Balle nucleari

 

Pronti a vincere di nuovo contro il nucleare

 

 

 

Dossier: il governo intende costruire la prima centrale nucleare a Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, dove, probabilmente saranno istallati due reattori. Il Lazio rischia di diventare la pattumiera d’Italia. Il governo ha preso poi in considerazione come sito per una centrale Borgo Sabotino (Latina), e quello del Garigliano (tra Latina e Caserta) – dove già in prima che il referendum dell’87 facesse uscire il nostro paese dall’atomo ci sono stati diversi incidenti – come sito per il deposito nazionale per le scorie. E’ molto probabile che una centrale sarà a Chioggia (Venezia), a Palma di Montechiaro (Agrigento) e a Monfalcone (Gorizia). Inoltre, sulla lista del governo ci sarebbero anche Trino Vercellese, Caorso (Piacenza) e Oristano. Ecco il dossier redatto dai Verdi

 

 

 

1. Premessa

Una recente analisi dell’agenzia di rating Moody’s sulle implicazioni finanziarie dell’investimento nucleare ci permette alcune riflessioni e confronti con la situazione italiana, dove Enel, in accordo con il governo e insieme con EDF (Electricité de France), ha proposto la realizzazione di ben quattro reattori nucleari da 1,6 GW a tecnologia EPR francese.

La decisione del governo italiano di tornare al nucleare è in contrasto con molte analisi secondo cui non solo il nucleare è troppo costoso ma è anche rischioso sia per l’ambiente che per la salute dei cittadini.

Per valutare su scala finanziaria ed economica gli effetti del nucleare in Italia siamo partiti da uno studio di Moody’s.

Moody’s sviluppa la sua analisi definendo un’azienda elettrica "modello" statunitense, solida, denominata genericamente ‘NukeCo.’ e ha valutato gli effetti sui suoi conti della decisione di costruire un nuovo impianto nucleare.

Nel documento di Moody’s si evidenziano le problematiche dell’investimento nucleare, sia per gli effetti sul rating dell’azienda elettrica, che tende a peggiorare, sia, più in generale, per la reale convenienza di un investimento ingente, rischioso e a lungo termine.

Le conclusioni di Moody’s confermano tutte le perplessità del mercato ad investire sul nucleare. Tuttavia, riportando l’analisi al caso del possibile rilancio del nucleare in Italia, l’analisi puramente economica-finanziaria va integrata con considerazioni sul contesto nel quale Enel ed EdF si muovono. In Italia e in Francia, infatti, il peso della decisione politica è ancora in grado di incidere profondamente sulle scelte industriali dei due colossi dell’energia.

 

2. L‘analisi di Moody’s sul rating nel nucleare

Il costo e la complessità di costruzione di un nuovo impianto nucleare può indebolire i parametri finanziari di un’impresa elettrica, e porre sotto pressione il suo rating per parecchi anni. Questo è ciò che emerge dall’analisi condotta dagli analisti di Moody’s attraverso un modello di calcolo finanziario basato su previsioni a 15 anni dei parametri di aziende elettriche USA coinvolte nel nucleare.

Attraverso il suo modello di calcolo, Moody’s deduce che un’azienda elettrica che si lancia nell’impresa di costruzione di un nuovo impianto nucleare, può dover subire un deterioramento compreso tra il 25% e il 30% del livello di rating. Per un’azienda quotata in borsa, un abbassamento del rating è tutt’altro che indolore. Il rating misura infatti il prezzo da pagare al rischio d’investimento: più il rating si abbassa, più l’azienda deve pagare per ‘soddisfare’ gli investitori. Quando il rating scende aumenta il rischio, e tale aumento deve essere compensato da un aumento del premio pagato a chi investe.

Inoltre, il declassamento del rating provoca un rialzo degli interessi e dunque un aumento degli oneri finanziari.

Sintesi del risultato del modello applicato da Moody’s:

• all’inizio della costruzione dell’impianto, e per i primi anni, si ha uno scarso effetto sul

rating, mentre gli effetti diventano rilevanti tra il quinto e il decimo anno, quando il

deterioramento dei parametri-chiave del credito diviene significativo; nel caso descritto dal

modello, l’azienda "NukeCo." subisce la riduzione del rating da ‘A’ al livello inferiore

‘Baa’.

