere il mio capolavoro…

 

 

 

Un film di Quentin Tarantino. Con Brad Pitt, Christoph Waltz, Eli Roth, Mélanie Laurent, Diane Kruger, Daniel Brühl, Til Schweiger, Michael Fassbender, B.J. Novak, Samm Levine, Cloris Leachman, Samuel L. Jackson, Mike Myers, Julie Dreyfus, Paul Rust, Rod Taylor, Maggie Cheung, Christian Berkel, Léa Seydoux, Jacky Ido, Gedeon Burkhard, Martin Wuttke, August Diehl, Denis Menochet, Richard Sammel, Omar Doom, Sylvester Groth, Michael Bacall, Michael Kranz, Enzo G. Castellari, Ludger Pistor, Anne-Sophie Franck, Soenke Möhring, Anastasia Schifler

Titolo originale Inglourious Basterds. Genere Azione, Ratings: Kids+16, durata 160 min. – USA, Germania 2009.

Mio Voto: /10

 

 

 

Recensione di Davide TurriniLiberazione, 3 ottobre 2009

 

Tanto si è detto su Bastardi senza gloria senza averlo visto, quanto si è fatto parlare il suo regista per raccontarcelo. Anche se nessuna frase a effetto può minimamente ridarci l’impatto del magma visivo-parolaio che il regista di Pulp fiction aveva in mente da tempo, dopo aver visto Quel maledetto treno blindato (1978) di Enzo G. Castellari, ambientato in una Seconda guerra mondiale zeppa di esplosioni e stuntman. Là soldati americani disertori si fingevano nazisti e finivano per servire di nuovo gli americani; qua un gruppo di soldati americani ebrei va alla ricerca di scalpi nazisti senza ribaltamenti di fronte. In mezzo al guado la bella, bionda ed ebrea, Shosanna Dreyfus (Melanie Laurent): scampata, nel ’41, ad una retata nazista in piena campagna francese e decisa, tre anni dopo, a vendicarsi con gli interessi.

Impossibile rendere giustizia alla trama di un film di Tarantino se non srotolando un papiro egizio. Possibile invece dire che la materia nazista ha solleticato il nostro come il miele per gli orsi. Venti minuti di prologo in levare, tensione spasmodica ed esibizione di Christoph Waltz, alias il colonnello SS Hans Landa, un mostro del cinema, giustamente premiato al festival di Cannes 2009 come miglior attore anche se fino a ieri sconosciuto ai più. Waltz/Landa cerca notizie di una famiglia ebrea, i Dreyfus, nella fattoria di monsieur LaPadite. Arriva scortato da camionette naziste in campo lungo, con un’aura di zolfo come Lee Van Cleef in apertura de Il buono, il brutto, il cattivo , poi entra diabolicamente in primo piano dentro la fattoria. Dapprima con un continuo scavalcamento di campo tra i due protagonisti, poi con campi e controcampi e con paio di lente panoramiche a schiaffo, infine con stretti primissimi piani, Tarantino plasma l’ipnotica presenza di Landa per renderlo affabile e poliglotta (parla tedesco, francese, inglese e, più avanti nel film, italiano) incantatore di serpenti quale deve risultare. LaPadite, imbambolato, confessa la presenza di Shosanna sotto il pavimento di casa. Il resto sono mitragliate che non vanno a segno e un’inaspettata, magnanima, concessione del colonnello. Bastardi senza gloria potrebbe finire qui. Tanto è il gusto con cui Tarantino confeziona un semplice prologo, tanto è il marchio logorroico con cui caratterizza già i tempi dei suoi dialoghi, tanta è l’attenzione per i particolari in campo (la pipa caricata, il bicchiere di latte) e per le citazioni che lo fanno cineasta ancora così ingenuamente postmoderno. Il resto è l’entrata in scena di una sporca dozzina di ebrei americani capitanati da Brad Pitt (tenente Raine) e dall’amico/regista di tante scorribande Eli Roth (sergente Donowitz) munito di una terrificante mazza da baseball con cui spacca il cranio di reticenti prigionieri nazisti. Tarantino modula tono grottesco, spiragli di fanta-storia (la guerra per lui finisce nel ’44) e gioca al rimpiattino con le comparse celebri e i loro nomi metacinematografici (per dirne una: il comico Mike Myers nei panni del generale Ed Fenech appare nella stessa stanza con il Rod Taylor di Uccelli che fa Churchill). E se il cinema del nostro è giubilante, folle, anarchico, violento, Bastardi senza gloria ne è l’apoteosi ragionata e generosa. Vedere una donna che non si ferma davanti a nulla pur di vendicarsi delle malvagie SS, osservare un gruppo di soldati ebrei che uccidono nazisti e tolgono loro gli scalpi en plein air, sembra quasi una catarsi politica e di genere dal valore storicamente risarcitorio. Il tutto infilato di prepotenza dentro a una sala cinematografica dove si svolge, tra stacchi e divagazioni, quasi metà film e dove prorompe tutta la passionale devozione tarantiniana per il cinema.

Dopo sei settimane in Usa il film ha già incassato 114 milioni di dollari. Girato negli studi Babelsberg vicino a Berlino, già set, tra tantissimi altri, de Il pianista di Polanski e de I nibelunghi di Fritz Lang.

