Paese Delle Lobotomie

 

Il sonno della ragione genera mostri

(Francisco Goya)

 

 

 

di Bruno TintiIl Fatto Quotidiano

 

Il "legittimo impedimento" è legge. Stabilisce che i processi in cui B. e i suoi ministri sono imputati vanno rinviati fino a un massimo di 18 mesi se la presidenza del Consiglio dei ministri (cioè B. e i suoi ministri) dichiara che B. e i suoi ministri (cioè gli imputati) hanno un impedimento continuativo correlato allo svolgimento delle loro funzioni. Mi rendo conto che la sintassi è un po’ contorta. Proviamo così: la legge dice che B. e i suoi ministri decidono se i processi in cui sono imputati si possono fare o no. Ecco, in questo modo è più chiaro. Si può convenire sul fatto che talvolta i giudici possono sottovalutare gli impegni istituzionali di queste personalità e non rendersi conto di quanto siano rilevanti funzioni di governo quali l’inaugurazione della mostra della barbabietola di Poggiobelsito; e potrebbero quindi, in un caso come questo, rifiutarsi di rinviare un processo per corruzione e frode fiscale per svariati milioni di euro, magari prossimo alla prescrizione. Così una legge che prevede l’elenco tassativo dei compiti di governo è proprio una buona cosa: certi impegni costituiscono legittimo impedimento a comparire in udienza; e il giudice deve rinviare il processo senza che gli sia consentito di discettare sulla prevalenza della giurisdizione rispetto all’inaugurazione della ferrovia che finalmente unisce Piancavallo di Sotto a Piancavallo di Sopra.

 

In effetti l’art. 1 della legge proprio questo fa: elenca le norme che prevedono i compiti del presidente del Consiglio e dei Ministri (vedi la Scheda di lettura allegata al testo della legge approvata dal Senato, pag. 18-22). E stabilisce che in tutti questi casi il giudice deve riconoscere il legittimo impedimento. Niente da dire, è proprio giusto Solo che le mostre, i convegni, le gallerie a un certo punto finiscono; e così, sempre l’art. 1 prevede che il legittimo impedimento può anche essere costituito da "ogni attività comunque coessenziale (?) alle funzioni di governo". La sussistenza di queste attività è attestata dagli stessi che vogliono avvalersene; il tutto senza bisogno di specificare in cosa consistano. Messa così, somiglia tanto a una prerogativa personale, un déjà vu: un’immunità già bocciata dalla Corte Costituzionale (Lodo Schifani e Lodo Alfano), oggi addirittura estesa a un paio di decine di persone. Il presidente della Repubblica se ne renderà conto? Lo capirà che si tratta dell’ennesima legge incostituzionale che serve solo a evitare una sentenza che dica che B. ha corrotto l’avv. Mills?

 

Per la verità la cosa dovrebbe riuscirgli facile perché quale sia il vero scopo della legge lo dichiarano apertamente proprio B&C. Sempre l’art. 1 dice che il legittimo impedimento vale per le udienze penali in cui presidente del Consiglio e ministri sono imputati. Quindi non vale quando siano chiamati a testimoniare. Domanda: se il problema consiste nel fatto che la presenza alle udienze penali è incompatibile con le "attività coessenziali alle funzioni di governo", com’è che questa incompatibilità non è stata prevista quando si tratta di testimoniare? In questi casi inaugurare gallerie e presenziare a mostre non è più "coessenziale"? Serve altro per dimostrare che si tratta dell’ennesima immunità personale già dichiarata incostituzionale? Magari sì, serve altro. E allora si veda l’art. 2: la legge ha validità "fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale recante la disciplina organica delle prerogative del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri", cioè fino all’agognato Lodo Alfano costituzionale (che sarà incostituzionale pure lui, ma ancora non se ne sono accorti).

 

Dunque è evidente che il legittimo impedimento non serve a dirimere il contrasto tra gli impegni "coessenziali" di B&C e le necessità della giurisdizione, poiché questo eventuale contrasto non cesserà di esistere trascorsi 18 mesi. Ecco, lo dicono loro, B&C, il legittimo impedimento significa immunità; solo che è provvisoria, deve durare fino al Lodo Alfano costituzionale. Ma, provvisoria o definitiva che sia, resta incostituzionale. Serve altro? Magari sì. Sempre l’art. 2 afferma che è necessario “consentire al presidente del Consiglio dei ministri e ai ministri il sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla legge”. Il sereno svolgimento? E che c’entra con il legittimo impedimento che garantisce le “funzioni coessenziali all’attività di governo”? Se sussistono, nessun giudice le potrà ignorare, anche perché l’art. 1 ne ha previsto un elenco tassativo; se non sussistono, non c’è motivo di rinviare i processi.

