Viola … re la piazza

 

Chi si disinteressa della cosa pubblica, è destinato ad essere governato da malvagi

(Platone)

 

 

 

di Checchino AntoniniLiberazione

 

Piazza del Popolo Viola. La resistenza continua

Popolo Viola, non chiamatelo bis. Gianfranco Mascia, uno dei promotori, racconta che il popolo viola è un movimento senza soluzione di continuità, tutt’al più ha dei nodi, e la piazza del Popolo che ieri s’è riempita di nuovo è uno di questi. Un successone se si considera che nessun tg si sia filato questo corteo alla vigilia, con la solita lodevole eccezione di Rainews 24. E nemmeno certa carta stampata che si colora di porpora solo per tirargli la giacchetta verso questo o quel partito. Dietro la mobilitazione c’è la forza della rete, meglio: delle reti, e del presidio per 23 giorni di fila sotto Montecitorio, quello delle patenti viola.

Quanti erano? Mascia prende la parola dal palco per dire che non gli importa così tanto di contarsi. A lui pare che somigli parecchio alla manifestazione per la libertà di informazione del 3 ottobre. E un po’ è vero. Anche nella modalità della piazza, una sorta di giornale parlato serrato con decine di interventi contro le leggi ad personam, sulla crisi, sul legittimo impedimento, la metafora calcio-politica, il diritto al web, la partecipazione, la scuola. Sul palco, tra gli altri, Gianni Minà, Flores D’Arcais, Beha, Gioacchino Genchi, un terremotato aquilano (uno dei prossimi “nodi” sarà nell’anniversario del sisma, il 6 aprile) fino ad Alberto Asor Rosa che riconosce la «piazza popolare» e le parla di una crisi della legalità che è la crisi della politica». Quando prendono la parola gli studenti per leggere la loro lettera a Napolitano, la piazza li accompagna a lungo nell’esortazione al Quirinale: «Non firmare, non firmare!». Un trascinante Andrea Rivera suggerisce di sostituire l’ora di religione con la lettura corale dei testi di Fabrizio De André. Mario Monicelli commuove la platea: «Tenete duro – insiste il regista romano – cacciate questa classe dirigente corrotta, chi dirige sanità e istruzione che sono i peggiori». E Gaussou Oussarà, commerciante ivoriano, da trent’anni a Roma, spiega come si vive con il ricatto del permesso di soggiorno. E’ lui il trait d’union con lo sciopero migrante del primo marzo.

Tra le adesioni quelle della Federazione della sinistra, di radicali, Sel, Idv, verdi e Pd, meno visibile degli altri (vedi il pezzo di Nalbone nella stessa pagina). Colpisce lo stand di Lotta continua, reduci che «da un po’ si rivedono». Nella piazza spicca una bandiera doppia, No Ponte, No tav. Quelle rosse sono soprattutto ai lati. Ma quando Di Pietro arriva per la passerella nel parterre qualcuno gli contesta l’abbraccio campano con De Luca, il discusso sindaco di Salerno. Ma lui, ormai, va dritto per la sua strada, «col Pd per l’alternativa». Molti nasi viola si storcono.

Per l’allestimento scenografico s’è scelto di ingigantire una frase di Alain Touraine che il sociologo francese ha dedicato a questo popolo: «Sono rimasto colpito dal pathos, dall’insistenza, dalla cura per la democrazia, la Costituzione, il legame sociale. E’ questa affettività la vera novità». Tra la folla Lucio Manisco, già deputato Prc ex direttore di Liberazione. Anche lui coglie il «segno di risveglio, l’erosione del potere mediatico» e lo spiega ai corrispondenti stranieri. «E’ una presenza di popolo, meno militante del No B Day – dice Rosa Rinaldi della segreteria Prc – una bella testimonianza di resistenza civile. Sono anticorpi, anzi siamo perché dentro ci siamo anche noi, con una presenza discreta». Ma visibile. Lo stand attira l’attenzione di parecchi e si vendono parecchie bandiere anche ai turisti scozzesi venuti per il rugby. Il cronista domanda se ci sono stati problemi per la presenza di un partito. Un ragazzo risponde: «Solo qualcuno che si lamenta per l’alleanza con Bonino». A voler cogliere quello che non c’è, o non c’è ancora, arriva in soccorso Asor Rosa: «Manca la saldatura con le vertenze ambientaliste, con le lotte nei territori, col versante sociale. Si muovono ancora separatamente». «C’è una bella differenza tra una piazza e il conflitto – segnala anche Anna Belligero, 26 anni, studentessa di Storia a Bari e neo portavoce dei Gc, con Simone Oggionni – forse non basta dire che Berlusconi se ne deve andare». «E’ una prima sacrosanta risposta di massa alla nuova tangentopoli che, per evitare le condanne, prova a distruggere la democrazia: un Parlamento e un governo come questi se ne devono andare», commenta Paolo Ferrero, portavoce della Federazione della sinistra, che raggiunge la piazza quasi al tramonto e dà appuntamento allo sciopero migrante di lunedì e allo sciopero generale del 12 marzo.

 

 

 

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