 

3. Il costo medio del capitale nel nucleare

La costruzione di un impianto nucleare comporta un investimento di svariati miliardi di euro. L’ingente esborso, che si protrae per oltre 15 anni, viene coperto di norma da un mix di debito (70%) e capitale proprio (noto anche come "equity", 30%).

Un parametro di riferimento è il costo medio pesato del capitale, Wacc, (weighted average capital cost, in inglese), che è la media pesata del costo dell’indebitamento e del capitale proprio.

Il costo del debito è quello richiesto dai tassi di mercato per prestiti e finanziamenti a lungo termine dagli istituti di credito e dalle banche. Il costo del capitale proprio (equity) è la remunerazione attesa sul rischio di investimento dei mezzi propri (risorse dell’azienda).

Entrambe le voci di costo, del debito e dell’equity, nel nucleare sono molto elevate a causa della lunghezza dei tempi di costruzione, del rischio di ritardi e di problemi tecnici. Molti impianti nucleari iniziati non sono mai stati portati a termine, altri, come sta accadendo nel caso della centrale di Olkiluoto, in Finlandia, sono soggetti a gravi ritardi che compromettono il piano di business dell’azienda elettrica.

Per questo motivo il costo medio del capitale nel nucleare, pari al 10%, è superiore a quello delle altre fonti energetiche, pari al 7,8% (fonte M.I.T.).

 

Nel caso del nucleare, l’elevato costo del capitale è uno dei fattori determinanti nella sostanziale stasi nella costruzione di nuove centrali atomiche nei paesi occidentali. Investire capitale proprio richiede una rigida previsione di rientro, pena la perdita di risorse aziendali o mancati guadagni da altre opportunità, che si avrebbero investendo ad esempio su altre fonti energetiche meno rischiose e più rapidamente remunerative.

 

4. Confronto con le altre fonti energetiche

La prima questione che si pone un’azienda operante nel libero mercato dell’energia è se una certa scelta industriale è competitiva rispetto alle altre disponibili, verificando se vi sono opportunità più remunerative.

Nell’analisi di Moody’s sono state confrontate diverse opzioni di investimento, tra le varie fonti energetiche, fissando un ritorno dall’investimento sul capitale, ROE, pari al 10% per tutte le ipotesi.

Sono stati inseriti tutti i costi, fissi, variabili, gli oneri finanziari, gli ammortamenti differenziati per la diversa durata degli impianti (30 anni per il gas, 50 anni per il nucleare).

Ne risulta un prezzo medio dell’energia (dollari per Megawattora):

· GAS: 120 $

· EOLICO 125 $

· NUCLEARE151 $

Da questo risultato emerge che, a pari redditività, Il prezzo medio dell’energia nucleare risulta più costoso non solo di gas (+26%) ma anche dell’eolico (+21%).

Il vero problema del nucleare rimane l’elevato costo del capitale e dell’indebitamento.

 

Secondo un rapporto del M.I.T. (Massachusetts Istitute of Technology) del 2009 ‘dal 2003 i costi di costruzione per tutti i tipi di progetti di ingegneria a grande scala sono cresciuti enormemente. I costi stimati per la costruzione di un impianto nucleare sono cresciuti al tasso del 15% all’anno, sino all’attuale crisi economica’.

Questo significa che il costo di un impianto nucleare negli ultimi 5 anni è raddoppiato.

Il M.I.T. ammette che per le altre fonti, come il gas, il trend di crescita è stato inferiore. Infatti, dalla comparazione delle tabelle del MIT si osserva che il costo di costruzione "secco", overnight in inglese (come se si pagasse in un’unica notte), ossia senza considerare i costi di interessi e oneri finanziari, è passato dal 2002 al 2007 per il nucleare da 2000 a 4000 $ al kW (+100%), mentre per il gas è passato da 500 a 850 $ al kW (+70%).