 

Sicché è evidente che la legge non serve a regolamentare i rapporti tra le "funzioni coessenziali di governo" e la giurisdizione; ma a tutelare la psiche di B&C, provata dal concreto rischio di finire in galera. E di nuovo questa è immunità personale, già giudicata incostituzionale etc etc. Serve altro? Sì, magari. La Scheda illustrativa allegata al testo della legge approvata dal Senato contiene frasi significative.

Tra queste: vi è la "necessità di tenere al riparo cariche elettive e, in particolare, cariche esecutive dall’esercizio strumentale dell’azione giudiziaria da parte della magistratura". Eccolo l’effettivo scopo della legge, un’immunità già due volte ritenuta incostituzionale. Per di più giustificata dal fatto che la magistratura, com’è noto a tutti, commette abitualmente reati quali la calunnia, l’abuso d’ufficio, il falso in atto pubblico (trattasi di elenco non esaustivo).

 

Non male come tecnica legislativa. Il presidente della Repubblica ha già detto (in occasione dello scudo fiscale) che è inutile non firmare una legge, per quanto abominevole essa sia; tanto, ha detto, se gliela presentano una seconda volta, è obbligato a firmarla. È già stato osservato che questo non è vero; che c’è sempre un momento in cui ci si deve dissociare dalla prepotenza e dall’abuso; che esiste la strada delle dimissioni; che qualcuno dovrà pur dire ai cittadini che un governo spregiudicato e arrogante e un Parlamento asservito emanano leggi illegali (perché funzionali a interessi privati) e, naturalmente, incostituzionali. Qualcuno deve dirlo. E avrà pure un senso che il presidente della Repubblica abbia prestato giuramento di osservanza della Costituzione (art. 91). Si osserva la Costituzione promulgando leggi del genere?

 

 

 

di Frida Royhttp://www.aprileonline.info/notizia.php?id=14371

 

Nel caos liste Pdl a Roma "non vi è stata alcuna responsabilità riconducibile ai nostri dirigenti e funzionari", è stata "una gazzarra inscenata dai radicali" e siamo di fronte a una "palese erronea applicazione della legge da parte dei magistrati". Poi l’affondo contro la sinistra "antidemocratica e meschina". Il premier ha spiegato che quella del 21 marzo sarà una manifestazione di proposta" che esorterà i governatori del Pdl a un impegno per il piano casa e contro la burocrazia. Fini non sarà in piazza con il Pdl

Dopo i vertici a Palazzo Grazioli, le indiscrezioni della stampa sulle sue reazioni al caos liste, Silvio Berlusconi si è presentato in conferenza stampa presso la sede del Pdl, in via dell’Umiltà, per "reagire all’assoluta disinformazione che stata data da certa stampa riguardo la vicenda delle liste" con versioni "non veritiere" e "interessate", ha sottolineato il premier.

Il presidente del Consiglio ha letto di fronte ai cronisti una dettagliata cronistoria dei fatti accaduti il 27 febbraio nell’Ufficio circoscrizionale del Tribunale di Roma. Una vera e propria memoria che lui stesso ha definito "risultato di indagini che ho effettuato personalmente su tutte le persone coinvolte in questa vicenda".

Dalla ricostruzione dei fatti, si "evince che non vi è stata alcuna responsabilità da parte dei nostri delegati alla presentazione delle liste; che è stata violata la legge che prevede l’identificazione dei rappresentanti di liste al momento del loro arrivo nella sede preposta – ha proseguito il Cavaliere -; che vi è stata una vera e propria violazione del buon senso e della collaborazione partecipativa tra i funzionari del Tribunale e i rappresentanti del Pdl".

Berlusconi ha descritto le azioni giudiziarie in atto in Lombardia e nel Lazio nei confronti del Pdl come "atti fiscali e canzonatori" nel primo caso, mentre nel secondo vi è stata una "palese erronea applicazione della legge che ha di fatto impedito ai nostri di presentare le liste" e per questo è stata presentata regolare denuncia presso la Procura della Repubblica.

