Bernardo, mandaci una cartolina

 

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene

(Paolo Borsellino)

 

 

 

di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldohttp://www.antimafiaduemila.com/content/view/24902/78/

 

Palermo. Ancora una volta in aula Massimo Ciancimino risponde ai magistrati. Il processo è quello per la mancata cattura di Provenzano che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. Alla contestazione del difensore Pietro Milio circa l’attinenza tra l’oggetto del processo e il racconto del figlio di Don Vito ha risposto il Presidente Fontana. Rispetto ad ogni fatto c’è sempre un prima e un dopo.

Ed è proprio questo che è emerso dalle tre giornate di deposizione in cui Ciancimino Jr. ha risposto a decine e decine di domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia principalmente incentrate sulla corposa documentazione depositata in dibattimento.

Un unico filo conduttore, secondo quanto don Vito ha spiegato al figlio prima di morire, avrebbe legato il biennio stragista, la trattativa, la latitanza record di Bernardo Provenzano, la nascita del nuovo referente politico e il ritorno di Cosa Nostra alla ricca, pacifica coabitazione con lo Stato.

Con la rottura del rapporto diretto con la Democrazia Cristiana, Riina arriva alla sentenza del Maxi Processo senza interlocutori e protettori. Il capo di Cosa Nostra è furioso e dà inizio alla strategia criminale per placare la sua sete di vendetta. Che si abbatte per prima su Salvo Lima, il traditore, e poi contro Giovanni Falcone, il grande nemico. E’ a questo punto che i carabinieri nella persona del capitano De Donno e del colonnello Mori cercano i Ciancimino per arrivare ad un contatto diretto con i vertici dell’organizzazione. Cosa che accade a cavallo delle stragi. Con l’eccidio di Borsellino però la prospettiva cambia. Ciancimino senior si sente responsabile e spinge anche Provenzano a trovare una soluzione affinché la già delicata situazione non degeneri ulteriormente con l’eliminazione di altri uomini politici che sono sulla lista nera. E’ la fase b della trattativa che, come ormai sappiamo, si sarebbe conclusa con la cattura di Riina. Nell’accordo che sarebbe stato stipulato tra i Carabinieri, Ciancimino e Provenzano vi erano però due clausole importanti: nessuna perquisizione del covo del boss tradito e rispetto per i famigliari, una sorta di onore alle armi, e l’“immunità territoriale” per il boss traditore, costretto dall’aggravarsi delle circostanze a sacrificare l’amico di sempre pur di salvare Cosa Nostra e soprattutto raggiungere il vero obiettivo della mafia.

Ristabilire quell’equilibrio eterno con imprenditoria, politica e classe dirigente interrotto dall’arroganza corleonese. Il progetto politico era la finalità.

“Ricostituire un polo di centro – spiega Massimo Ciancimino – era l’interesse principale sia di mio padre che di Provenzano. Non perdere quel bacino di voti certi e necessari per la costruzione di un nuovo soggetto politico”.

Per questo ad un certo punto la sostituzione di Ciancimino con un altro interlocutore e garante sarebbe stata indispensabile.

Massimo ha già spiegato più volte, sulla base di quanto scritto da suo padre nei vari memoriali e dei numerosi pizzini analizzati dai magistrati in dibattimento, che questo nuovo garante era Marcello Dell’Utri. Un dialogo che sarebbe stato diretto e che sarebbe continuato per molto tempo dopo i fatti del ’92 e del ’93.

A dimostrarlo, secondo l’accusa, anche la lettera minatoria ritrovata tra le carte sequestrate a Ciancimino seppur priva della metà superiore. Interrogato in merito, il testimone ha spiegato che quella lettera, intera fino a poco tempo prima dell’ordinanza delle forze dell’ordine nel 2005, era indirizzata a Marcello Dell’Utri e per conoscenza a Silvio Berlusconi. Vi si legge di un triste evento di natura delittuosa che avrebbe colpito il figlio maggiore del Presidente del Consiglio se questi non avesse messo a disposizione una delle sue televisioni per soddisfare le esigenze dell’organizzazione. Oggi nel corso del dibattimento Ciancimino ha prodotto anche un’altra lettera, autografa del padre, che ricalca più o meno le stesse argomentazioni, ma aggiunge qualche particolare. Sarebbe stato don Vito stesso a consigliare questo tipo di lettera per indurre Berlusconi a rispettare gli accordi e piuttosto che minacciare un evento violento, “che mio padre non condivideva”, ventila un altro tipo di ritorsione, quella di “essere costretto di uscire dal suo riserbo”. Vale a dire sarò costretto a parlare.

Di cosa? Lo spiega ancora una volta Massimo ricordando che il suo parlare altro non è se non il frutto dei racconti di suo padre.

“Raccontare di quella che era stata la nascita della coalizione che poi aveva dato vita al gruppo Forza Italia”.

Come a dire, senza neanche troppi misteri, che Forza Italia sarebbe nata da quella trattativa.

Uno spaccato terribile, certamente, ma non campato in aria come la fanfara berlusconiana e non solo quella, sta cercando di far credere.

Massimo Ciancimino sta aggiungendo tasselli importantissimi a quel puzzle che con grande fatica si sta ricostruendo da anni grazie a collaboratori, indagini, riscontri e testimoni. E lo sta facendo con prove alla mano, tanto concrete da fare paura. Il risultato, non c’è dubbio, si vede.

