Che – L’Argentino

 

Un film di Steven Soderbergh. Con Benicio Del Toro, Demiàn Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Mínguez, Jorge Perugorría, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Yul Vazquez, Ramon Fernandez, Julia Ormond, René Lavan, Roberto Santana, Vladimir Cruz, Sam Robards, Jose Caro, Pedro Adorno, Jsu Garcia, María Isabel Díaz, Mateo Gómez, Octavio Gómez, Miguelangel Suarez, Stephen Mailer, Roberto Urbina, Marisé Alvarez, Christian Nieves, Andres Munar, Liddy Paoli Lopez, Francisco Cabrera, Pedro Telémaco, Milo Adorno, Alfredo De Quesada, Juan Pedro Torriente, Jay Potter, Blanca Lissette Cruz, Laura Andújar, Euriamis Losada, Unax Ugalde Titolo originale Che: Part One. Genere Biografico, durata 126 min. – USA, Francia, Spagna 2008.

Mio Voto: /10

 

 

 

Le battaglie non si perdono, si vincono sempre

 

 

 

Recensione di Boris SollazzoLiberazione, 10 aprile 2009

 

Alberto Korda, il fotografo che lo immortalò nella sua celeberrima espressione intensa e malinconica, l’ha reso icona e marchio. Scattò la foto- senza mai pretendere diritti d’autore per la sua diffusione- il 5 marzo del 1960 ai funerali delle 100 vittime dell’infame strage compiuta dalla Cia sulla nave Coubre. Ernesto "Che" Guevara da allora divenne simbolo di tutte le rivoluzioni, anche grazie a Giangiacomo Feltrinelli che ne fece un poster e la copertina di "Diario in Bolivia" nel 1968, facendo divenire quell’immagine, insieme ai suoi aforismi, parola d’ordine di ogni ribellione. Un santo laico, per la purezza quasi suicida dei suoi ideali e per la coerente fermezza dei suoi comportamenti pubblici e individuali. Ed è questo l’unico punto d’incontro con l’immaginario collettivo del dittico sul Che che Steven Soderbergh ha realizzato dopo anni di lavoro e preparazione. Dittico che Cannes 2008 ha visto unito in una proiezione fiume e che ora le sale italiane presentano, per volere dello stesso regista, in due capitoli ( Che- l’argentino esce oggi in 210 copie, Che- Guerrilla nella simbolica data del 1° maggio). Il cineasta parte dall’irreprensibile rigidità dell’uomo e del rivoluzionario, presentandoci il primo incontro con Castro e poi precipitandoci nella giungla della Sierra Maestra, teatro della rivoluzione che rovesciò Batista. Ad alleggerire, si fa per dire, il discorso all’Onu del 1964 e un’intervista alla non accreditata nei titoli Julia Ormond, che divide in capitoli il film. Una monografia che sarebbe piaciuta al Che, anzi forse più a lui che ai suoi ammiratori post mortem. Perché di sicuro la mercificazione paradossale e parossistica, subita dopo l’eroico martirio boliviano, lo avrebbe fatto infuriare mentre questo ritratto in bianco e nero, pieno di zone grigie e di anonima quotidianità guerrigliera, ne avrebbe soddisfatto lo stoico rigore morale, politico, militare.

Soderbergh, campione del mainstream e schizofrenicamente profeta di ottimo cinema indipendente, qui unisce le sue due anime, portandoci il viso del divo Benicio del Toro in uno stile asettico e documentaristico che unisce Traffic e Bubble . Ed è questa la forza, e contemporaneamente la debolezza, di un’opera che avrà bisogno di anni- e forse di altri sequel- per essere inquadrata in tutto il suo valore artistico e storico. Soderbergh, infatti, non vuole alimentare il mito, ma sondare la polverosa, asmatica, persino antipatica umanità di un medico che divenne il Comandante, pretendendo il massimo- e spesso anche di più- da sé e i suoi uomini. Tutto è in sottrazione- ad esclusione dalla fotografia netta ed essenziale a firma di Peter Andrews (nient’altro che uno pseudonimo del regista stesso)- a partire da un maestoso e mimetico, non solo per la tuta, Benicio Del Toro.

Faticoso accettare la divisione in due capitoli, sebbene siano abbastanza compiuti, poiché la forza sta nel tutto e non nel particolare che in alcuni casi si fa noioso, visti i tempi dilatati (solo questo capitolo consta di 137 minuti). Quasi psicotico l’approccio di Soderberg a Guevara, un misto di fascinazione e distacco forzato, che lo porta a cercare di raccontarlo in una ricerca ossessiva di verità, dagli scontri con i compagni di battaglia a una brevissima ma significativa sequenza sulle esecuzioni "necessarie". Alla fine della doppia proiezione (Guerrilla si sofferma sul Che più politico per poi portarci nella missione boliviana, inevitabile ma suicida) si prova un sentimento d’incompletezza: non tanto perché la decostruzione del mito non dissolve il mistero sulla vera natura di Ernesto Guevara de La Serna, esempio di umiltà del film, ma perché si ha l’impressione che solo un decalogo kieslowskiano potrebbe ritrarre il Che in tutta la sua complessità. Così è solo un film "importante", in quel caso diverrebbe un capolavoro, nel senso letterale del termine.

 

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