 

Anche il MIT ha comparato il costo al kWh tra il nucleare e le fonti fossili, giungendo a conclusioni non dissimili da quelle di Moody’s: nucleare 8,4 $c/kWh, carbone 6,2 $c/kWh, gas 6,5 $c/kWh – da cui si ricava che il kilowattora nucleare è più caro del 29% rispetto al gas e del 35% rispetto al carbone.

 

Bisogna evidenziare che tale confronto non tiene conto di eventuali addizionali, come la carbon-tax, che dovrebbero penalizzare le fonti fossili (soprattutto carbone e petrolio, in misura minore il gas) a causa delle emissioni di CO2 che contribuiscono ai cambiamenti climatici.

 

Dallo studio del MIT risulta che l’eventuale applicazione di un’addizionale pari a 25$ per tonnellata di CO2 emessa porterebbe il costo del carbone pari al nucleare, mentre gas (ed eolico) resterebbero più convenienti.

Moody’s ribadisce che il problema del nucleare è l’obsolescenza tecnica e i costi in continua ascesa, mentre le tecnologie rinnovabili, al contrario, procedono velocemente verso tecnologie sempre più efficienti e riduzione dei costi.

 

Secondo Moody’s, la comparazione complessiva penalizza il nucleare

L’energia nucleare non vive nel vuoto. È una delle tante fonti di energia elettrica e compete con quelle a combustibili fossili, come il carbone, o rinnovabili, come il sole e il vento. Scegliendo il nucleare un’azienda fa una scommessa a lungo termine su una tecnologia che è rimasta ferma nel progetto e dove i costi di costruzione stanno rapidamente crescendo (in primis per il costo del lavoro e dei materiali). Come risultato, i rischi di mercato e tecnologici possono condurre alla valutazione che un nuovo impianto nucleare non sia economico nel corso degli anni di costruzione.

 

5. Il caso Italia e le quattro centrali di Enel

Rispetto al modello teorico usato da Moody’s, lo scenario reale italiano differisce significativamente. È diverso il contesto nazionale, visto che gli USA sono già un paese nucleare, mentre l’Italia riparte da zero dopo 23 anni di abbandono della produzione nucleare. Sarà necessario formare adeguate competenze, nonché ricostruire una intera filiera tecnica.

Inoltre, alla luce di sondaggi recenti, l’impresa nucleare si scontrerà con la forte opposizione delle popolazioni nei pressi dei siti prescelti. Saranno inevitabili i ritardi, prima e durante la costruzione.

 

6. Impatti finanziari dei 4 reattori italiani

Enel e governo italiano affermano di voler costruire almeno 4 reattori nucleari EPR da 1,6 GW al prezzo complessivo di 20 miliardi di euro.

Sappiamo che questa cifra non corrisponde alla realtà, in quanto in una recente proposta per lo stato canadese dell’Ontario (luglio 2009), Areva, l’azienda francese che produce i reattori EPR, ha quotato 11 miliardi di dollari (8 – 9 miliardi di euro) il prezzo reale del reattore da 1600 MW.

Questa cifra è simile al costo totale stimato da Moody’s, pari a 7500 $/MW.

Si tratterebbe dunque di un investimento reale di 32 – 36 miliardi di euro, dei quali, presumibilmente, circa 25 miliardi dovranno essere ottenuti attraverso debito e 10 da capitale proprio.

Anche per un colosso come Enel, la complessità di un incremento del debito di tale portata, quasi pari all’intera esposizione attuale di Enel verso le banche (30 miliardi di euro), diventa estremamente complicato

 

7. I costi nel tempo

Secondo i piani di Enel ed EdF si inizierebbe a costruire la prima centrale nel 2015, e poi le successive a distanza di 18 mesi ciascuna, con un tempo di costruzione pari a 10 anni.

Sviluppando il costo dei 4 reattori da 9 miliardi secondo il modello dei costi di Moody’s risulta che per 11 anni l’esposizione finanziaria supera il miliardo di euro/anno, con picchi oltre i 3 miliardi di euro per ben 7 anni consecutivi, e anche oltre i 4 miliardi.

Esposizione rilevante che dovrebbe essere coperta in parte dal debito ma in parte dal capitale proprio. L’effetto sui parametri economici, come il rapporto CFO/D (flusso di cassa da operazioni/debito) è significativo, anche dividendo in due i costi con EDF.