 

 

 

di Giuseppe D’AvanzoLa Repubblica

 

L’obbligo di chiarire quella leggenda nera

I MORTI non si possono smentire e i vivi hanno difficoltà a difendersi dalle parole di morti. È una condizione che crea inestricabili ambiguità. Si ascoltano con disagio le rivelazioni di Massimo Ciancimino. Le ragioni sono due. La prima può avere come titolo: il morto che parla. Perché a parlare con la voce di Massimo, il figlio, è Vito Ciancimino, il padre, il mafioso corleonese, il confidente di uno Stato debole e compromesso, il consigliere politico di Bernardo Provenzano. Anche se Massimo Ciancimino mostra di tanto in tanto una lettera o un pizzino, sono soprattutto i ricordi delle sue conversazioni con il padre la fonte delle accuse contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

 

Ricordiamole perché, se fondate, quelle accuse sono catastrofiche per la nostra democrazia (un uomo, che si è fatto imprenditore con il denaro della mafia e politico con la sua protezione, governa il Paese). Se menzognere e maligne, indicano che contro il capo del governo è in atto un’aggressione ricattatoria che fa leva su alcune oscurità della sua avventura umana e professionale. La mafia, dice Ciancimino, finanziò le iniziative imprenditoriali del "primo Berlusconi" (Milano2). Marcello Dell’Utri sostituì Vito Ciancimino nella trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra innescata dopo la morte di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e la nascita di Forza Italia, nel 1993, è stata il frutto di quel pactum sceleris.

 

I ricordi del giovane Ciancimino inverano, con la concretezza di una testimonianza "diretta", la cattiva leggenda che accompagna da decenni il racconto mitologico della parabola imprenditoriale del presidente del Consiglio. Si può dire così: quelle dichiarazioni riordinano in un resoconto esaustivo e "chiuso" l’intera gamma delle incoerenze che Berlusconi e i suoi collaboratori nella fondazione dell’impero hanno lasciato nel tempo incancrenire per non volerle mai affrontare. Come già è accaduto

quando in un’aula giudiziaria è apparso Gaspare Spatuzza, si deve ricordare che Cosa Nostra è tra gli anni settanta e ottanta molto vicina alle "cose" di Silvio Berlusconi e ricompare ancora nel 1994 quando il ministro dell’Interno dell’epoca, Nicola Mancino, dice chiaro che "Cosa Nostra garantirà il suo appoggio a Forza Italia".

 

I legami tra Marcello Dell’Utri e i mafiosi di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri tra Silvio Berlusconi e la crème de la crème di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova. Con quali capitali Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero inglorioso.

 

Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari, quando ancora Berlusconi non si dice proprietario dell’impresa, ma soltanto "socio d’opera" o "consulente". Quei capitali erano "neri" soltanto perché sottratti al fisco, espatriati e rientrati in condizioni più favorevoli o erano "sporchi" perché patrimonio riciclato delle ricchezze mafiose, come ha suggerito qualche mese fa Gaspare Spatuzza quando disse: "La Fininvest era un terreno di pertinenza di Filippo Graviano, come se fosse un suo investimento, come se fossero soldi messi di tasca sua"? Le parole di Massimo Ciancimino riportano alla luce anche un’ultima e antica contraddizione di Berlusconi e dei suoi cronisti disciplinati, la più bizzarra: la datazione della nascita di Forza Italia nel 1994 e l’ostinato rifiuto a ricordare che le doglie di quel parto cominciarono nella primavera del 1993 da un’idea covata da Marcello Dell’Utri fin dal 1992.

 

È una rosa di "vuoti" e antinomie che apre spazi al ricatto mafioso. E’ uno stato che dovrebbe preoccupare tutti. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del Consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. Lo ripetiamo. In questo conflitto – da un lato, una banda di assassini; dall’altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità – non c’è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia il capo del governo (per sottrarre se stesso a quel ricatto rovinoso) e la magistratura (per evitare che un governo legittimo sia schiacciato da una coercizione criminale che ne condiziona le decisioni) sono chiamati a fare finalmente luce sull’inizio di una storia imprenditoriale e sull’incipit di un romanzo politico.

 

È la seconda ragione di disagio, l’assenza di iniziative politiche e giudiziarie a fronte di denunzie così gravi. Ogni cosa sembra risolversi in una "tempesta mediatica", in una rumorosa e breve baruffa che scatena per qualche giorno sospetti, furori e controsospetti e controfurori senza che si intraveda non un’evidenza in più che scacci i cattivi pensieri o li renda più fondati, ma addirittura non si scorge alcuna attività in grado di spiegare finalmente come stanno le cose. Il risultato è che ce ne stiamo qui stretti tra la possibilità di avere al governo un paramafioso, un riciclatore di soldi che puzzano di morte e la probabilità che l’uomo che ci governa sia ricattato da Cosa Nostra per qualche passo storto del passato. È un circuito che va interrotto nell’interesse di Berlusconi, del suo governo e del Paese, della sua credibilità internazionale.

 

I modi per chiudere questa storia sono certo laboriosi, forse dolorosi, ma agevoli. La magistratura (per quel che se ne sa, ancora non è stata aperta un’istruttoria) accerti la fondatezza delle testimonianze di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza – magari evitando di rovesciarle in un’aula di tribunale, prima di una loro verifica. Berlusconi rinunci a scatenare, come d’abitudine, i suoi cani da guardia e faccia finalmente i conti con il suo passato. Non in un’aula di giustizia, ma dinanzi all’opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese. È giunto il tempo che questo conflitto sia affrontato all’aperto e non risolto nel segreto con un gioco manipolato e incomprensibile che nasconde alla vista il ricatto, i ricattatori, la punizione minacciata, ciò che si può compromettere, un nuovo accordo salvifico.

 

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