Di Pietro, sei stato … giudicato

 

Bisogna diffidare di due categorie di persone: quelle che non hanno personalità, e quelle che ne hanno più di una

 

 

 

“Vogliamo al più presto una legge che preveda la non candidabilità delle persone condannate, una legge che preveda l’impossibilità di assumere incarichi di governo, locale e centrale, di persone rinviate a giudizio. Vogliamo una legge che non preveda più la possibilità a quelle imprese, di cui imprenditori sono stati condannati, di partecipare a gare e ad appalti della pubblica amministrazione”. (Antonio Di Pietro)

Questa dichiarazione d’intenti non lascia adito a dubbi. La profonda delusione per l’inzerbinamento dell’Italia dei Valori al Pd, con l’approvazione della candidatura alla regione Campania del doppiamente rinviato a giudizio De Luca, neanche.

 

 

 

di Marco TravaglioIl Fatto Quotidiano

 

Inutile nascondersi dietro un dito. L’ovazione che ha salutato una vecchia volpe come Enzo De Luca al congresso dell’Idv rappresenta una sconfitta per Antonio Di Pietro e soprattutto per il suo tentativo di portare un minimo di pulizia nella politica italiana. L’impegno strappato a De Luca di dimettersi, se fosse eletto governatore della Campania e poi condannato (in primo grado, sottintende Di Pietro; in Cassazione, cioè fra vent’anni, sottintende De Luca), non è che una foglia di fico. Soltanto le forme, in questa brutta storia, sono state rispettate: Di Pietro ha rimesso al congresso la decisione se appoggiare o meno il candidato impresentabile del Pd e il congresso ha deciso, addirittura per acclamazione, di sì. L’ex pm del resto era stretto nell’angolo dalle circostanze, che non gli lasciavano alternative: o rinunciare a presentare la lista in Campania, o associarsi al Pd cioè a De Luca. Candidati spendibili non ne ha trovati, anche perché ha cominciato a cercarli troppo tardi, quando ha scoperto che la minestra che passava il convento era ancor più indigesta di quanto mente umana potesse immaginare: un candidato due volte rinviato a giudizio per reati gravissimi (concussione, associazione per delinquere, falso e truffa) al posto di un altro, Bassolino, che di rinvii a giudizio ne ha solo uno.

 

 A quel punto non restava che una candidatura di bandiera, quella di De Magistris, che però ha mancato di coraggio, temendo gli attacchi per una “fuga da Bruxelles” pochi mesi dopo l’elezione, e si è reso indisponibile. Ciò che tutti fanno da sempre, fatto da lui, non sarebbe stato perdonato. E altri candidati seri era difficile trovarne all’ultimo momento, anche perché chi corre alla carica di governatore, se perde, non diventa nemmeno consigliere regionale. Fin qui le questioni formali. Quella sostanziale è che ora Di Pietro è costretto a sostenere un signore che, per le regole da lui stesso imposte anzitutto a se stesso, è incandidabile: nel 1996 l’ex pm, sul quale pendevano soltanto alcune richieste di rinvio a giudizio della Procura di Brescia (poi regolarmente respinte da vari gip), restò in disparte e rinunciò a presentare una sua lista nel momento di massima popolarità. Come e perché si è arrivati a questo punto? Anzitutto a causa della spregiudicatezza del Pd che, violando il proprio statuto, ha fatto in modo di evitare le primarie per scegliere l’aspirante governatore e, violando il proprio codice etico, ha mandato avanti un pluri-imputato. Ma anche a causa dell’improvvisazione un po’ rinunciataria con cui Di Pietro ha affrontato le regionali, dichiarando preventivamente che avrebbe appoggiato qualunque candidato targato Pd, purchè glielo comunicassero entro la data delle elezioni. Forse non prevedeva che Bersani & C. avrebbero osato tanto.

 

Errore: da questi signori bisogna sempre attendersi il peggio. Dunque occorreva predisporre per tempo un piano B, interpellando la società civile campana, se ancora ne esiste una, per far emergere una soluzione alternativa. Ma pensando in grande, anche al punto di proporre un candidato indipendente alle altre forze del centrosinistra. Di Pietro non l’ha fatto e si è consegnato al consueto ricatto: o inghiotti il rospo De Luca, o consegni la Campania al Pdl dei Cosentino e dei Cesaro, ben nascosti dietro il faccino al Plasmon del craxiano Caldoro. Naturalmente l’eventuale sconfitta non sarebbe dipesa dal venir meno dell’Idv, ma dalle scelte sciagurate del Pd che in tre anni di scandali non ha costretto alle dimissioni né Bassolino né l’altrettanto impresentabile signora Mastella (che, non dimentichiamolo, è presidente del Consiglio regionale in quota centrosinistra) e ora si presenta pure con la faccia di De Luca. Ma la solita disinformatija di regime avrebbe impiegato poco ad addossare al “traditore” Tonino le colpe altrui. Bisognava pensarci prima, appunto. Ora è tardi per le lacrime di coccodrillo. Ma oggi gli italiani che sognano una politica pulita sono un po’ meno di ieri.

 

 

 

di Peter GomezIl Fatto Quotidiano

 

Il voto per acclamazione con cui i delegati dell’Idv hanno deciso di appoggiare la candidatura di Vincenzo De Luca alla presidenza della regione Campania è un errore politico che costerà molto caro al movimento di Antonio Di Pietro. D’ora in poi, e con piena ragione, chiunque potrà ricordare quanto è avvenuto a Salerno e affermare che l’Italia dei Valori applica il sistema dei due pesi e delle due misure. Se De Luca corre per la poltrona di governatore con due processi in corso, perché non deve poter governare o candidarsi chi è nella sua stessa situazione? Detto in altre parole: qual è la differenza tra De Luca, Berlusconi o Fitto?