 

8. Il problema del credito

C’è poi la questione del finanziamento attraverso istituti di credito e banche, che dovrà coprire circa il 70% del costo di costruzione. Una quota potrà essere ottenuta attraverso fondi pubblici e crediti agevolati – nonostante le restrizioni dell’UE.

Ma il grosso dovrà comunque arrivare attraverso le banche. Si tratta di importi di grande rilievo: per i 4 reattori, oltre 20 miliardi di euro.

Il problema principale è reperire una così elevata quantità di credito da istituti bancari in grave sofferenza, sofferenza che si protrarrà per vari anni finché dureranno gli effetti dei titoli tossici che hanno scatenato la crisi nel 2008.

L’erogazione di crediti andrà rimborsata al tasso di interesse di mercato, di solito elevato per questo genere di investimenti a lungo termine, e farebbe aumentare notevolmente l’esposizione debitoria di Enel ed EDF, già molto indebitate – Enel (51 miliardi di euro) e EDF (36 miliardi di euro).

Dalle dichiarazioni dell’AD di Enel, Conti, si intuisce l’intenzione di far entrare le banche, i fondi e gli istituti tra i partner dell’impresa, proponendo loro l’acquisizione di quote del futuro impianto atomico. In questo caso, si tratterebbe di partner e non di finanziatori.

Il problema è l’elevato rischio connesso al nucleare: aumenti nei costi di costruzione, ritardi nella messa in esercizio dell’impianto – eventi questi normali nel nucleare – possono compromettere i ricavi attesi dal piano di business.

Servono dunque garanzie, affinché i partner finanziatori accettino il rischio.

Per questo Enel ha proposto di fissare a priori un prezzo del kWh nucleare abbastanza alto da remunerare le banche e gli altri istituti finanziatori, quando la centrale entrerà in esercizio e venderà energia.

Questo è un punto critico dell’impresa nucleare italiana: innanzitutto smentisce l’idea che il nucleare possa essere conveniente per gli utenti. Inoltre, è un azzardo decidere, ancora prima della costruzione, un prezzo dell’energia che entrerà in vigore dopo dieci o quindici anni. È evidente il rischio che, quando la centrale giungerà in esercizio, il prezzo inizialmente pattuito non risponda al livello di mercato. In questi casi, in genere, è sempre l’utente a pagare gli errori di pianificazione commessi dalle aziende elettriche.

Ad esempio, nel 2007, le stime di vari istituti prevedevano un sostanziale raddoppio del prezzo dell’energia elettrica in 15 anni, con tassi di incremento del 6 – 7% annuo (negli USA si passerebbe da 9 a circa 18 cent $ al kilowattora). A causa della crisi, invece, il prezzo dell’energia non è aumentato nel 2008 e 2009, spingendo al ribasso le previsioni per il 2020.

 

9. Considerazioni finali

Per concludere, nonostante:

· Tutte le indicazioni di mercato sconsiglino il nucleare;

· I rischi di un investimento del genere nel nostro Paese, a 23 anni dal Referendum;

· L’evidenza che il costo del kWh nucleare sia superiore rispetto alle altre fonti energetiche;

· Le difficoltà ad ottenere crediti ingenti dalle banche in crisi;

· Nonché la gravità dei problemi ancora irrisolti della gestione delle scorie e del rischio connesso a incidenti e contaminazione;

l’interesse a breve termine, la speculazione finanziaria, la volontà del governo faranno sì che, se non ci saranno cambiamenti nel quadro politico, l’impresa nucleare vada avanti in Italia.

 

 

 

NOTIZIE NUCLEARI: DAL GOVERNO OK SUI SITI. NOI NON CI FERMIAMO!

Notizie nucleari in arrivo. Poche ore fa il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che disciplina la localizzazione e la realizzazione di nuove centrali nucleari. Ma non ci diranno – prima delle elezioni – in quali Regioni intendono costruire gli impianti!! È un diritto di noi cittadini saperlo!