 

Durante la conferenza stampa – dove c’è stato il fuori programma di un contestatore – il Cavaliere si è detto comunque "stanco di uno spettacolo confuso" della politica e ha confermato il suo impegno, quello della candidata Renata Polverini e del Pdl affinché anche nel Lazio siano eletti i migliori, anche se "partecipiamo ad una gara in cui i nostri avversari godono di un vantaggio indebito". E per questo Berlusconi ha accusato la sinistra di essere "antidemocratica e meschina. Una sinistra sovietica che voleva correre da sola. Noi – ha ribadito – ci saremmo comportati nel modo opposto. Daremo comunque una lezione ai nostri avversari, con i nostri candidati, le nostre ragioni e i nostri programmi, e dimostreremo di poter prevalere sui malefici, la slealtà, l’atteggiamento antidemocratico".

Con un paragone caro al patron del Milan ha spiegato quello che per lui è stato l’atteggiamento del Pd: "Sono come una squadra di calcio che vuol vincere a tavolino e con l’arbitro amico che confina l’altra squadra negli spogliatoi". Quindi ha negato l’incapacità dei presentatori delle liste Pdl spiegando che sulla stampa erano uscite versioni non veritiere: "I nostri rappresentanti presentano le nostre liste da 16 anni. In queste elezioni abbiamo presentato 93 liste per 13 Regioni e 80 Comuni e Province, quindi, non è possibile che i nostri delegati abbiano disimparato all’improvviso".

 

Per Berlusconi la ratio della presentazione delle firme è tesa ad evitare che possano essere presentati nuovi simboli con iniziative personali che non hanno un reale seguito. Secondo lui andrebbero, quindi, esonerati da quest’obbligo i partiti che già fanno parte dei parlamenti regionali, come il caso di Formigoni. E in questo senso il premier auspica un cambiamento della legge attuale.

Berlusconi ha inoltre confermato la manifestazione per il 21 marzo per "chiamare i candidati ad un patto con il popolo. Non sarà una manifestazione di protesta, ma di proposta politica". E non ha fatto alcun problema sulla annunciata mancanza di Gianfranco Fini: "E’ la terza carica dello Stato, quindi è norma che non ci sia".

 

Infine, per quanto riguarda il decreto legge dichiarato inapplicabile dal Tar, si è riservato di effettuare a breve una conferenza stampa per confermarne "l’assoluta costituzionalità: è solo interpretativo e di buon senso nei confronti di chi faziosamente ha interpretato le leggi elettorali regionali".

Il premier assicura poi uno sforzo extra per appoggiare il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Lazio, Renata Polverini, al suo fianco nella conferenza stampa: "Abbiamo deciso di impegnarci anche nel Lazio affinché vinca il candidato migliore. Raddoppieremo i nostri sforzi per far vincere la nostra candidata, anche se la nostra lista non fosse presente".

 

 

 

di Mariagrazia Gerinatuttil’Unità

 

Traffici e maneggi della banda dei "matti"

Anche senza calcolare le spiegazioni balbettate dall’ormai leggendario Milioni, sull’argomento si erano cimentati in molti. Nell’ordine, Vincenzo Piso, coordinatore del Pdl Lazio, Ignazio Abrignani, responsabile elettorale del Pdl nazionale, Alfredo Pallone, il vice di Piso, l’avvocato Grazia Volo, chiamata in soccorso. Ma niente. Nessuno è riuscito laddove Berlusconi ha deciso, a dieci giorni dal fattaccio, di cimentarsi in prima persona. Missione: spiegare che se gli elettori del Pdl a Roma non troveranno il simbolo del loro partito sulla scheda elettorale «nessuna responsabilità è riconducibile ai nostri dirigenti a cui è stato impedito di presentare le liste».

 

Un’impresa titanica se anche il Giornale il 28 febbraio titolava: «Un partito di matti. La mancata presentazione della lista in tempo utile è il grottesco risultato degli equilibrismi per accontentare gli ex Fi e An». Altro che forza dei fatti. Ci vuole Berlusconi che dica: «Questa è la verità perché la dico io». Con tanto di attacchi ai radicali. E alla giudice, Anna Argento, già denunciata per «abuso d’ufficio». «Ai nostri delegati ha detto persino che per lei tutte le liste sono uguali», dice disgustato il premier. «Ma se nemmeno sapevo che erano del Pdl», replica lei: «Sono solo intervenuta a spiegare che ormai dovevano essere considerati in ritardo e non potevano rimettersi in fila con gli altri come se niente fosse, ma non ho mai impedito loro di consegnare alcunché», spiega tornando sul passaggio decisivo.