 

Badate bene, qui non si tratta di discutere di etica, di giustizialismo, di selezione delle classi dirigenti demandata (sbagliando) alla magistratura, o di altro. Il problema invece è la coerenza. Anche perché in politica vincono i messaggi semplici. E quello lanciato con la standing ovation al congresso dell’Idv in favore di De Luca, lo è. Tanto che, questa volta, viene difficile dar torto al vice-capogruppo dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, quando parla di decisione "barzelletta".

 

Dopo la svolta di Salerno, l’Italia dei Valori finirà insomma per pagare pegno. E lo farà persino se De Luca dovesse sconfiggere il suo scialbo (ma formalmente immacolato) avversario. È noto, infatti, che quello Di Pietro è prima di tutto un movimento che raccoglie il voto di opinione. Per questo va generalmente male alle elezioni amministrative, mentre recupera terreno alle politiche o alle europee. Il caso De Luca fa adesso correre seriamente il rischio che il movimento di opinione alle spalle dell’Idv si disperda o finisca per rivolgersi, una volta ancora, al Partito Democratico o a quello che ne resta. Ne valeva la pena? Pensiamo di no.

 

È vero, la scelta di sostenere De Luca era quasi ineluttabile. Di altri candidati in Campania non ce n’erano. Anche perché in questi mesi né il Pd, nè l’Idv si sono dati troppo da fare per trovarli. E Luigi De Magistris, l’unica persona che presentandosi all’ultimo momento avrebbe messo in crisi il gioco pro De Luca, non lo ha fatto. Finendo così per caricarsi sulle spalle, a causa dei suoi tatticismi e della sua mancanza di coraggio, una parte rilevante della responsabilità dell’accaduto. Ma, in ogni caso, c’è modo e modo per appoggiare una candidatura del genere.

 

Un partito lo può fare dimostrando a tutti che sta ingoiando un rospo. Che si sta muovendo solo per dovere di coalizione dopo che con il Pd è stato raggiunto un accordo a livello nazionale. Oppure può evitare, o quasi, il dibattito. Può risolvere tutto in mezza giornata, per poi andare gioiosamente, e tra il tripudio di delegati e dirigenti, verso uno degli errori più clamorosi della sua breve storia.

 

 

 

Fonte: Liberazione

 

«Vince l’accordo col Pd abbandonato quello a sinistra»

«Se l’impostazione di accettare De Luca candidato sarà confermata, tutte le questioni morali poste a Di Pietro saranno rimangiate» dice il segretario del Prc e portavoce della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero, in merito alla standing ovation riservata dalla platea del congresso dell’Idv al sindaco di Salerno che il Pd vuole governatore della Campania nonostante i rinvii a giudizio pendenti su di lui. Non solo, «la scelta secca dell’alleanza organica col Pd, aprendo il terreno del governo, fa uscire sconfitta la linea di costruire un polo politico della sinistra». Niente di nuovo, però: «In Europa l’Idv sta con i liberali, mi sembra che quella sia effettivamente la sua collocazione».

 

Quale Idv esce da questo congresso?

Diciamo che la scelta su De Luca e i temi toccati da questo congresso posizionano il partito nell’area moderata, da dove accettare tutti gli elementi di collisione politica con il Pd e, in ultima istanza con l’Udc. Solo che l’Udc ha una posizione più forte dell’Idv, perché continuando la sua politica dei due forni, può continuare a tentare di spostare a destra il Pd. Di Pietro invece si beve il Pd così com’è.

 

L’appoggio a De Luca smentisce l’approccio avuto finora sui nomi "sporcati" dalle indagini…

Sì, a me pare un congresso in cui permane l’elemento populista e giustizialista, ma inizia a non esserci più una completa corrispondenza fra parole e fatti: la scelta politica è di notevole spessore. Né il "codice etico" che De Luca ha accettato risolverebbe il problema dato che in caso di condanna definitiva si dovrebbe comunque dimettere. In questo senso fra le due principali alternative possibili che aveva l’Idv, provare a costruire un polo di sinistra – chiamiamolo schema De Magistris – o l’accordo organico con il Pd di Di Pietro sceglie definitivamente la seconda. Come del resto fa Sinistra e Libertà: abbiamo fatto insieme la battaglia su Nichi, ma poi SeL accetta la discriminante anticomunista in Lombardia, la tav in Piemonte e in Campania fa come Di Pietro.

 

Addio polo di sinistra?

Penso che sia il Pd che l’Idv abbiano fatto un’uscita moderata sul terreno sbagliato: individuano un terreno di governo per l’alternativa che però non ha nessuna possibilità di realizzarsi per molto tempo. Se non demoliamo il teorema berlusconiano lui rivince le elezioni. Non basta denunciare le sue malefatte per avere consenso.

 

Però l’Idv si è mossa sui temi del lavoro, per esempio…

Sì, ma mi ha colpito un passaggio del discorso di Di Pietro sulle manifestazioni che per lui sono la "pura manifestazione del malessere del Paese": è una visione liberale della mobilitazione. Per me il problema è che sulla mobilitazione bisogna costruire il senso e l’idea di un’alternativa vera. Penso che una costruzione di un movimento di massa che coniughi il lavoro e la democrazia è esattamente quello che dobbiamo fare. Invece da quel palco non è venuto nemmeno un accenno sullo sciopero generale indetto dalla Cgil, che invece è un punto centrale. Cercare solo un pò di consenso lascia aperto il problema di come costruire un movimento di massa.

 

Cosa farà adesso la Federazione in Campania?

Valuteremo nei prossimi giorni, va vista la nuova situazione che si è determinata. Personalmente, la mia valutazione su De Luca continua ad essere negativa. Vedremo il da farsi.

 

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