 

 

 

Recensione di Roberto SilvestriIl Manifesto, 21 maggio 2009

 

C’era una volta… nella Francia occupata uno spietato Ss cacciatore di ebrei, il colonnello Landa (Christopher Waltz), raffinato, cinico e poliglotta…Solo la diciannovenne Shasanna Dreyfus (Melanine Larent) riuscirà a sfuggirgli, riparando dalla campagna a Parigi, dalle vacche da mungere a un cinema-cineteca da dirigere, bello come un bijoux, zeppo di copie infiammabili, dove preparerà, assieme al suo fido, amato, protezionista nero, la più eccitante e incendiaria delle trappole per gerarchi nazisti mai congegnata, in occasione dell’anteprima mondiale di un kolossal di propaganda.

Al sanguinoso complotto partecipano un traditore tedesco, la bionda diva dell’Ufa, e fascinosa spia Bridget von Hammersmark; Archie Hicox, un ufficiale inglese-critico di cinema (Michael Fassbender) e, già dislocato dietro le linee nemiche, un drappello di feroci, spietati e spergiuri cacciatori di scalpi ariani, un mucchio selvaggio di ebrei-americani giustizieri, guidati dal rustico combattente del Tennessee, il tenente Aldo Raine (Brad Pitt) col suo coltello da Rambo. Soldati, ufficiali e cecchini invincibili del Reich li temono come il diavolo. Presto diventeranno l’incubo-Golem del Führer, di Goebbels, di Boorman e di Goering… Anche se il loro sinistro metodo per impedire ai nazi di nascondersi alla vergogna perpetua (il tatuaggio con il coltello, sulla fronte, della croce uncinata) è stata proprio in questi giorni utilizzata in Italia da vigliacchi malati terminai di sindrome ariana che hanno sfregiato impunemente un avversario politico, inebriando, servili, le pulsioni latenti del nostro ministro della difesa, il loro esplicito feticismo fallico e l’eretismo punk del paria Sid Vicious.

Come l’italiano Marco Bellocchio anche l’italoamericano San Quentin Tarantino, da almeno 10 anni, preferisce scappare nel passato e sciacquare i panni tra brigatisti rossi, guerrieri ninja, balie pirandelliane o «Hitler & i suoi nazisti», piuttosto che affrontare, nei drammi contemporanei, cellulari, palmari o G8, le diavolerie senza romanticismo che von Trier dimentica nelle foreste sabbatiche di Washington e Almodovar nella clandestinità delle isole vulcaniche. I film in costume, di genere dominante biografico o bellico, al di qua dell’Impero del Nokia, anzi addirittura film scanditi in capitoli, qui cinque, compreso il prologo, più epilogo, di cui ognuno dotato di un certo look speciale, permettono rapporti meno nevrotici e banalmente barbari con il Mito e forme di relazioni interpersonali più classiche, pop e violente.

Anche se a essere mitologizzato, in Inglourious Basterds, il divertimento, molto acido e indigesto sulla shoa e il Führer, il film in concorso ieri di Tarantino lungo quasi due ore e mezzo (ma non pesano mai), è il cinema di genere più geniale, fantasioso e scombinato al mondo. Che è quello made in Italy ereditato da Enzo G. Castellari, Lucio Fulci, Mario Bava, Antonio Margheriti e Sergio Corbucci che tanto poi deve alla parodia, al pastiche, al patchwork, alla confusione dei generi congeniata dei genietti del cinema moderno, Füller, Corman, Russ Meyer e Aldrich sugli archetipi classici (Omero, Eschilo, Sofocle, Shakespeare, Marlowe…) che già tutto scrissero e sceneggiarono. Già il titolo storpia e si ispira a quello americano di un film di guerra antinazista del 1978, Inglorious Bastards di Castellari, di cui questo non è affatto il remake (anche se il nostro settantenne regista vi fa una breve comparsata, in divisa del III Reich, citando il suo stesso cameo del ’78), ma l’omaggio in stile e forme nuove di zecca, covato per una decina d’anni, scritto e riscritto con la collaborazione della banda a parte di amici di Quentin, tutti vogliosi di rendere al cinema e alla sua musica, da Alamo a molto Morricone, da David Bowie di Cat People ritornando a Tiomkin e Elmer Bernstein, il risarcimento che meritano gli sconfitti e i morti rispetto alla storia dei vincenti. Per la capacità che ha di sprigionare e liberare realtà parallela, fare rivoluzioni immaginarie e vendicarsi dei mostri, fucilandoli con le sequenze di Pabst, Clair, Linder, Cy Endfield, Gianni Ferrio, Chaplin, Marlene, Lubitsch, La sporca dozzina, Leone, Zara Leander, Lilian Harvey, Audie Murphy, Hildegard Knef, Hugo Stiegliz, Michael Mann, Lalo Schifrin, Jerry Lewis e perfino Leni Riefensthal…questi almeno i pezzi di cinema riesumati e appuntati, ma il filmgoer ne ritroverà altri mille.

 

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Una risposta a Bastardi senza gloria

  1. Silvia ha detto:

    fighissimo!

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