 

LA SCENA MADRE Per fotografare bene la scena bisogna fare un passo indietro. Giorgio Polesi, l’altro mancato-presentatore della lista Pdl, è in fila. Gerardo De Rosa, presentatore della lista del Psi, lo vede che maneggia i documenti contenuti nella famosa scatola. E si mette a riprenderlo con il telefonino. Nel frattempo arriva Milioni (di cui non a caso nella ricostruzione del premier non si cita l’orario di ingresso al tribunale) con altri documenti sotto braccio. Ai carabinieri viene fatto notare che sta succedendo qualcosa di irregolare. È in quel momento che Milioni e Polesi si allontano, abbandonando la scatola davanti alla stanza 23. Quando tornano trovano il Psi Di Tommaso e il radicale Sabatinelli stesi in terra: «Ma il passaggio non era impedito». È la «gazzarra» che Anna Argento e il suo collega Durante intervengono a sedare. Nella ricostruzione di Berlusconi quest’ultimo avrebbe assicurato al prefetto di Roma che «tutto sarebbe stato sanato a seguito di un ricorso». «Mi sembra difficile che possa aver detto così», osserva Anna Argento: «Avrà detto: si può fare ricorso».

 

Comunque, cosa stesse realmente accadendo sabato 27 febbraio in quei minuti decisivi lo racconta ancora l’esito del secondo tentativo. Quando Polesi e Milioni, l’8 marzo, scortati dal quartier generale del Pdl romano, ritornano in tribunale per presentare la lista in virtù del decreto Berlusconi. La scatola abbandonata nel corridoio l’hanno custodita i carabinieri: dentro ci sono le firme raccolte per presentare la lista. Mancano invece i documenti che Milioni stava portando, fuori tempo massimo, al suo collega in fila. Compreso l’atto principale. Quando Polesi entra in tribunale il 27 febbraio dunque non sono ancora le 12 ma la «documentazione è incompleta», come ha annotato Anna Argento bocciando per la seconda volta la lista presentata in virtù del decreto. «Avevo chiesto di essere esonerata, è stato il presidente del tribunale a chiedermi con un atto formale di andare avanti, confermando il mio operato», spiega che lei che, pur «amareggiata», assicura di aver fatto come sempre il suo lavoro «secondo coscienza». Non importa, il Giornale di famiglia l’ha già ritratta come «toga rossa». Berlusconi pure. Lei si dice «serena»: «Però certo non mi farò prendere a calci restando inerme», medita la querela.

 

 

 

di Wanda MarraIl Fatto Quotidiano

 

Sindrome Tartaglia alla conferenza stampa di Berlusconi, convocata per lanciare la manifestazione di piazza del Pdl del 21 marzo contro “il sopruso violento e inaccettabile” dell’esclusione della lista del suo partito a Roma e provincia. Mentre il premier ancora una volta ribadiva la sua versione dei fatti ("ci è stato impedito di presentare le liste. Non vi è stata da parte nostra nessuna responsabilità riconducibile a nostri dirigenti"), un uomo presente in sala ha cominciato ad attaccarlo verbalmente, chiedendone le dimissioni. Il Cavaliere, visibilmente scosso, commentava, rifugiandosi in uno dei suoi assiomi indimostrabili: “Questa è la sinistra”.

 

Nel frattempo, ad azzittire il contestatore, si avvicina addirittura il ministro della Difesa, La Russa. Lo strattona, lo prende per la giacca, cerca di allontanarlo. L’uomo reagisce: “Guarda che ti querelo per aggressione…Ti querelo…Io ho fatto solo una domanda”. E poi: “Picchiatore fascista”. In realtà non è un emulo del "lanciatore" della statuetta del Duomo, ma “esiste” da molto prima, il “contestatore bipartisan” balzato all’onore delle cronache: si chiama Rocco Carlomagno, in passato è stato iscritto al Pd e ora è vicino al popolo viola. Nel 2008 toccò al leader radicale, Marco Pannella, zittirlo dopo che aveva preso la parola durante un’assemblea radicale per contestare la presenza di indagati nelle liste del Pd. Mentre più di recente, in occasione di un convegno di Italianieuropei, è toccato all’ex presidente della Camera, Luciano Violante, doverne fronteggiare le argomentazioni a proposito di immunità parlamentare.

 

 

 

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