La nostra campagna contro questa scelta rischiosa e troppo costosa va avanti. Partecipa anche tu e firma l’appello sul sito www.nuclearlifestyle.it per chiedere ai candidati alle elezioni regionali del 28 e 29 marzo di dire No al Nucleare. Contro un governo che continua a imporre le sue scelte, l’opposizione delle Regioni è l’unica possibilità che abbiamo per fermare il ritorno del nucleare nel nostro Paese.

In pochi giorni quasi 12.000 persone hanno firmato il nostro appello!

Se anche tu hai già partecipato, ti chiediamo di aiutarci a diffondere questa importante campagna tra i tuoi amici.

Saluti e a presto!

Andrea Lepore

Responsabile Greenpeace Campagna Nucleare

 

10 Motivi per essere Anti-nucleare

 

1. Il nucleare è molto pericoloso

La tragedia di Cernobyl ha dimostrato la pericolosità di questa fonte di energia. Quell’incidente ha causato e causerà ancora nel futuro centinaia di migliaia di vittime e ancora oggi a 23 anni di distanza le ricerche scientifiche mostrano ancora impatti sia sulla flora che sulla fauna. Cresce l’evidenza di leucemie infantili nelle aree vicino alle centrali nucleari.

 

2. Il nucleare è la fonte di energia più sporca

Le centrali nucleari generano scorie radioattive. Le scorie a vita media rimangono radioattive da 200 a 300 anni, le scorie a vita lunga anche miliardi di anni e non esiste ancora un sistema per la gestione in sicurezza delle scorie nel lungo periodo.

 

3. Il nucleare è la fonte di energia che genera meno occupazione

Gli obiettivi europei per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica al 2020 valgono il triplo del piano nucleare di Enel in termini energetici e creerebbero almeno 200 mila nuovi posti di lavoro "verdi" e dunque 10-15 volte l’occupazione indotta dal nucleare.

 

4. Il nucleare è troppo costoso

Secondo le analisi di primarie società finanziarie, il costo dell’elettricità nucleare da nuovi impianti sarà di 65-70 euro/MWh quasi il doppio della cifra presentata da Enel e governo (40 euro/MWh). Se poi teniamo conto dello smaltimento delle scorie e dello smantellamento e bonifica degli impianti nucleari, i costi per noi e le future generazioni saranno ancora più elevati.

 

5. Il nucleare non è necessario

Entro il 2020 le fonti rinnovabili, insieme a misure di efficienza energetica, sono in grado di produrre quasi 150 miliardi di kilowattora, circa tre volte l’obiettivo di Enel sul nucleare, tagliando drasticamente le emissioni di CO2.

 

6. Il nucleare è una falsa soluzione per il clima

Il nucleare è una scelta inutile ai fini climatici, visto che le centrali saranno pronte certamente dopo il 2020 e invece bisogna ridurre oggi le emissioni di gas serra. Investire sul nucleare sottrae risorse alle fonti davvero pulite, efficienza energetica e rinnovabili.

 

7. Il nucleare non genera indipendenza energetica

Se il nucleare dovesse tornare in Italia, continueremo a importare petrolio per i trasporti e diventeremo dipendenti dall’estero per l’Uranio e per la tecnologia, visto che il nuovo reattore EPR è un brevetto francese. E, comunque, la Francia leader del nucleare ha consumi procapite di petrolio superiori a quelli italiani.

 

8. Il nucleare è una risorsa limitata

L’Uranio è una risorsa molto limitata destinata a esaurirsi in poche decine di anni. Nel caso venissero costruiti nuove centrali, l’esaurimento delle risorse di Uranio si accelererebbe.

 

9. Il nucleare non ha il sostegno dei cittadini

Gli italiani hanno detto NO al nucleare con un’importante scelta referendaria. Oggi i sondaggi di opinione rivelano che la maggior parte dei cittadini non vuole una centrale nucleare nella propria Regione.

 

10. Il nucleare: più è lontano e minori sono i rischi

Alcuni sostengono che il rischio nucleare c’è già, essendo l’Italia circondata da reattori. È una affermazione scorretta: anche se non è mai nullo, il rischio per le conseguenze di un incidente diminuisce maggiore è la distanza dalla centrale. Le Alpi, come si è visto nel caso di Cernobyl, sono una parziale barriera naturale per l’Italia.

 

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